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Nel 1945 comparve sulla
rivista «Aretusa», fondata a Roma nel 1944 e diretta da Carlo Muscetta,
un Ricordo di Colorni scritto dall'amico Guido Morpurgo-Tagliabue,
accompagnato da due inediti stimolanti: Il bisogno dell'unità e
Sul complesso di Edipo. Altri inediti mi pervennero attraverso la
rivista «Analisi», fondata a Milano nel 1945 da un gruppo di filosofi e
scienziati interessati alla metodologia delle scienze, e di questi una
parte venne pubblicata su «Analisi» e sulla rivista romana «Sigma» che
ad essa si affiancò nel 1947, per iniziativa di Giuseppe Vaccarino e
mia.
Mentre «Analisi» e «Sigma»
finirono col fondersi, per iniziativa di Silvio Ceccato, nella rivista
internazionale «Methodos», che continuò a Milano le sue pubblicazioni
fino al 1964, l'insieme degli scritti di Colorni, comprendente tra
l'altro un Progetto di una rivista di metodologia scientifica che
anticipava i programmi di queste tre riviste, venne affidato alle cure
di Ferruccio Rossi-Landi. Alla selezione operata da Rossi-Landi si è
aggiunta una ulteriore selezione da parte di Norberto Bobbio, il quale
ha pubblicato nel 1975 la raccolta di Scritti di Eugenio Colorni
(Firenze, La Nuova Italia), a cui Mario Quaranta ha aggiunto in
appendice una bibliografia degli scritti di e su Colorni.
Farò riferimento a questa
edizione, nonché ad alcuni dei testi da essa rimasti esclusi, per
presentare in sintesi le idee che fanno di Colorni uno dei più
interessanti pionieri della filosofia della scienza in Italia, nel
periodo a questa ben poco favorevole che va dal 1932 al 1944. Risale al
1928, quando Colorni aveva solo diciannove anni, un primo «esercizio» su
L'estetica di Roberto Ardigò e del positivismo italiano nella
seconda metà dell'Ottocento, pubblicato sulla rivista «Pietre», e al
1929 un lungo inedito su L'estetica del bergsonismo. Nel 1931
compare sulla « Rivista di Filosofia », diretta da Piero Martinetti, un
articolo su Utilità e moralità nella filosofia politica di Tommaso
Campanella e solo nel 1932 si affianca ad uno «studio critico» su
L'estetica di Benedetto Croce (Società editrice «La cultura»,
Milano) un primo saggio attinente a problemi scientifici oltre che
filosofici: Di alcune relazioni tra conoscenza e volontà
(«Rivista di Filosofia», XXIII, 3, 1932, pp. 243-261).
Le basi del successivo
approfondimento dei problemi della moderna filosofia della scienza, da
parte di Eugenio Colorni, vengono poste nella sua tesi di
perfezionamento, del 1933, su La filosofia giovanile di Leibniz,
e nella Esposizione antologica del sistema leibniziano inserita
da Colorni nella sua edizione de La monadologia (Firenze, Sansoni,
1934).
Al pensiero di Leibniz
sono dedicati anche i saggi: Dell'influenza di alcuni concetti
matematici e fisici sulla metafisica di Leibniz, pubblicato nel 1935
negli Atti della «Société internationale de philosophie des sciences»,
Le verità eterne in Descartes e in Leibniz, dovuto alla
partecipazione di Colorni ai lavori del nono congresso internazionale di
filosofia (il famoso «Congrès Descartes» svoltosi a Parigi nel 1937),
Leibniz e il misticismo («Rivista di Filosofia» XXIX, 1, pp. 57‑85,
1938), L'estetica di Leibniz (idem, XXX, 1, pp. 66‑81, 1939),
Conoscenza e volontà in Leibniz (idem, XXXIV, 1‑2, pp. 55‑73, 1943)
e Libero arbitrio e grazia nel pensiero di Leibniz (idem, XXXV,
1‑2, pp. 47‑67, 1944).
Il passaggio ai problemi
scientifici contemporanei, in particolare a quelli posti dalla teoria
einsteiniana della relatività, dalla fisica in genere, dalla biologia e
dalla psicoanalisi, viene segnato dalla traduzione del volume di
Bernhard Bavink Risultati e problemi delle scienze naturali.
Introduzione alla filosofia naturale dei nostri giorni. La
traduzione di Colorni verrà completata da Mario Ageno e il volume di
Bavink uscirà nel 1947 (Firenze, Sansoni).
Veniamo ora agli scritti
editi e tuttora inediti che si possono più propriamente considerare di
filosofia della scienza. Mi sembra anzitutto interessante riportare
alcuni punti del Progetto di una rivista di metodologia scientifica,
che risale probabilmente al 1942. La rivista avrebbe dovuto «studiare in
qual misura lo sviluppo delle teorie e delle scoperte scientifiche
influisca sulla formazione dei concetti e problemi filosofici (per
esempio: spazio, tempo, causalità uguaglianza, oggetto, individuo ecc.
per le scienze fisiche; vita, volontà, io, colpa, per le scienze
psicologiche e biologiche)», e inoltre «mostrare come un'analisi
accurata dei principi fondamentali delle varie scienze, nella quale
vengano messe a profitto tutte le conquiste del pensiero filosofico,
possa essere utile alle scienze stesse e contribuire al loro progresso».
La rivista doveva
contenere articoli di fondo dedicati a problemi come: il concetto di
esperienza, costanti universali e unità di misura, l'illusione
finalistica nella fisica e nella biologia, l'illusione realistica nella
fisica, geometria ed esperienza, l'assiomatíca dei principi della
meccanica, l'assiomatica della teoria della relatività e quella della
meccanica quantistica, fisica puntuale e fisica di campo, il concetto di
istinto, la polemica tra meccanicismo e vitalismo, la costruzione di una
economia indipendente da premesse psicologiche.
Una parte della rivista
avrebbe dovuto contenere profili dei principali pensatori contemporanei:
sia scienziati che siano stati guidati nelle loro ricerche da
considerazioni di carattere metodologico, sia interpreti in sede
filosofica delle dottrine scientifiche: Heisenberg, Bohr De Broglie
Eddington, Dirac, Hilbert, Weyl, Bachelard, Gonseth, Reichenbach,
Cassirer, Destouches, la scuola di Vienna, Jung, Adler, Durkheim, Lévy‑Bruhl,
Frazer, von Mises, Hayek, Robbins.
Un'altra parte avrebbe
dovuto analizzare «ciò che è vivo e ciò che è morto» nel pensiero di:
Mach, Poincaré, Helmholtz, Hertz, Riemann, Duhem, Meyerson, Enriques,
Lamarck, Darwin, Haeckel, Driesch, De Vries, Freud, Walras, Pareto. La
rivista avrebbe dovuto contenere anche saggi, sempre dal punto di vista
della metodologia scientifica, su filosofi e scienziati classici:
Galilei, Descartes, Leibniz, Newton, Maupertuis, Hamilton, Laplace, ecc.
Il programma è
evidentemente ambizioso, ma corrisponde nella sostanza a molte
realizzazioni degli ultimi quarant'anni, da riviste come «Analysis» e «Scientia»
a collane di volumi di filosofia della scienza e di storia della scienza
quali quelle impostate a Milano e Torino da Ludovico Geymonat e da Paolo
Rossi.
Ai temi degli articoli di
fondo della progettata rivista sono dedicati alcuni dei saggi e abbozzi
compresi nella raccolta di Scritti di Colorni curata da Rossi-Landi
e da Bobbio. Sul concetto di esperienza Colorni propone di soffermarsi
distinguendo due cose: constatazioni di rapporti regolari fra grandezze
preventivamente definite e misurate, constatazioni riguardanti la
struttura di alcuni nostri complessi di sensazioni, che ci consigliano
di assumere determinate definizioni piuttosto che altre. Per esempio, la
proposizione «un raggio luminoso procede nel vuoto in linea retta» può
essere una proposizione sperimentale in entrambi i sensi sopra citati.
Lo è nel primo senso, se la distanza fra due punti sia già stata
definita mediante un procedimento nel quale non entra la propagazione
della luce (per esempio mediante corpi rigidi) e se la linea retta sia
già stata definita come il minimo percorso fra due punti. Lo è nel
secondo senso se mediante essa si vuole definire fisicamente la
linea retta come la traiettoria di un raggio luminoso nel vuoto. «Ora la
scienza fisica - avverte Colorni - ha sempre considerato come suo
compito essenziale lo stabilire proposizioni sperimentali nel primo
senso. Quelle del secondo tipo vengono relegate da essa in generale ai
primi capitoli introduttivi, nei quali si stabiliscono i concetti primi
e le unità di misura; e non ci si torna più sopra nel corso della
trattazione. Ma il fondarsi così sulle proposizioni del primo tipo
implica tutta una serie di implicite premesse metafisiche, a carattere
realistico-finalistico; come per esempio la credenza nella costanza
delle leggi di natura, nell'armonia del cosmo, nella preferenza della
natura per il semplice, nel Dio geometrizzante, ecc. Lo sviluppo attuale
della scienza fisica ci permette ora di domandarci se non sia possibile
ridurre il maggior numero delle proposizioni sperimentali a proposizioni
del secondo tipo; cioè se non sia possibile trasformare le cosiddette
"leggi di natura" in una serie di osservazioni sulla conformazione delle
nostre fondamentali sensazioni (visive, tattili, ecc.) che ci
consigliano senza imporcelo di adottare una determinata
assiomatica; stabilita la quale le proposizioni della fisica
discenderebbero da essa per via di semplice deduzione logica». Un, tale
assunto - conclude Colorni - contribuirebbe a liberare la fisica dalle
premesse realistiche-finalistiche di cui sopra; ma (e questo è molto più
importante) permetterebbe di raggiungere una chiarezza molto maggiore
nella formulazione stessa delle leggi fisiche.
In un frammento su
Costanti universali e unità di misura Colorni si propone di indagare
la possibilità che il concetto di costante universale sia altrettanto
contraddittorio ed equivoco, quanto quello di movimento assoluto. Fa
appello agli studi di Eddington sulla unificazione delle costanti
universali per auspicare la riduzione delle costanti reciprocamente
indipendenti al minor numero possibile, «e poi vedere se esse non si
possano ricondurre all'assunzione di determinati strumenti di misura per
le grandezze fisiche fondamentali». La scoperta della affinità di
struttura tra una di queste grandezze e gli strumenti di misura coi
quali è stata misurata potrebbe ridurre la constatazione della costanza
di una determinata grandezza, cioè della sua covarianza rispetto ad un
determinato complesso di strumenti, ad una semplice tautologia.
Ai temi del finalismo, del
realismo e dell'antropomorfismo nelle scienze in generale, e dello
psicologismo in economia in particolare, sono dedicati i brillanti
Dialoghi di Commodo, i protagonisti dei quali sono stati
identificati da Bobbio con alcuni dei compagni di confino che Colorni
ebbe a Ventotene e a Melfi, tra il 1939 e il 1943: Altiero Spinelli,
Ernesto Rossi, Manlio Rossi-Doria. Sulla formazione politica di Colorni
ebbero influenza - ricorda Bobbio - sia l'incontro con la filosofia crociana e quello con Benedetto Croce in persona, avvenuto a Berlino nel
1931, sia l'incontro parigino con Carlo Rosselli, durante il congresso
cartesiano del 1937, e i contatti con quella parte dei movimenti
socialisti clandestini che aderiva alle idee federalistiche europee.
Colorni cura la prefazione del Manifesto di Ventotene del Movimento
Federalista Europeo e, quando viene ucciso dai tedeschi a pochi giorni
dalla liberazione di Roma, a fine maggio 1944, è caporedattore
dell'«Avanti!» clandestino e uno degli organizzatori del centro militare
del partito socialista.
Croce, in uno scritto sui
« Quaderni della Critica » (n. 19‑20, 1951), ricorda il Colorni del
1931‑32 come «lontano dalla politica e molto legato al cosiddetto
idealismo attuale e ai suoi rappresentanti », mentre proprio nei
Dialoghi di Commodo appare chiaro il distacco dal gentilianesimo, di
cui solo negli scritti giovanili si avvertono - dice Bobbio -
«debolissime tracce».
L'idealismo di cui è
invece evidente la traccia nelle speculazioni di Eddington su La
filosofia della scienza fisica e di Geremicca su La spiritualità
della natura è un idealismo abbastanza consono al pensiero di
Benedetto Croce, il quale fa o lascia pubblicare da Laterza i volumi che
portano questi titoli, mentre Colorni pensa di dissociarsi dalle
speculazioni di Geremicca (se non da quelle di Eddington, interpretate
però più in chiave operazionistica che in chiave idealistica) con una
nota critica sulla progettata rivista di metodologia scientifica.
I Dialoghi di Commodo
comprendono, nella edizione curata da Rossi-Landi e da Bobbio, i
seguenti titoli: Della lettura dei fllosofi, Del finalismo
nelle scienze, Dell'antropomorfismo nelle scienze, Dello
psicologismo in economia, Sull'azione, Del successo,
Sulla morte. Nonostante la loro incompletezza, essi contengono
diversi spunti tutt'oggi interessanti: per esempio, nel primo appare
questo giudizio sulla psicanalisi: «La psicanalisi è una scienza ad uno
stadio che corrisponde circa a quello dell'astronomia prima di Copernico,
e dell'alchimia prima della chimica. Ha individuato in modo vago,
mitico, pieno di pregiudizi e di troppo rapide generalizzazioni, delle
relazioni e dei rapporti finora inosservati. Ha abbozzato una parvenza
di metodo di ricerca: metodo talmente incerto e malsicuro che il più
delle volte conduce a risultati opposti a quelli che si volevano
ottenere. Ma insomma, si muove in un campo completamente sconosciuto, e
il materiale che sta portando alla luce è di un tale interesse, che il
rifiutarlo solo perché non è stato ancora capace di organizzarsi secondo
gli aurei schemi del metodo scientifico mi sembra il colmo del
filisteismo professorale».
Nel secondo dialogo,
Colorni=Commodo si dichiara «D'accordo su un corso di metodologia
scientifica da accompagnarsi al corso di elementi di scienze naturali»
(nei Licei). «Ma qui la cosa più urgente - aggiunge - sarebbe di
istituirlo nelle università, dove è proprio indegno che manchi».
A Ernesto Rossi=Ritroso,
il quale ritiene che «le affermazioni antifinalistiche si trovino sulla
via regia della scienza sperimentale classica e del positivismo
scientifico del secolo scorso», Colorni=Commodo risponde opinando
che esse «si trovino su di
una importante deviazione da questa via, deviazione che minaccia ormai
di sostituire la via stessa e che è stata iniziata da Poincaré e da Mach
(salvo i precursori) ispirandosi meno a Spencer e a Comte che non a Kant».
A Ritroso che dichiara: «C'è qualcosa che mi disturba e m'irrita in
questa smania iconoclasta della scienza moderna, in questa grancassa che
si suona al sorgere di ogni nuova teoria, come se essa dovesse rinnovare
dalle fondamenta tutte le basi del sapere umano», Commodo risponde
riconoscendo «una forte dose di ciarlatanismo» anche nella pubblicità
sorta intorno al nome di Einstein; «ma di questo basta sorridere, non
c'è bisogno di irritarsi», aggiunge, e prosegue insistendo sul ruolo
svolto dalla metodologia nella preparazione di queste «rivoluzioni»: «Se
si guarda poi al fatto si vede che queste teorie discendono direttamente
proprio dalla critica ai principi, formulata dal Poincaré... tanto che
il Poincaré era giunto un pezzo innanzi sulla via della relatività, e
che le famose trasformazioni vengono chiamate da parecchi
"trasformazioni di Poincaré-Lorentz-Einstein"».
D'altra parte nel terzo
dialogo, ancora a Ritroso=Ernesto Rossi, preoccupato della invadenza dei
dilettanti e degli outsiders nella sua scienza, l'economia,
Commodo obietta, anticipando in un certo senso le considerazioni di Kuhn
sulla scienza entro i paradigmi e sulla scienza rivoluzionaria: «Sei
proprio sicuro che l'aver frequentato una scuola ufficiale e aver letto
molti trattati, e avere una lunga consuetudine coi ferri del mestiere,
sia una condizione assolutamente necessaria per capire qualche cosa dei
principi fondamentali di una scienza?».
Un esempio che riguarda
proprio l'economia è per Commodo quello di Pareto, considerato appunto
dagli specialisti un outsider. E per quello che riguarda la
fisica, osserva che « l'appartenenza professionale alla categoria dei
fisici comporta un legame così stretto con la scienza e un interesse
così diretto ai vari problemi particolari in cui la ricerca si articola
momento per momento, che è difficile avere la possibilità di riprendere
in esame i problemi iniziali e i principi fondamentali da cui si è
partiti. Questi principi primi affondano le radici nella memoria dei
primi anni di studio, si sono per così dire succhiati col latte, in una
forma ormai stabile e accettata. Ritornarci sopra ad ogni momento
sarebbe impossibile, significherebbe sconvolgere dalle fondamenta tutto
l'edificio del proprio sapere».
Ancora Commodo a Ritroso:
«Non troverai mai un fisico, che di fronte a un problema concreto che
non riesce a risolvere si domandi, per esempio, se la definizione
iniziale di massa, o di forza, o di lunghezza, o di velocità, era stata
ben posta. Uno solo l'ha fatto, giovanissimo, con un certo ardore
scandalistico e iconoclasta, quindi un po' da outsider:
Einstein. E ne è venuto fuori
quel po' po' di scoperta che tu sai».
L'argomento ricompare nei
due saggi più «seri» su Filosofia e scienza e Critica
filosofica e fisica teorica, destinati a venire rimaneggiati e fusi
con altri in un volume rimasto purtroppo incompiuto. Come rilevavano i
redattori delle riviste «Sigma» e «Analysis» in cui essi sono apparsi
tra 1947 e 1948, «Eugenio Colorni è scomparso troppo presto per poter
lasciare l'opera critica, costruttiva, originale
che le sparse pagine rimaste ci assicurano avremmo avuto da lui.
Se i propositi che guidano la sua ricerca sono già ben segnati, e ne
inseriscono il contributo nella corrente più moderna di critica della
scienza, critica accompagnata spesso in Colorni da sprazzi di profonda
consapevolezza metodologica, tale ricerca né ha avuto il tempo di
maturare i suoi migliori sviluppi, né si è svolta in condizioni di vita
che permettessero all'autore la discussione esauriente dei propri punti
di vista con tutti i recenti di significato».
Come nel Programma
abbozzato nel 1938, e rimasto inedito fino al 1975, la figura centrale
cui Colorni fa riferimento è quella di Kant.
Colorni confronta il famoso passo della Critica della Ragion
Pura, in cui la fisica viene fatta debitrice della rivoluzione del
proprio modo di pensare «unicamente all'idea di attenersi a ciò che la
ragione stessa introduce nella natura», con un passo de La filosofia
della scienza fisica, in cui Eddington
ipotizza che « tutte le leggi di natura ordinariamente
classificate come fondamentali possano essere del tutto prevedute per
mezzo di considerazioni epistemologiche», in quanto «corrispondono ad
una conoscenza a priori». Dando per scontata la validità dell'ipotesi di
Eddington, e togliendo nella citazione il finale della frase, che
attribuisce alle leggi di natura il carattere di «interamente
soggettive», Colorni così commenta il confronto: «Conosciuta una volta
l'origine a priori delle leggi, esse perdono sì il loro
fascino misterioso; ma entrano con molto maggior sicurezza in
nostro potere. Non siamo più costretti a ricercarne gli effetti nel
mondo esteriore, accogliendo di volta in volta la regolarità come un
grazioso dono del Creatore; ma penetriamo nel meccanismo
interno onde tale regolarità viene proiettata nel mondo; e
anziché cogliere a posteriori e quasi a caso i frammenti di noi stessi
nella realtà, meravigliandoci poi che le leggi della natura
siano così consone
alle nostre forme
intellettuali, teniamo in mano le fila dell'intreccio da cui nasce
questa illusione, e la dominiamo, per così dire, panoramicamente;
divenuti ormai padroni di essa, capaci di seguirla in tutte le sue
evoluzioni) di prevederla nei suoi sviluppi».
Pur sempre rifiutando gli
slittamenti idealistici‑soggettivistici di Eddington
e quelli di tipo mistico cui tuttora può dar luogo la fisica
teorica, Colorni ricorre alle metafore a sfondo religioso per presentare
la propria interpretazione del pensiero di Kant.
«Quando Kant parla di rivoluzioni dovute all’ardimento di un sol
uomo, di illuminazioni subitanee, di vie improvvisamente aperte a chi
brancolava alla cieca, c'è in lui sicuramente la coscienza che una vera
grande conquista conoscitiva è sempre frutto - più che di uno sforzo
logico o di uno sviluppo dialettico - di un capovolgimento affettivo e
morale; di una inversione di valori, di una vittoria conquistata contro
se stessi e contro ciò cui con più profondi e tenaci ed inconsci vincoli
siamo legati. Chi compie per primo un capovolgimento della portata di un Talete, di un Copernico, di un Bacone, deve anzitutto combattere nel suo
intimo una lotta non molto diversa da quella che combatte l'uomo che
voglia raggiungere lo stato di perfetta passività ed umiltà di fronte al
suo Dio. Molinos diceva che non bisogna chiedere nulla a Dio, neppure la
propria salvazione. Lo scienziato deve pure rinunciare all'idolo di una
natura che parli il suo medesimo linguaggio, di un mondo organizzato in
vista dei suoi bisogni e dei suoi organi. Solo questa assoluta
vuotezza e purità, questa mancanza di
anticipazione gli permetterà di aprire gli occhi su se stesso e sul
mondo, e di divenire padrone di questa attività proiettante».
L'idolo contro cui si è combattuto e, secondo Colorni, si deve
ancora combattere «si è chiamato sistema geocentrico
nell'astronomia tolemaica, causa finale nella scolastica; si è chiamato tempo assoluto
in Newton e, nell'elettromagnetismo classico, etere. In alcuni casi e per alcuni ricercatori si è
presentato sotto la forma di costante universale». Scoprire quale è la maschera sotto cui si nasconde oggi è lo
scopo della ricerca che Colorni si proponeva di fare e che in effetti è
poi stata fatta in varie direzioni da altri.
Basti citare, per
concludere, il «aggio sulla filosofia naturale della biologia
contemporanea» intitolato da Jacques Monod
Il caso e la necessità (Milano, Mondadori,
1970). E’ ben nota la polemica che ivi Monod conduce contro ogni
forma di animismo, definito come
«l'ipotesi secondo cui i fenomeni naturali possono e devono essere
interpretati in definitiva nello stesso modo, con le stesse leggi,
dell'attività umana soggettiva, cosciente e proiettiva». Anche se «l'animismo stabiliva tra la Natura l'uomo una profonda alleanza, al di
fuori della quale esiste solo una spaventosa solitudine», il postulato
di oggettività, fondamento della scienza galileiana e cartesiana, impone
la rottura di questa alleanza attraverso il rifiuto sistematico
di considerare la possibilità di pervenire a una conoscenza «vera»
mediante qualsiasi interpretazione dei fenomeni in termini di cause
finali, cioè di progetto. Monod conclude che «l'uomo finalmente sa di
essere solo nell'immensità indifferente dell'Universo
da cui è emerso per caso». Ma il confronto della sua tesi con
quelle abbozzate da Colorni trova un ulteriore riscontro nella fiducia
espressa da Monod in una «etica della conoscenza», che sia «fonte di
verità e ispirazione morale di un umanesimo socialista realmente
scientifico». |