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L'internazionale
della montagna
di Gaetano
Arfè
Nel febbraio del 45 approdò
alla mia formazione partigiana sulle montagne della Valtellina un
soldato tedesco, che brandiva una fotografia, quella della sua famiglia:
tutti morti, ci disse, sotto un bombardamento. Non temeva più
rappresaglie e veniva a combattere con noi. Suo padre era caduto nella
prima guerra mondiale.
Il problema che si poneva e che ci pose, con disperata passione, era
quello di come impedire che ogni vent'anni un pugno di criminali
mandasse i popoli a scannarsi tra loro. E una risposta l'aveva trovata:
abbattere le frontiere, sciogliere gli eserciti, abolire le dogane,
eliminare i passaporti. Ne discutemmo nelle lunghe serate, nella baita
dove eravamo accampati, in una piccola internazionale dove c'erano, con
noi, due francesi, un polacco, aluni paracadutisti americani, calati a
istruirci sulle armi che ci avevano mandate, alpini di leva o reduci
della Russia. Nessuno di noi aveva mai sentito parlare di federalismo.
Ne avevano qualche vaga nozione, per esperienza diretta, gli americani e
quegli alpini, di casa nella Svizzera, contestatori abituali di
frontiere, dogane e passaporti, che in tempi di pace si dedicavano al
contrabbando di cioccolato e sigarette. Io ci portavo la lettura della
"Storia d'Europa" di Benedetto Croce che si chiudeva con la visione di
una Europa dove le antiche patrie fossero superate nella più grande
patria europea, unita nel segno della libertà. Alla fine convenimmo
tutti che il soldato tedesco aveva ragione e che bisognava costruire
sulle rovine della guerra gli Stati uniti d'Europa.
Eravamo vicini all'insurrezione quando arrivò il commissario politico
della nostra divisione "Giustizia e Libertà", il quale ci raccontò che
era stato Carlo Rosselli, assassinato dai "cagoulards" in Francia nel
1937, insieme al fratello Nello, su mandato del governo fascista, a
parlare di rivoluzione antifascista europea e di Stati uniti d'Europa
come sola alternativa alla guerra e alla dominazione nazista sul
continente. Ci informò anche che dall'isola di Ventotene dei compagni,
lì deportati, avevano lanciato un manifesto per la Federazione europea,
che uno di essi era stato ucciso a Roma, che altri stavano lavorando per
intessere una rete che coinvolgesse tutti i movimenti di resistenza
d'Europa. Da lui sapemmo che pochi giorni prima dell'armistizio era
stato fondato a Milano il Movimento federalista europeo, che aveva
lanciato il primo appello alla lotta armata, indicando un duplice
obiettivo: la liberazione dell'Italia e l'abbattimento degli stati
nazionali per dar vita agli Stati uniti d'Europa.
Il caso del soldato tedesco l'ho raccontato altre volte perché contiene
in sè una lezione di metodologia storica esemplare.
Esistono e operano nella storia idee destinate a rimanere nella sfera
delle utopie, altre che si compongono in dottrine e alimentano
ideologie, ma le idee diventano forze operanti nel momento in cui esse
si saldano con esperienze reali di grandi masse, danno criteri per
interpretare la realtà in cui si vive, consentono di identificare degli
obiettivi, creano un'etica per la quale val la pena di battersi. Questo
era avvvenuto sul calare del secolo scorso col propagarsi delle dottrine
e delle idealità socialiste. Questo avviene nella seconda guerra
mondiale. Il risultato è che amor di patria e fedeltà dello stato cui si
appartiene cessano di coincidere. In tutti i paesi dell'Europa occupata
resistenti e collaborazionisti combattono in nome di principi che hanno
in sé i germi del superamento del principio dello stato nazionale. Il
federalismo europeistico non diventa per questo ideologia di massa, ma
non lo è più il culto della sovranità illimitata dello stato nazionale.
Il processo di integrazione europea, con tutti i suoi limiti e le sue
ancora insuperate contraddizioni, ha potuto svolgersi perché questa
rivoluzione culturale c'era stata.
Di unità europea si era molto parlato nel corso dell'Ottocento, ma non
si era andati al di là di auspicii proiettati verso un futuro
indefinito. A dare consistenza all'idea è la "inutile strage" della
prima guerra mondiale. L'idea degli Stati uniti d'Europa cominciò allora
a prender forma nell'ambito del pacifismo socialista e della ideologia
wilsoniana, quella di cui si fa banditore il presidente Wilson, fondata
sul principio dell'autodeterminazine dei popoli e della solidale
collaborazione tra loro, istituzionalizzata nella Società delle Nazioni.
A proporre la parola d'ordine degli Stati uniti socialisti d'Europa
quale tappa sulla via della rivoluzione mondiale è, invece, Trotzky,
contestato da Lenin che considera la formula utopistica o reazionaria. A
condannarla sarà Stalin, in nome della tesi del socialismo in un paese
solo. In Italia fu un economista liberale, futuro presidente della
Repubblica, Luigi Einaudi, a scrivere che l'unità europea - era stato
questo uno dei motivi toccati anche da Trotzky - era resa necessaria dal
bisogno delle forze produttive di sbarazzarsi dei ceppi costituiti dagli
stati nazionali sovrani, a sostenere che la Società delle Nazioni
sarebbe stata inesorabilmente condannata all'impotenza, a prevedere che,
ove non si fosse costruita una Europa federata, una seconda guerra
mondiale sarebbe stata inevitabile. Anche Hitler, commenterà poi, era
stato interprete di questa esigenza, ma brandendo la spada di Satana.
L'avvento di Hitler rende attuale la previsione di Einaudi. Tra gli
italiani il primo a prenderne atto è Carlo Rosselli, avventurosamente
evaso, con Emilio Lussu e Fausto Nitti dall'isola di deportazione di
Lipari e riparato a Parigi. In un articolo intitolato "la guerra che
torna" egli scrive che in mancanza di un auspicabile, ma sicuramente
imprevedibile intervento militare preventivo delle democrazie europee
contro la Germania nazista, il fascismo, fenomeno ormai a dimensione
europea, sarebbe partito all'assalto dell'Europa. La salvezza sarebbe
stta possibile solo mobilitando i popoli: "Non esiste, per la sinistra
europea, altra politica estera. Stati Uniti d'Europa: assemblea europea.
Il resto è flatus vocis'. Il resto è catastrofe".
La corsa tra guera e rivoluzione è aperta e la posta in gioco è la
sopravvivenza della civiltà europea.
La resistenza armata degli operai socialisti di "Vienna la rossa" alla
aggressione del clerico-fascismo di Dollfuss, pagata coi massacri,
capestri e fucilazioni, la risposta del popolo spagnolo alla sedizione
franchista - Rosselli è il primo ad accorrere sul fronte di Spagna con
una "colonna" da lui organizzata - la svolta antifascista della
Internazionale comunista, fin lì arroccata sulla tesi della equivalenza
di socialismo e fascismo, lo indurranno a credere che la rivoluzione
antifascista europea sia possibile e che protagonista possa esserne il
proletariato politicamente unito, nel rispetto delle reciproche
autonomie, alleato a quelle avanguardie intellettuali che non hanno
tradito né capitolato.
Ma nella corsa tra guerra e rivoluzione è la guerra a vincere.
Il tema dell'unità europea ritorna in quel rovente crogiuolo di idee che
è la Resistenza. L'anno della prima fioritura è il 1941.
La maggior parte dei paesi d'Europa ha sentito sulle proprie carni la
ferocia del morso nazista, la incrollabile resistenza inglese alla
micidiale offensiva aerea di Goering ha infranto il piano hitleriano
della guerra-lampo e ha incrinato il mito della invincibilità tedesca.
Nella ideologia della Resistenza la componente patriottica è dovunque
assai forte - le lettere dei condannati a morte di tutta l'Europa lo
confermano -, ma è un patriottismo ideologicamente depurato perché
dovunque penetrato dall'idea, frutto delle esperienze vissute, che il
nemico può parlare la nostra stessa lingua e che il compagno può essere
figlio di una nazione diversa dalla propria. E' un'idea che penetra
finanche dentro la casta militare tedesca. Il complotto contro Hitler
sfociato nell'attentato fallito dell'agosto del 1944 è opera di
ufficiali che hanno altissimo il senso della patria e dell'onor militare
e che affrontano le torture e la morte, nella coscienza di servire la
loro patria.
La proposta federalista non contrasta col patriottismo, ne è per certi
aspetti, la più alta espressione.
Ha un suo significato il fatto che i primi documenti partono dalla
Germania e dall'Italia, i due paesi dove dominante è il problema di
reinserire i rispettivi popoli nella comunità internazionale. Ma il
federalismo penetra e circola in tutti i gruppi della Resistenza europea
come risposta al problema del destino della Germania nell'Europa del
dopoguerra.
Le ipotesi sono riducibili a due: una pace di vendetta contro la nazione
tedesca che miri a renderne impossibile la rinascita per tempi
indefiniti; un suo innesto in un contesto istituzionale a dimensione
continentale che la renda parte organica di una comunità di popoli
liberi.
Nella primavera del 1941 dal "circolo di Kreisau" dove confluiscono
esponenti della opposizione liberale, cattolica e socialista intorno al
conte Halmuth von Moltke, nasce il primo documento federalista. La
premessa è di natura etica: il nazismo si è rivelato come l'incarnazione
del Male ed è imperativo morale adoperarsi per combatterlo, stringendo
intese con tutte le forze che gli si oppongono. Il solo modo per
evitarne il ritorno è quella di europeizzare la Germania inserendola in
un ordinamento federale ispirato ai principi del socialismo. Moltke
finirà nelle mani della Gestapo e sarà ucciso insieme ad alcuni dei suoi
amici.
Segue, a distanza brevissima, il Manifesto di Ventotene, che nasce
dall'incontro di tre giovani antifascisti deportati Eugenio Colorni,
Ernesto Rossi e Altiero Spinelli e che si distingue nella letteratura
federalistica resistenziale per la sua organicità e la sua compiutezza.
Colorni è un filosofo, grande studioso di Leibniz, aperto alla
speculazione sui problemi della filosofia quale metodologia della
scienza, - i suoi scritti sono stati pubblicati, con una appassionata
introduzione, da Norberto Bobbio - la sua milizia politica clandestina
ha avuto inizio nelle file di "Giustizia e Libertà", ha diretto il
centro interno Socialista, organizzato da Rodolfo Morandi e decapitato
dalla polizia. Ebreo, il suo arresto era stato presentato dalla stampa
fascista come prova del complotto "giudaico" contro il regime. Animatore
e organizzatore, nella Roma occupata, delle squadre d'azione socialiste,
redattore dell'"Avanti", clandestino, sarà ucciso dai fascisti della
banda di Koch alla vigilia della Liberazione di Roma. Nella discussione
egli porta il respiro del cosmopolitismo ebraico e la tradizione
dell'internazionalismo socialista, calato dal limbo delle dottrine nella
realtà dell'Europa in guerra.
Rossi è un allievo di Einaudi, figlio prediletto di Gaetano Salvemini,
amico fraterno di Carlo Rosselli. Con loro ha fatto nascere il primo
foglio clandestino antifascista il "Non Mollare", è stato tra i
fondatori del movimento "Giustizia e Libertà", è finito a Ventotene dopo
lunghi anni di galera. In lui è rimasto operante il ricordo degli
scritti di Einaudi e suo tramite egli prende conoscenza degli scritti
dei federalisti inglesi degli anni Trenta, tra i qualli spiccano le
figure di Lord Lothian e di Lionel Robbins.
Spinelli proviene dalle file della cospirazione comunista.
Dirigente clandestino della federazione tornerà in libertà dopo circa
diciassette anni. Aveva abbandonato il partito comunista, conservando
certi tratti propri del bolscevico: il rigore ideologico, la tendenza al
settarismo associata a una spregiudicata duttilità tattica, il freddo
coraggio. I suoi maestri, nel pensiero e nell'azione - è una non casuale
analogia con Gramsci - sono Machiavelli e Lenin. Leniniano è lo schema
interpretativo che egli applica all'Europa: il sistema fondato sulla
sovranità assoluta dello stato nazionale è giunto alla fase della sua
estrema degenerazione, non può essere riformato, deve essere rovesciato
e non per preventivo consenso di maggioranze ma per iniziativa di un
gruppo dirigente coeso, ferreamente disciplinato, capace di scatenare e
guidare una iniziativa rivoluzionaria.
Il testo del manifesto, trascritto su cartine per sigarette e nascosto
nelle viscere di un pollo, fu portato a Roma da Ursula Hirschmann, una
giovane socialista tedesca, moglie di Colorni - sarà poi la moglie di
Spinelli e la compagna di tutte le sue lotte - e sarà Colorni a curarne
la prima edizione clandestina, che uscirà con una sua introduzione.
Tradotto in più lingue, il manifesto varcherà la frontiera.
A partire da qui la fioritura federalista si espande, rigogliosa e
ininterrotta, in ogni paese dell'Europa occupata.
Mi limiterò a ricordare, in Francia, il gruppo che si raccoglie intorno
a Silvio Trentin, padre di Bruno, giurista e filosofo del diritto, che
sintetizza il proprio programma nel motto "Libérée et Fédérer" e che
propone, a un livello teorico non più toccato, una soluzione
autonomistica e federalistica che dall'ordine internazionale si articoli
in una nuova organizzazione della società e dello Stato: una grande
lezione ignorata dal dilettantesco e strumentale dibattito del giorno
d'oggi.
In Germania c'è l'episodio della "Rosa Bianca", legato al nome di due
giovani fratelli, Sophie e Hans Scholl, del loro professore Kurt Huber e
di un piccolo gruppo di studenti loro amici, che finiranno decapitati
dalla scure del boia per aver diffuso volantini coi quali si invitava
alla lotta contro il regime nazista e per la costruzione di una Europa
libera e unita.
Per la federazione si pronuncia un convegno clandestino di
rappresetnanti della Resistenza europea promosso da Spinelli. Un appello
europeistico parte dal campo di sterminio di Buchenwald.
Notava Gramsci che la storia non si fa coi "se", ma che i "se" possono
aiutare a capire la storia. Il gioco delle ipotesi su quello che "poteva
essere" può far luce su quello che è stato.
La Resistenza proponeva una Europa federata per eliminare ogni causa di
futuri conflitti e risolvere, fuori di ogni spirito di vendetta, il
problema tedesco; proponeva un'Europa politicamente unita perché essa
divenisse fattore di equilibrio nell'ordine internazionale, sede di
pacifico confronto e di feconda sintesi tra i due sistemi che si
fronteggiano, quello sovietico e quello americano.
Questa proposta fu battuta a Yalta, prima ancora che la guerra finisse,
dalla logica di potenza che avviò la spartizione del continente,
regalando al mondo, nel segno del realismo politico, la guerra fredda e
quel che ne è seguito.
Il processo di integrazione europea, per quello che rispondeva a
esigenze incontrastabili, è andato avanti, ma ha avuto la sua prima
spinta dal governo americano e ha tratto il suo primo impulso da fattori
negativi - la "grande fame": il piano Marshall; la grande paura: il
patto atlantico. La dottrina che lo ha guidato non è stata quella del
federalismo, ma del "funzionalismo" - della cooperazione
istituzionalizzata in settori ritenuti di importanza strategica, ma
limitatamente alla sfera economica. La sua ideologia è stata quella
dell'atlantismo e non dell'europeismo. La grande politica è stata
delegata agli Stati uniti. I risultati sono sotto i nostri occhi: nella
paurosa crisi che investe l'intero pianeta, l'Europa brilla, direbbe
Nenni, per la sua latitanza.
L'Europa della Resistenza è ancora tutta da costruire.
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