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L'Europeismo
nella Resistenza
di Gaetano
Arfè
Esistono più storie della "idea di Europa" che
vanno dalle spigolature erudite ai grandi affreschi che ricompongono la
storia della civiltà europea nella sua dialettica unitarietà. Esistono
sintesi pregevoli di storia dell’Europa contemporanea e ricostruzioni
intelligenti e puntuali dei movimenti di idee che, a partire dal secolo
scorso, lungo una linea discontinua ma mai spezzata, hanno affrontato
nei loro aspetti ideali, dottrinali e politici il problema e i problemi
della unità europea.
Il dibattito storiografico su questi temi è ancora
però pressoché inesistente. È mancato e ancora manca quel serrato
dialettico scambio di idee tra gli studiosi necessario per mettere a
punto una problematica estremamente complessa e ancora fluida,
influenzata da elementi di natura ideologica e da tradizioni nazionali,
da diversità di metodologie e di culture. Non è questa la sede per
inoltrarsi su questo terreno. Mi limito a sottolineare un dato che
emerge dal corso della storia e sul quale la più autorevole storiografia
è concorde ed è quello che soltanto con la prima guerra mondiale si
comincia a parlare di Stati Uniti d’Europa in termini che non sono più
soltanto di vago auspicio, anche se suonano ancora come ipotesi
proiettate in un indefinito futuro verso il quale la strada è ancora
tutta da tracciare. Negli ambienti socialisti il tema affiora qua e là
ma in forme timide e vaghe e rimane senza eco: l’internazionalismo
infranto nella estate del 1914 non riesce a ricomporsi, a darsi una
ideologia aderente alla realtà nuova e ancora meno a ispirare una
iniziativa politica: i rappresentanti del socialismo europeo non
andranno al di là dell’accettazione passiva del messaggio di Wilson. La
parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa, come fase della rivoluzione
socialista mondiale verrà proposta da Trotzky, ma contestata e
contrastata da Lenin e diverrà in campo comunista una eresia. È soltanto
con la seconda guerra mondiale che l’europeismo si cala nella realtà,
diventando soggetto di storia. L’unità europea viene indicata allora per
la prima volta non come aspirazione ma come un obiettivo politico da
perseguire subito e la federazione europea come il quarto entro il quale
ricostruire il continente devastato.
La storia del federalismo europeo vanta una schiera di
cultori valenti e appassionati, storici militanti come lo furono, dopo
la Liberazione, quelli del movimento operaio e quelli del movimento
cattolico impegnati, fuori o per lo meno ai margini dei recinti
accademici, nello scoprire e nel ricostruire la storia di una Italia,
privata, negli anni del fascismo, del diritto di cittadinanza anche
nella storiografia e rimasta ignorata e sconosciuta. Il cerchio
dell’isolamento si allentò allora, e infine si ruppe via via che le
correnti fatte oggetto di studio venivano occupando, attraverso le
rispettive rappresentanze politiche, posizioni di forza estendendo e
consolidando le proprie sfere d’influenza anche nel campo della cultura.
Gli storici dell’europeismo non hanno goduto fin qui di pari fortuna,
come di regola accade a chi fa oggetto dei propri studi correnti
minoritarie in un certo senso "minorizzate". Operano nelle università e
anche fuori di esse singoli studiosi e centri organizzati di studi che
hanno dato e danno una produzione scientifica di elevato livello, la cui
eco, però, resta fievole anche tra i praticanti del mestiere e la cui
forza di penetrazione nella cultura politica è assai scarsa.
Ci si può consolare notando che il fenomeno non è
soltanto italiano. In una recente storia d’Europa scritta da un maestro
della storiografia contemporanea quale Jean Baptiste Duroselle, sotto
gli auspici della Comunità europea, per stimolare tra i giovani la
formazione di un patriottismo europeo, alimentato dalla coscienza di
appartenere a una comune civiltà, non compare il nome di Altiero
Spinelli, l’uomo che, per oltre un quarantennio, dal Manifesto di
Ventotene al voto dell’assemblea di Strasburgo per l’unione politica, è
stato tra i protagonisti maggiori, nelle mutevoli vesti di cospiratore,
di agitatore, di organizzatore, di consigliere dei principi, di
commissario della Comunità, di parlamentare, nell’ardua e ancora
inconclusa lotta volta a costruire l’unità d’Europa.
Il tema assegnatomi, e che io stesso ho proposto, è
l’europeismo nella Resistenza. Non è una concessione alla
convenzionalità del cinquantenario né un tentativo di rinverdirlo
collegandolo a un problema attuale: è la risposta a un problema storico,
quello delle origini del processo di integrazione europea.
Molti anni fa, quando Cesare Maria De Vecchi di Val
Cismon fu investito della responsabilità di far da custode e
amministratore delle patrie glorie e di assicurarne con mezzi persuasivi
l’ortodosso culto, un dibattito pseudostoriografico si aprì intorno al
tema della unità della storia d’Italia e ne risultò codificata quale
verità di regime e levata a banco di prova del lealismo dei sudditi
della monarchia fascista, la tesi che la storia d’Italia, una Italia
ridotta a nebulosa entità extrastorica, aveva inizio nella età preromana.
La secca risposta di Benedetto Croce fu che la storia d’Italia
cominciava con la formazione dello Stato unitario e l’elezione del suo
Parlamento. A porne le basi era stata il moto risorgimentale i cui inizi
coincidevano col momento in cui erano comparsi sulla scena uomini
disposti a battersi e a morire per rendere indipendente, libera e unita
la patria.
Qualcosa di analogo, con una piccola dose di audacia,
potremmo dire nel nostro caso e cioè, che la storia d’Europa ancora non
è cominciata, che la storia del processo di integrazione europea
coincide con quella della costituzione delle istituzioni sulle quali si
è costruita la Comunità europea, che l’ancora incompiuto Risorgimento
europeo comincia nel momento in cui l’unità europea viene indicata come
obiettivo politico non rinviabile alle future generazioni, alla cui
conquista indirizzare nell’immediato tutti gli sforzi.
Voci autorevoli e inascoltate _ in Italia quella di
Luigi Einaudi _ si erano levate dopo la prima guerra mondiale a
denunciare la illusorietà di ogni ipotesi fondata su una funzione
demiurgica della Società delle Nazioni. Il tema era ritornato attuale ed
era stato ripreso all’indomani della capitolazione di Monaco dai
federalisti inglesi che ne avevano fatto oggetto di studi, di
discussioni e di dibattiti di qualità culturale assai alta, producendo
testi alcuni dei quali sono rimasti classici. Il tema dell’unità europea
aveva avuto posto di rilievo nella pubblicistica degli esuli di tutta
l’Europa fascistizzata. Mi limito a ricordare, in omaggio al suo
martirio, l’ebreo viennese Rudolf Hilferding, uno dei maggiori teorici
della socialdemocrazia, esule a Parigi e qui raggiunto e assassinato in
carcere dalla Gestapo nel 1941.
Su altro piano c’era stata tra le due guerre l’opera
svolta dal movimento di Pan-Europa di Coudenhove-Kalergy, confuso nelle
idee e dilettantesco nell’azione, ma che comunque aveva fatto da
importante cassa di risonanza della idea dell’unità europea. C’era stata
anche la velleitaria iniziativa di un Presidente del Consiglio francese,
Aristide Briand, alla vigilia dell’avvento del nazismo al potere. C’era
stata, e qui il legame con la Resistenza è diretto, la lucidissima
appassionata denuncia di Carlo Rosselli della natura, ormai
internazionale del fascismo, animato da un impulso irresistibile
incontrastato dal torpore miope e vile delle democrazie che avrebbe
ineluttabilmente provocato la guerra, ove a precorrerla non ci fosse
stata la rivoluzione antifascista europea. Il suo vibrante commento alla
sanguinosa e sanguinaria repressione della Comune di Vienna, la sua
partecipazione alla guerra di Spagna danno la motivazione etica e
politica della necessità di condurre contro il nazifascismo una lotta a
oltranza.
Dietro questi episodi c’è, soprattutto, in funzione di
forcipe, l’occupazione nazista di gran parte dell’Europa che ha resi
scoperti i metodi e chiari i fini che il Reich hitleriano si propone. Ne
restano colpiti non soltanto coloro i quali avevano guardato con
indulgenza ai fascismi di casa d’altri, ma anche quelli che avevano
visto in essi i portatori di una formula risolutiva della lotta di
classe, che avevano guardato con simpatia alle loro ideologie e anche ai
loro miti. Una decantazione avviene nel filofascismo europeo che, in
breve volgere di tempo, isolerà sempre più politicamente e moralmente in
ogni paese il collaborazionismo. La guerra in atto _ è questo il fatto
nuovo _ non è più guerra tra nazioni o blocchi di nazioni per l’egemonia
sul continente ma scontro incomponibile tra due concezioni del mondo. I
valori espressi dalle grandi componenti storiche della civiltà europea,
vilipesi e negati dai nazisti, tornano alla loro funzione originaria,
per essi si accetta _ non è retorica _ il martirio. Celui qui croyait
au ciel, celui qui n’y croyait pas lo accettarono in concordia di
intenti. Un uomo solitamente alieno dall’enfasi quale fu Luigi Einaudi
parlerà della spada di Satana contro la spada di Dio.
Questo spiega perché i combattenti della Resistenza
affrontano le logoranti prove della cospirazione, dell’attività
clandestina, che non conosce l’impeto esaltante dello scontro aperto, ma
l’angoscia senza speranza che ti viene dalla notizia del compagno
arrestato, ma l’incubo senza pause dell’uomo in nero che batte,
notturno, alla tua porta di casa o ti afferra nella strada e ti porta in
una camera di tortura dove dovrai scegliere se morire o tradire.
Esistono della Resistenza, come di ogni evento che
abbia inciso profondamente e durevolmente nella storia, interpretazioni
diverse sulle quali il dibattito è ancora tutto aperto. Ma mutila e
angusta risulta ogni interpretazione che non prenda in esame come dato
storicamente documentabile e documentato la natura dell’ethos politico
che nasce dalla Resistenza e la sua dimensione europea. È questo il
fattore che investe la sfera delle ideologie e delle culture. Ne esce
sconvolta l’idea stessa dello Stato nazionale e dei principi e delle
norme etiche che vi si connettono: amore per la patria e fedeltà allo
Stato che formalmente la rappresenta cessano di coincidere, la scelta
della causa per la quale battersi è svincolata dalle leggi fin lì
osservate. La congiura contro Hitler del luglio del ’44 parte
dall’interno della casta militare tedesca e ha motivazioni che sono
patriottiche, ma è un patriottismo riportato a un’etica che non è più
quella cupa e chiusa del soldato, è dell’uomo.
La documentazione su questo fenomeno fin qui raccolta
è assai vasta _ mi piace qui ricordare con gratitudine il nome di Walter
Lipgens che ha condotto, organizzato e diretto in questo campo un
imponente e prezioso lavoro di ricerca _ e riguarda gruppi idealmente e
politicamente qualificati, in grado di lasciar traccia delle proprie
idee. Tra questi, ciascuno attingendo alla propria tradizione,
rapidamente maturano le proposte circa l’ordine che l’Europa deve darsi
perché la ricostruzione del continente devastato non sia ancora una
volta una pausa tra una guerra e l’altra. E tutti convergono
nell’identificare nello Stato nazionale, nelle ideologie che esso
alimenta, nelle autarchie in cui esso si chiude la causa permanente
delle carneficine che periodicamente insanguinano l’Europa.
Fino a qual punto tali orientamenti esprimano tendenze
almeno potenzialmente di massa è difficile documentarlo, data anche la
diversità delle tradizioni nazionali, nonché delle esperienze cui sono
sottoposti i popoli via via caduti sotto la dominazione nazista, dalla
Francia alla Danimarca, dalla Jugoslavia all’Italia.
Io ho il personale ricordo _ mi è già capitato di
raccontarlo altre volte _ di un soldato tedesco che nel febbraio del
1945 approdò alla mia formazione partigiana brandendo una fotografia,
quella della sua famiglia, tutti morti sotto un bombardamento. Suo
padre, aggiunse poi, era stato ucciso nella prima guerra mondiale. La
motivazione politica tra noi prevalente era quella di sbarazzare
l’Italia dai fascisti e di liberarla dai tedeschi; ammiravamo, per quel
poco che si riusciva a saperne da Radio Londra, la Resistenza jugoslava
ma trepidavamo per la sorte di Trieste che stava particolarmente a cuore
al nostro comandante militare, piemontese, monarchico, tenente
colonnello dei carabinieri, Edoardo Alessi, caduto poi in combattimento
alla vigilia della Liberazione. Di frontiere aperte e di solidale
collaborazione tra i popoli ci parlava invece il commissario politico,
piemontese anche lui, "giellista", Plinio Corti, senza tuttavia
spingersi, a mia memoria, alle audacie del federalismo. C’era arrivato
invece il soldato tedesco: abbattimento delle frontiere, eliminazione
delle dogane, abolizione dei passaporti, scioglimento delle armate
nazionali, costituzione di un governo come quello degli Stati Uniti.
Nelle lunghe notti di montagna del problema discutemmo a lungo in una
piccola internazionale della quale facevano parte un polacco, due
francesi e alcuni paracadutisti americani e tutti convenimmo che era
quella la soluzione da adottare.
Resta vero che la motivazione patriottica è dovunque
quella prevalente e in un paese come la Francia essa resta intrisa di
nazionalismo nelle due correnti che avranno nella Resistenza il maggior
peso, quella gollista e quella comunista, gravata, quest’ultima,
dell’onere di riscattarsi dell’imbarazzato filonazismo cui era stata
costretta dal patto Hitler-Stalin. Ma è un patriottismo, anche questo
depurato, nel quale la dissociazione tra Nazione e Stato e comunque in
qualche misura penetrata e con essa, scaturita dai fatti, l’idea che il
nemico non è più lo straniero in quanto tale, che il nemico può
appartenere alla nostra stessa nazione, può parlare la nostra stessa
lingua, il nostro stesso dialetto. Ci troviamo, in sostanza, di fronte a
uno di quei momenti ricorrenti nella storia nei quali esperienze
collettivamente sofferte e accumulatesi negli anni esplodono
apparentemente d’improvviso, frustano intelligenze e coscienze, fino a
segnar l’inizio di un nuovo ciclo storico.
Io ho avuto il privilegio di essere stato in rapporto
di amicizia e di collaborazione con Altiero Spinelli che l’esperienza
federalista ha vissuto per intero e sempre da protagonista e di aver
potuto discutere con lui di questo problema che trovo storicamente
affascinante e anche carico di suggestive implicazioni politiche.
La sua convinzione di allora, espressa del resto più
volte nei suoi scritti, confermata da documenti e lettere di quegli anni
che stanno per veder la luce, era che la guerra avesse creato le
condizioni minime indispensabili per la rivoluzione federalista.
L’esperienza leninista _ in Lenin e in Machiavelli egli riconosceva i
suoi maestri _ gli aveva suggerito i criteri di interpretazione di una
realtà che andava radicalmente trasformata. Il sistema fondato sugli
Stati nazionali, come per Lenin quello fondato sull’ordine
capitalistico, era giunto alla fase della sua estrema degenerazione per
cui non poteva più essere riformato, doveva essere abbattuto. Il metodo
doveva essere quello della conquista, uno dopo l’altro, dei tanti
palazzi d’inverno quante erano le capitali d’Europa. Refrattario alle
mitologie referendarie, egli era consapevole, già allora, che non
esistevano maggioranze federaliste, come _ teneva a chiarire _ non
esistevano maggioranze bolsceviche nella Santa Russia del 1917. Ma, come
allora il regime zarista, gli Stati nazionali non avrebbero trovato
combattenti disposti a difenderli da un assalto di audaci minoranze
rivoluzionarie.
Eugenio Colorni ipotizza il passaggio per una fase
analoga a quella dell’Italia tra il 1859 e il 1860, quando via per crisi
interna sotto la spinta di una forza esterna i vecchi Stati italiani
erano crollati ed era nato lo Stato unitario.
Era stato per questo, e non soltanto per liberare
l’Italia dai tedeschi che Spinelli, appena liberato dal confino,
costituendo a Milano il movimento federalista, prima ancora
dell’armistizio, aveva lanciato l’appello alla lotta armata, invitando i
suoi compagni a rimanere nelle formazioni politiche cui appartenevano _
il Partito d’azione ne raccoglieva il maggior numero _ operando quali
cellule rivoluzionarie in vista dell’azione da promuovere non appena il
cannone avesse cessato di tuonare.
Non tutto l’europeismo federalistico ebbe altrettanto
originali e temerari interpreti, ma comune a tutti i suoi militanti è la
convinzione che la costruzione degli Stati Uniti d’Europa è l’obiettivo
politico delle generazioni che sono state protagoniste della lotta
contro il nazifascismo e non dei loro figli o nipoti.
Ma il federalismo resistenziale si trovò a dover fare
i conti, già nel corso della guerra con la politica di cui Yalta è
diventata il simbolo e, subito dopo, con la ripresa di vita e di
vitalità degli Stati nazionali dati frettolosamente per demoliti e con
la divisione dell’Europa e con la guerra fredda. Dovrà fare i conti col
problema tedesco: le atroci piaghe che le armate di Hitler hanno
lasciato sul corpo d’Europa sono tali che la distinzione tra tedeschi e
nazisti, necessaria perché la Germania venga ammessa a pieno titolo e
col ruolo che le compete, nella "casa comune" suscita ancora sentimenti
di ripulsa nei popoli che troppo spesso hanno visto la Wermacht
gareggiare in ferocia con le SS. Il fallimento della CED, la Comunità
Europea di Difesa, alla quale lo stesso Spinelli aveva legate le proprie
speranze per il "salto" all’Europa politica sarà in larga misura
determinato dalla paura di rivedere il tedesco in armi.
Su altro versante il federalismo si scontra con la
sordità delle grandi "famiglie politiche" e con l’avversione, proclamata
e teorizzata dei comunisti, forti, soprattutto in Francia e in Italia,
del prestigio conquistato a prezzo di sangue nella lotta antifascista,
delle vittorie dell’Armata rossa, del consenso delle avanguardie
operaie. La parola d’ordine degli Stati Unti d’Europa era dottrinalmente
inquinata di trotzkismo; politicamente contrastante con gli interessi di
potenza dell’URSS staliniana, rimasta l’indiscussa patria dei proletari
di tutto il mondo; era, aggiornata ai tempi, la nuova ambigua formula di
copertura della tradizionale politica delle borghesie europee nei
confronti del paese della rivoluzione.
L’europeismo federalistico resta perciò cristiano,
liberale e socialista, ma le rispettive rappresentanze politiche di
quelle tradizioni ideali non lo levano e non lo leveranno a bandiera.
È per queste ragioni che esso arriva già battuto alla
fine della guerra. L’ambizioso disegno di costruire sulle rovine della
guerra una Europa libera e unita si allontana indefinitamente nel tempo.
Il movimento accusa il colpo e si divide tra massimalisti e
possibilisti, tra dottrinari e pragmatici, ma tuttavia non si estingue.
La forza di una idea, diceva Spinelli, è dimostrata dalla sua capacità
di resistere a ogni sconfitta. Il nucleo federalista regge alla prova,
elabora una politica per i tempi lunghi adeguandola via via
all’imprevedibile mutare delle situazioni, conduce un’agitazione
ininterrotta. Ad esso si deve quel tanto di autenticamente europeo che è
penetrato nel processo di integrazione. A simbolo, fuori di ogni
concessione ai sentimenti, può esserne assunta la figura di Altiero
Spinelli, la cui azione comincia col Manifesto, continua nei decenni
successivi, per trovare il propri coronamento nella battaglia della
quale è ideatore e organizzatore, stratega e tattico, che si concluderà
con un voto di larga maggioranza a favore del progetto di unione
politiche che i governi rifiuteranno di far proprio. E voglio in questa
sede associare al suo nome quello del suo maggior collaboratore, Luciano
Bolis, di recente scomparso, il partigiano che si tagliò la gola nel
timore di non reggere alle torture e che, miracolosamente scampato alla
morte, dedicò da allora tutta la sua passione, tutte le sue energie,
tutta la sua intelligenza alla causa del federalismo.
Il processo di integrazione europea quale storicamente
si è sviluppato ha risentito dell’influsso dei valori e delle idee
maturati nella Resistenza, ne ha tratto alimento, ma non ne è stato
pervaso, non ne ha fatto la forza motrice.
Il primo impulso a quello che potremmo definire
l’"europeismo reale" venne dall’esterno, dagli Stati Uniti e i primi
stimoli a che prendesse movimento furono quelli della grande fame e
della grande paura _ il piano Marshall, il patto di Bruxelles. La sua
ideologia politica è stato l’atlantismo e non l’europeismo, la sua
dottrina di funzionalismo e non il federalismo, i suoi metodi quelli
della tecnocrazia e non della democrazia. I "realisti" hanno subita e
non voluta la nascita del Parlamento europeo, ne hanno compressi al
massimo i poteri, hanno ritardato il più possibile la sua legittimazione
formale e sostanziale da una elezione a suffragio universale diretto,
hanno disatteso il voto solenne di quel Parlamento per l’unione
politica, nella convinzione che coi "piccoli passi", per atto di buona
volontà dei governi e delle loro burocrazie si potesse arrivare a quel
tanto di unità funzionalmente necessaria.
Il lavoro compiuto è stato indubbiamente imponente e
ha assicurato ai popoli europei decenni di pace interna e di prosperità.
Ma la Comunità economica non è diventata comunità politica e che cosa
questo abbia comportato e comporti lo si è visto con impressionante
drammatica evidenza nel momento in cui l’economia della opulenza e dello
spreco è apparsa irrimediabilmente erosa nelle sue basi, mentre
contemporaneamente il vecchio equilibrio internazionale veniva sepolto
sotto le macerie del muro di Berlino. L’Europa dei "realisti", l’Europa
di Maastricht, è entrata in crisi prima ancora di essere entrata in
funzione. È il risultato conseguente al fatto di avere ignorato che la
grande politica _ e il compito di costruire l’Europa era tale da esigere
una grande politica _ nasce dalla sintesi di momenti diversi _ quello
economico e giuridico, ma anche quello etico e dottrinale _ nessuno dei
quali è eliminabile senza provocare scompensi alla lunga rovinosi. Nasce
di qui, senza andar lontano nel tempo e nello spazio, la dissennata e
scempia condotta dei governi della Comunità di fronte alle tragedie
dell’Est europeo. È questo l’ambiente nel quale maturano i fermenti che
vanno ad alimentare fenomeni quali il "leghismo", che ha, come a suo
tempo il fascismo, connotati marcatamente nazionali, ma che è
espressione di tendenze presenti e operanti in tutta Europa, con una sua
carica dissociatrice e disgregatrice, gravida dei veleni del
settorialismo, del provincialismo, del microsciovinismo del razzismo.
Sarebbe ingenua e vana esercitazione retorica
contrapporvi il ritorno allo spirito della Resistenza.
Il nostro mondo di idee e di valori _ ne siamo
lucidamente consapevoli _ affonda le sue radici in un passato
irrevocabile. Le generazioni che ne furono partecipi si avviano alla
estinzione e loro solo dovere è quello di rimanere fedeli a se stesse e
ai loro compagni di allora.
Ma è proprio a questo punto che il passato, assurgendo
a storia, può sprigionare una nuova forza ideale, restaurando quel
circolo dialettico tra cultura storica e cultura politica vitale per
entrambe.
L’involuzione della vita politica italiana, che ne ha
devastato, con la violenza di un uragano l’etica e il costume, è andata
di pari passo con un revisionismo storiografico che ha indubbiamente
concorso all’allargamento della problematica e all’abbattimento di
chiusure manichee, proprie di una storiografia militante. Ma alle
interpretazioni ispirate a ideologie apertamente e appassionatamente
professate, altre interpretazioni ideologiche si sono venute
sostituendo, di segno opposto e alle chiusure manichee le aperture
pilatesche, quelle che espungono dalla storia il momento etico-politico
gabellando questo per rispetto della scientificità della ricerca. E di
cui si parte per insegnare dall’alto di cattedre cui c’è chi attribuisce
il dono della infallibilità, che i partigiani si resero anch’essi
responsabili di crimini, che la pratica delle lottizzazioni comincia coi
Comitati di Liberazione, che è giunta l’ora della pacificazione
equiparando chi si batté per la libertà e chi combatté sotto le insegne
della Repubblica di Salò, agli ordini dei nazisti, che va sepolta, senza
lapidi e senza lacrime, la Costituzione colpevole di esser nata dalla
Resistenza. Fa da coro una pubblicistica storiografica, che usa le
tecniche del giornalismo scandalistico, che estrapola e magari manipola
documenti, al fine di offuscare figure cui l’Italia democratica deve
gratitudine e rispetto. Mi torna in mente una sdegnata frase di Arturo
Carlo Jemolo: ci sono uomini condannati a vedere la realtà non soffusa
di nero ma insozzata di sporco.
Benedetto Croce che nella teoria e nella pratica della
storia ebbe il culto e assoluto il rispetto dell’Autonomia della
ricerca, non esitò a impugnare come arma la storia contro le
caricaturali deformazioni fascistiche dell’Italia liberale e a
contrapporre la sua Europa a quella dei nazionalismi scatenati.
Ricostruire scientificamente l’ethos politico della
Resistenza europea significa concorrere ad alimentare una cultura
politica languente per inedia, a dare a chi è impegnato nell’azione l’intellectum
necessario per intendere quale è la funzione che il nostro continente è
chiamato a svolgere in una fase potenzialmente gravida di soluzioni
diverse e opposte, tra le quali a prevalere sarà quella che avrà dalla
propria parte la più forte carica di volontà e di buone volontà. |