Vittorio Somenzi, "Eugenio Colorni filosofo della scienza"                                      pubblicato su «Filosofia e società», 1986  

 

Nel 1945 comparve sulla rivista «Aretusa», fondata a Roma nel 1944 e diretta da Carlo Muscetta, un Ricordo di Colorni scritto dall'amico Guido Morpurgo-Tagliabue, accompagnato da due inediti stimolanti: Il bisogno dell'unità e Sul complesso di Edipo. Altri inediti mi pervennero attraverso la rivista «Analisi», fondata a Milano nel 1945 da un gruppo di filosofi e scienziati interessati alla metodologia delle scienze, e di questi una parte venne pubblicata su «Analisi» e sulla rivista romana «Sigma» che ad essa si affiancò nel 1947, per iniziativa di Giuseppe Vaccarino e mia.

Mentre «Analisi» e «Sigma» finirono col fondersi, per iniziativa di Silvio Ceccato, nella rivista internazionale «Methodos», che continuò a Milano le sue pubblicazioni fino al 1964, l'insieme degli scritti di Colorni, comprendente tra l'altro un Progetto di una rivista di metodologia scientifica che anticipava i programmi di queste tre riviste, venne affidato alle cure di Ferruccio Rossi-Landi. Alla selezione operata da Rossi-Landi si è aggiunta una ulteriore selezione da parte di Norberto Bobbio, il quale ha pubblicato nel 1975 la raccolta di Scritti di Eugenio Colorni (Firenze, La Nuova Italia), a cui Mario Quaranta ha aggiunto in appendice una bibliografia degli scritti di e su Colorni.

Farò riferimento a questa edizione, nonché ad alcuni dei testi da essa rimasti esclusi, per presentare in sintesi le idee che fanno di Colorni uno dei più interessanti pionieri della filosofia della scienza in Italia, nel periodo a questa ben poco favorevole che va dal 1932 al 1944. Risale al 1928, quando Colorni aveva solo diciannove anni, un primo «esercizio» su L'estetica di Roberto Ardigò e del positivismo italiano nella seconda metà dell'Ottocento, pubblicato sulla rivista «Pietre», e al 1929 un lungo inedito su L'estetica del bergsonismo. Nel 1931 compare sulla « Rivista di Filosofia », diretta da Piero Martinetti, un articolo su Utilità e moralità nella filosofia politica di Tommaso Campanella e solo nel 1932 si affianca ad uno «studio critico» su L'estetica di Benedetto Croce (Società editrice «La cultura», Milano) un primo saggio attinente a problemi scientifici oltre che filosofici: Di alcune relazioni tra conoscenza e volontà («Rivista di Filosofia», XXIII, 3, 1932, pp. 243-261).

Le basi del successivo approfondimento dei problemi della moderna filosofia della scienza, da parte di Eugenio Colorni, vengono poste nella sua tesi di perfezionamento, del 1933, su La filosofia giovanile di Leibniz, e nella Esposizione antologica del sistema leibniziano inserita da Colorni nella sua edizione de La monadologia (Firenze, Sansoni, 1934).

Al pensiero di Leibniz sono dedicati anche i saggi: Dell'influenza di alcuni concetti matematici e fisici sulla metafisica di Leibniz, pubblicato nel 1935 negli Atti della «Société internationale de philosophie des sciences», Le verità eterne in Descartes e in Leibniz, dovuto alla partecipazione di Colorni ai lavori del nono congresso internazionale di filosofia (il famoso «Congrès Descartes» svoltosi a Parigi nel 1937), Leibniz e il misticismo («Rivista di Filosofia» XXIX, 1, pp. 57‑85, 1938), L'estetica di Leibniz (idem, XXX, 1, pp. 66‑81, 1939), Conoscenza e volontà in Leibniz (idem, XXXIV, 1‑2, pp. 55‑73, 1943) e Libero arbitrio e grazia nel pensiero di Leibniz (idem, XXXV, 1‑2, pp. 47‑67, 1944).

Il passaggio ai problemi scientifici contemporanei, in particolare a quelli posti dalla teoria einsteiniana della relatività, dalla fisica in genere, dalla biologia e dalla psicoanalisi, viene segnato dalla traduzione del volume di Bernhard Bavink Risultati e problemi delle scienze naturali. Introduzione alla filosofia naturale dei nostri giorni. La traduzione di Colorni verrà completata da Mario Ageno e il volume di Bavink uscirà nel 1947 (Firenze, Sansoni).

Veniamo ora agli scritti editi e tuttora inediti che si possono più propriamente considerare di filosofia della scienza. Mi sembra anzitutto interessante riportare alcuni punti del Progetto di una rivista di metodologia scientifica, che risale probabilmente al 1942. La rivista avrebbe dovuto «studiare in qual misura lo sviluppo delle teorie  e delle scoperte scientifiche influisca sulla formazione dei concetti e problemi filosofici (per esempio: spazio, tempo, causalità uguaglianza, oggetto, individuo ecc. per le scienze fisiche; vita, volontà, io, colpa, per le scienze psicologiche e biologiche)», e inoltre «mostrare come un'analisi accurata dei principi fondamentali delle varie scienze, nella quale vengano messe a profitto tutte le conquiste del pensiero filosofico, possa essere utile alle scienze stesse e contribuire al loro progresso».

La rivista doveva contenere articoli di fondo dedicati a problemi come: il concetto di esperienza, costanti universali e unità di misura, l'illusione finalistica nella fisica e nella biologia, l'illusione realistica nella fisica, geometria ed esperienza, l'assiomatíca dei principi della meccanica, l'assiomatica della teoria della relatività e quella della meccanica quantistica, fisica puntuale e fisica di campo, il concetto di istinto, la polemica tra meccanicismo e vitalismo, la costruzione di una economia indipendente da premesse psicologiche.

Una parte della rivista avrebbe dovuto contenere profili dei principali pensatori contemporanei: sia scienziati che siano stati guidati nelle loro ricerche da considerazioni di carattere metodologico, sia interpreti in sede filosofica delle dottrine scientifiche: Heisenberg, Bohr De Broglie Eddington, Dirac, Hilbert, Weyl, Bachelard, Gonseth, Reichenbach, Cassirer, Destouches, la scuola di Vienna, Jung, Adler, Durkheim, Lévy‑Bruhl, Frazer, von Mises, Hayek, Robbins.

Un'altra parte avrebbe dovuto analizzare «ciò che è vivo e ciò che è morto» nel pensiero di: Mach, Poincaré, Helmholtz, Hertz, Riemann, Duhem, Meyerson, Enriques, Lamarck, Darwin, Haeckel, Driesch, De Vries, Freud, Walras, Pareto. La rivista avrebbe dovuto contenere anche saggi, sempre dal punto di vista della metodologia scientifica, su filosofi e scienziati classici: Galilei, Descartes, Leibniz, Newton, Maupertuis, Hamilton, Laplace, ecc.

Il programma è evidentemente ambizioso, ma corrisponde nella sostanza a molte realizzazioni degli ultimi quarant'anni, da riviste come «Analysis» e «Scientia» a collane di volumi di filosofia della scienza e di storia della scienza quali quelle impostate a Milano e Torino da Ludovico Geymonat e da Paolo Rossi.

Ai temi degli articoli di fondo della progettata rivista sono dedicati alcuni dei saggi e abbozzi compresi nella raccolta di Scritti di Colorni curata da Rossi-Landi e da Bobbio. Sul concetto di esperienza Colorni propone di soffermarsi distinguendo due cose: constatazioni di rapporti regolari fra grandezze preventivamente definite e misurate, constatazioni riguardanti la struttura di alcuni nostri complessi di sensazioni, che ci consigliano di assumere determinate definizioni piuttosto che altre. Per esempio, la proposizione «un raggio luminoso procede nel vuoto in linea retta» può essere una proposizione sperimentale in entrambi i sensi sopra citati. Lo è nel primo senso, se la distanza fra due punti sia già stata definita mediante un procedimento nel quale non entra la propagazione della luce (per esempio mediante corpi rigidi) e se la linea retta sia già stata definita come il minimo percorso fra due punti. Lo è nel secondo senso se mediante essa si vuole definire fisicamente la linea retta come la traiettoria di un raggio luminoso nel vuoto. «Ora la scienza fisica - avverte Colorni - ha sempre considerato come suo compito essenziale lo stabilire proposizioni sperimentali nel primo senso. Quelle del secondo tipo vengono relegate da essa in generale ai primi capitoli introduttivi, nei quali si stabiliscono i concetti primi e le unità di misura; e non ci si torna più sopra nel corso della trattazione. Ma il fondarsi così sulle proposizioni del primo tipo implica tutta una serie di implicite premesse metafisiche, a carattere realistico-finalistico; come per esempio la credenza nella costanza delle leggi di natura, nell'armonia del cosmo, nella preferenza della natura per il semplice, nel Dio geometrizzante, ecc. Lo sviluppo attuale della scienza fisica ci permette ora di domandarci se non sia possibile ridurre il maggior numero delle proposizioni sperimentali a proposizioni del secondo tipo; cioè se non sia possibile trasformare le cosiddette "leggi di natura" in una serie di osservazioni sulla conformazione delle nostre fondamentali sensazioni (visive, tattili, ecc.) che ci consigliano senza imporcelo di adottare una determinata assiomatica; stabilita la quale le proposizioni della fisica discenderebbero da essa per via di semplice deduzione logica». Un, tale assunto - conclude Colorni - contribuirebbe a liberare la fisica dalle premesse realistiche-finalistiche di cui sopra; ma (e questo è molto più importante) permetterebbe di raggiungere una chiarezza molto maggiore nella formulazione stessa delle leggi fisiche.

In un frammento su Costanti universali e unità di misura Colorni si propone di indagare la possibilità che il concetto di costante universale sia altrettanto contraddittorio ed equivoco, quanto quello di movimento assoluto. Fa appello agli studi di Eddington sulla unificazione delle costanti universali per auspicare la riduzione delle costanti reciprocamente indipendenti al minor numero possibile, «e poi vedere se esse non si possano ricondurre all'assunzione di determinati strumenti di misura per le grandezze fisiche fondamentali». La scoperta della affinità di struttura tra una di queste grandezze e gli strumenti di misura coi quali è stata misurata potrebbe ridurre la constatazione della costanza di una determinata grandezza, cioè della sua covarianza rispetto ad un determinato complesso di strumenti, ad una semplice tautologia.

Ai temi del finalismo, del realismo e dell'antropomorfismo nelle scienze in generale, e dello psicologismo in economia in particolare, sono dedicati i brillanti Dialoghi di Commodo, i protagonisti dei quali sono stati identificati da Bobbio con alcuni dei compagni di confino che Colorni ebbe a Ventotene e a Melfi, tra il 1939 e il 1943: Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Manlio Rossi-Doria. Sulla formazione politica di Colorni ebbero influenza - ricorda Bobbio - sia l'incontro con la filosofia crociana e quello con Benedetto Croce in persona, avvenuto a Berlino nel 1931, sia l'incontro parigino con Carlo Rosselli, durante il congresso cartesiano del 1937, e i contatti con quella parte dei movimenti socialisti clandestini che aderiva alle idee federalistiche europee. Colorni cura la prefazione del Manifesto di Ventotene del Movimento Federalista Europeo e, quando viene ucciso dai tedeschi a pochi giorni dalla liberazione di Roma, a fine maggio 1944, è caporedattore dell'«Avanti!» clandestino e uno degli organizzatori del centro militare del partito socialista.

Croce, in uno scritto sui « Quaderni della Critica » (n. 19‑20, 1951), ricorda il Colorni del 1931‑32 come «lontano dalla politica e molto legato al cosiddetto idealismo attuale e ai suoi rappresentanti », mentre proprio nei Dialoghi di Commodo appare chiaro il distacco dal gentilianesimo, di cui solo negli scritti giovanili si avvertono - dice Bobbio - «debolissime tracce».

L'idealismo di cui è invece evidente la traccia nelle speculazioni di Eddington su La filosofia della scienza fisica e di Geremicca su La spiritualità della natura è un idealismo abbastanza consono al pensiero di Benedetto Croce, il quale fa o lascia pubblicare da Laterza i volumi che portano questi titoli, mentre Colorni pensa di dissociarsi dalle speculazioni di Geremicca (se non da quelle di Eddington, interpretate però più in chiave operazionistica che in chiave idealistica) con una nota critica sulla progettata rivista di metodologia scientifica.

I Dialoghi di Commodo comprendono, nella edizione curata da Rossi-Landi e da Bobbio, i seguenti titoli: Della lettura dei fllosofi, Del finalismo nelle scienze, Dell'antropomorfismo nelle scienze, Dello psicologismo in economia, Sull'azione, Del successo, Sulla morte. Nonostante la loro incompletezza, essi contengono diversi spunti tutt'oggi interessanti: per esempio, nel primo appare questo giudizio sulla psicanalisi: «La psicanalisi è una scienza ad uno stadio che corrisponde circa a quello dell'astronomia prima di Copernico, e dell'alchimia prima della chimica. Ha individuato in modo vago, mitico, pieno di pregiudizi e di troppo rapide generalizzazioni, delle relazioni e dei rapporti finora inosservati. Ha abbozzato una parvenza di metodo di ricerca: metodo talmente incerto e malsicuro che il più delle volte conduce a risultati opposti a quelli che si volevano ottenere. Ma insomma, si muove in un campo completamente sconosciuto, e il materiale che sta portando alla luce è di un tale interesse, che il rifiutarlo solo perché non è stato ancora capace di organizzarsi secondo gli aurei schemi del metodo scientifico mi sembra il colmo del filisteismo professorale».

Nel secondo dialogo, Colorni=Commodo si dichiara «D'accordo su un corso di metodologia scientifica da accompagnarsi al corso di elementi di scienze naturali» (nei Licei). «Ma qui la cosa più urgente - aggiunge - sarebbe di istituirlo nelle università, dove è proprio indegno che manchi».

 A Ernesto Rossi=Ritroso, il quale ritiene che «le affermazioni antifinalistiche si trovino sulla via regia della scienza sperimentale classica e del positivismo scientifico del secolo scorso», Colorni=Commodo risponde opinando

che esse «si trovino su di una importante deviazione da questa via, deviazione che minaccia ormai di sostituire la via stessa e che è stata iniziata da Poincaré e da Mach (salvo i precursori) ispirandosi meno a Spencer e a Comte che non a Kant». A Ritroso che dichiara: «C'è qualcosa che mi disturba e m'irrita in questa smania iconoclasta della scienza moderna, in questa grancassa che si suona al sorgere di ogni nuova teoria, come se essa dovesse rinnovare dalle fondamenta tutte le basi del sapere umano», Commodo risponde riconoscendo «una forte dose di ciarlatanismo» anche nella pubblicità sorta intorno al nome di Einstein; «ma di questo basta sorridere, non c'è bisogno di irritarsi», aggiunge, e prosegue insistendo sul ruolo svolto dalla metodologia nella preparazione di queste «rivoluzioni»: «Se si guarda poi al fatto si vede che queste teorie discendono direttamente proprio dalla critica ai principi, formulata dal Poincaré... tanto che il Poincaré era giunto un pezzo innanzi sulla via della relatività, e che le famose trasformazioni vengono chiamate da parecchi "trasformazioni di Poincaré-Lorentz-Einstein"».

 D'altra parte nel terzo dialogo, ancora a Ritroso=Ernesto Rossi, preoccupato della invadenza dei dilettanti e degli outsiders nella sua scienza, l'economia, Commodo obietta, anticipando in un certo senso le considerazioni di Kuhn sulla scienza entro i paradigmi e sulla scienza rivoluzionaria: «Sei proprio sicuro che l'aver frequentato una scuola ufficiale e aver letto molti trattati, e avere una lunga consuetudine coi ferri del mestiere, sia una condizione assolutamente necessaria per capire qualche cosa dei principi fondamentali di una scienza?».

Un esempio che riguarda proprio l'economia è per Commodo quello di Pareto, considerato appunto dagli specialisti un outsider. E per quello che riguarda la fisica, osserva che « l'appartenenza professionale alla categoria dei fisici comporta un legame così stretto con la scienza e un interesse così diretto ai vari problemi particolari in cui la ricerca si articola momento per momento, che è difficile avere la possibilità di riprendere in esame i problemi iniziali e i principi fondamentali da cui si è partiti. Questi principi primi affondano le radici nella memoria dei primi anni di studio, si sono per così dire succhiati col latte, in una forma ormai stabile e accettata. Ritornarci sopra ad ogni momento sarebbe impossibile, significherebbe sconvolgere dalle fondamenta tutto l'edificio del proprio sapere».

Ancora Commodo a Ritroso: «Non troverai mai un fisico, che di fronte a un problema concreto che non riesce a risolvere si domandi, per esempio, se la definizione iniziale di massa, o di forza, o di lunghezza, o di velocità, era stata ben posta. Uno solo l'ha fatto, giovanissimo, con un certo ardore scandalistico e iconoclasta, quindi un po' da outsider: Einstein. E ne è venuto fuori quel po' po' di scoperta che tu sai».

L'argomento ricompare nei due saggi più «seri» su Filosofia e scienza e Critica filosofica e fisica teorica, destinati a venire rimaneggiati e fusi con altri in un volume rimasto purtroppo incompiuto. Come rilevavano i redattori delle riviste «Sigma» e «Analysis» in cui essi sono apparsi tra 1947 e 1948, «Eugenio Colorni è scomparso troppo presto per poter lasciare l'opera critica, costruttiva, originale che le sparse pagine rimaste ci assicurano avremmo avuto da lui. Se i propositi che guidano la sua ricerca sono già ben segnati, e ne inseriscono il contributo nella corrente più moderna di critica della scienza, critica accompagnata spesso in Colorni da sprazzi di profonda consapevolezza metodologica, tale ricerca né ha avuto il tempo di maturare i suoi migliori sviluppi, né si è svolta in condizioni di vita che permettessero all'autore la discussione esauriente dei propri punti di vista con tutti i recenti di significato».

Come nel Programma abbozzato nel 1938, e rimasto inedito fino al 1975, la figura centrale cui Colorni fa riferimento è quella di Kant. Colorni confronta il famoso passo della Critica della Ragion Pura, in cui la fisica viene fatta debitrice della rivoluzione del proprio modo di pensare «unicamente all'idea di attenersi a ciò che la ragione stessa introduce nella natura», con un passo de La filosofia della scienza fisica, in cui  Eddington ipotizza che « tutte le leggi di natura ordinariamente classificate come fondamentali possano essere del tutto prevedute per mezzo di considerazioni epistemologiche», in quanto «corrispondono ad una conoscenza a priori». Dando per scontata la validità dell'ipotesi di Eddington, e togliendo nella citazione il finale della frase, che attribuisce alle leggi di natura il carattere di «interamente soggettive», Colorni così commenta il confronto: «Conosciuta una volta l'origine a priori delle leggi, esse perdono sì il loro fascino misterioso; ma entrano con molto maggior sicurezza in nostro potere. Non siamo più costretti a ricercarne gli effetti nel mondo esteriore, accogliendo di volta in volta la regolarità come un grazioso dono del Creatore; ma penetriamo nel meccanismo interno onde tale regolarità viene proiettata nel mondo; e anziché cogliere a posteriori e quasi a caso i frammenti di noi stessi nella realtà, meravigliandoci poi che le leggi della natura siano così consone

alle nostre forme intellettuali, teniamo in mano le fila dell'intreccio da cui nasce questa illusione, e la dominiamo, per così dire, panoramicamente; divenuti ormai padroni di essa, capaci di seguirla in tutte le sue evoluzioni) di prevederla nei suoi sviluppi».

Pur sempre rifiutando gli slittamenti idealistici‑soggettivistici di Eddington e quelli di tipo mistico cui tuttora può dar luogo la fisica teorica, Colorni ricorre alle metafore a sfondo religioso per presentare la propria interpretazione del pensiero di Kant. «Quando Kant parla di rivoluzioni dovute all’ardimento di un sol uomo, di illuminazioni subitanee, di vie improvvisamente aperte a chi brancolava alla cieca, c'è in lui sicuramente la coscienza che una vera grande conquista conoscitiva è sempre frutto - più che di uno sforzo logico o di uno sviluppo dialettico - di un capovolgimento affettivo e morale; di una inversione di valori, di una vittoria conquistata contro se stessi e contro ciò cui con più profondi e tenaci ed inconsci vincoli siamo legati. Chi compie per primo un capovolgimento della portata di un Talete, di un Copernico, di un Bacone, deve anzitutto combattere nel suo intimo una lotta non molto diversa da quella che combatte l'uomo che voglia raggiungere lo stato di perfetta passività ed umiltà di fronte al suo Dio. Molinos diceva che non bisogna chiedere nulla a Dio, neppure la propria salvazione. Lo scienziato deve pure rinunciare all'idolo di una natura che parli il suo medesimo linguaggio, di un mondo organizzato in vista dei suoi bisogni e dei suoi organi. Solo questa assoluta vuotezza e purità, questa mancanza di anticipazione gli permetterà di aprire gli occhi su se stesso e sul mondo, e di divenire padrone di questa attività proiettante». L'idolo contro cui si è combattuto e, secondo Colorni, si deve ancora combattere «si è chiamato sistema geocentrico nell'astronomia tolemaica, causa finale nella scolastica; si è chiamato tempo assoluto in Newton e, nell'elettromagnetismo classico, etere. In alcuni casi e per alcuni ricercatori si è presentato sotto la forma di costante universale». Scoprire quale è la maschera sotto cui si nasconde oggi è lo scopo della ricerca che Colorni si proponeva di fare e che in effetti è poi stata fatta in varie direzioni da altri.

Basti citare, per concludere, il «aggio sulla filosofia naturale della biologia contemporanea» intitolato da Jacques Monod Il caso e la necessità (Milano, Mondadori, 1970). E’ ben nota la polemica che ivi Monod conduce contro ogni forma di animismo, definito come «l'ipotesi secondo cui i fenomeni naturali possono e devono essere interpretati in definitiva nello stesso modo, con le stesse leggi, dell'attività umana soggettiva, cosciente e proiettiva». Anche se «l'animismo stabiliva tra la Natura l'uomo una profonda alleanza, al di fuori della quale esiste solo una spaventosa solitudine», il postulato di oggettività, fondamento della scienza galileiana e cartesiana, impone la rottura di questa alleanza attraverso il rifiuto sistematico di considerare la possibilità di pervenire a una conoscenza «vera» mediante qualsiasi interpretazione dei fenomeni in termini di cause finali, cioè di progetto. Monod conclude che «l'uomo finalmente sa di essere solo nell'immensità indifferente dell'Universo da cui è emerso per caso». Ma il confronto della sua tesi con quelle abbozzate da Colorni trova un ulteriore riscontro nella fiducia espressa da Monod in una «etica della conoscenza», che sia «fonte di verità e ispirazione morale di un umanesimo socialista realmente scientifico».