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"Fucilate il
soldato Angelo"
L'ultimo
articolo di Eugenio Colorni, martire antifascista ucciso prima
dell'arrivo degli alleati
di Sandro
Gerbi
Nessuno, nemmeno Leo Solari, suo ultimo compagno di lotta, sa dire
perché Eugenio Colorni abbia voluto esporsi al pericolo mentre nella
capitale giungeva ormai l'eco ininterrotta dei cannoneggiamenti sul
fronte di Anzio e "radio fante" dava per imminente l'arrivo degli
anglo-americani. La mattina del 28 maggio 1944, "Angelo"
-
questo il suo nome di battaglia
-
circolava con due amici dalle parti di piazza Bologna e aveva con sé un
pacco di opuscoli socialisti. A un certo punto, i tre si accorsero di
essere pedinati e si divisero. Due militi della fascista Banda Koch
puntarono su Colorni e gli intimarono di mostrare i documenti. Al suo
cenno di fuga, spararono tre volte, dapprima alla schiena, poi
frontalmente. Il proiettile all'addome fu fatale. Trasportato
all'ospedale San Giovanni e operato d'urgenza, "Angelo" morì due giomi
dopo, il 30 maggio, esattamente sessant'anni fa, con i soldati alleati
ormai alle porte di Roma. Lasciava una moglie, Ursula Hirschmann, poi
sposa di Altiero Spinelli, e tre bambine.
Aveva
solo 35 anni ma, dopo essersi laureato a Milano con il filosofo Pietro
Martinetti, era già un apprezzato studioso di Leibniz, con forti
interessi in campo matematico e psicanalitico. Responsabile del "centro
interno" del partito socialista, condannato nel '38 a cinque anni di
confino, aveva collaborato con Ernesto Rossi e Altiero Spinelli alla
stesura del «Manifesto di Ventotene» (1941), documento fondante dei
federalisti europei. Durante i nove mesi dell' occupazione nazista di
Roma, si era impegnato attivamente alla Resistenza con il ricostituito
partito socialista (Psiup), diventando anche redattore-capo dell'
«Avanti!» clandestino. Commemorandolo un mese dopo la morte, nella città
ormai liberata, Giuseppe Saragat avrebbe ben descritto il suo carattere:
«Come in tutti gli spiriti originali, c'erano in lui allo stesso tempo
un candore di fanciullo e un'intransigenza di distruttore di idoli». Gli
sarebbe stata conferita la medaglia d'oro alla memoria.
L'articolo che qui sotto pubblichiamo è uno degli ultimi di Colorni. Lo
scrisse alla fine di marzo del ‘44, per ricordare la luminosa figura di
Giuseppe Lopresti, anch'egli medaglia d'oro, già suo stretto
collaboratore nella Resistenza (con il futuro storico Claudio Pavone),
arrestato il 13 marzo e trucidato il 24 alle Fosse Ardeatine, dopo
orrende torture nella prigione di via Tasso. L'articolo però uscì solo
in agosto, sempre sull' «Avanti!», per evitare che la famiglia della
vittima venisse informata attraverso le colonne del giornale. Colpisce
ancor oggi l'abbraccio delle due generazioni, quella del "vecchio"
antifascista Colorni e quella del "giovane" Lopresti, nato sotto il
regime e quindi guardato all'inizio con legittimo sospetto. E colpisce
la frase finale, perfetta anche per Colorni, sulla mancanza da parte dei
fascisti della «levatura morale» necessaria per capire «di quali valori
umani, di quali ricchezze spirituali coi loro ciechi colpi ci privano».
P.S. I
due assassini di Colorni sono stati condannati a morte in contumacia
dopo la guerra e poi amnistiati, come tutti. Uno di loro si è trasferito
in Sicilia, dove ha messo su famiglia e aperto uno spaccio di frutta e
verdura. Fino a pochissimi anni fa era ancora vivo e vegeto.
"Omaggio a
Lopresti"
di Eugenio
Colorni
dall’«Avanti!»
del 19 agosto 1944
Vi sono
parole che abbiamo ritegno di adoperare a proposito di Giuseppe Lopresti,
solo perché troppo usate nella pietosa retorica dei necrologi. Egli era
veramente - e non solo oggi dopo il suo martirio - il migliore, il più
serio, il più sensato, il più profondamente puro dei nostri giovani.
Aveva 25 anni. Laureato in giurisprudenza, iscritto al secondo anno di
filosofia, di una intelligenza aperta a ogni problema della cultura, con
un appassionato interesse per i problemi religiosi, si può dire che
tutte le vie gli erano aperte.
Si era
avvicinato a noi con estrema naturalezza, come a una compagnia a cui
avesse da lungo tempo appartenuto. Non sentimmo in lui un'ombra di
lontananza e di distacco, per il fatto che era cresciuto in clima
fascista. In lui cominciammo ad apprezzare e ad amare questa
meravigliosa nuova generazione che oggi combatte al nostro fianco, e
che sembra passata come per incanto attraverso i venti anni di fascismo,
senza insozzarsene; riportandone anzi un più profondo bisogno di vita
intensamente e coscientemente vissuta. Beppe ci aveva avvicinato a
questo mondo dei giovani cui siamo ormai così indissolubilmente
legati; di questo mondo egli era, in qualche modo, il portavoce e il
simbolo.
Nella
nostra organizzazione militare si era immediatamente distinto come uno
degli elementi più sicuri ed efficienti. Gli erano stati affidati
incarichi di estrema fiducia. Benché giovane, benché da poco tempo a
contatto con noi, era uno dei nostri capi. E a queste difficili e
rischiosissime mansioni sopperiva con totale tranquillità, senza la
minima presunzione, con quella modesta allegria che è propria dei forti,
cioè degli uomini che hanno la coscienza tranquilla. L'obbligo di
sacrificarsi e di fare totale gettito della propria persona, era per lui
qualche cosa di evidente, su cui non era neppure il caso di discutere.
E lo dimostrò sotto la tortura nazista, assumendo su di sé anche tutta
la responsabilità degli altri.
Lo
avevamo visto pochi minuti prima del suo arresto, preoccupato per una
situazione che andava aggravandosi, intento a prendere tutte le
disposizioni per salvare ciò che poteva ancora essere salvato. Non
potremo mai dimenticare il suo volto attento e pensoso già presago
della morte che lo attendeva.
I
fascisti godono delle loro inumane vendette: ma c'è una cosa che non
sapranno mai, perché non hanno la levatura morale necessaria per
comprenderla: cioè di quali valori umani, di quali ricchezze spirituali
coi loro ciechi colpi ci privano. Ma questo che è il motivo del nostro
cocente dolore, è anche il nostro massimo titolo di orgoglio.
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