Pubblicato sul dossier de "IL SOLE-24 ORE" di Domenica 30 maggio 2004 dedicato alla Liberazione di Roma del 1944         

 

 

"Fucilate il soldato Angelo"

 

L'ultimo articolo di Eugenio Colorni, martire antifascista ucciso prima dell'arrivo degli alleati

 

di Sandro Gerbi

 

Nessuno, nemmeno Leo Solari, suo ultimo compa­gno di lotta, sa dire perché Eugenio Colorni abbia voluto esporsi al pericolo mentre nella capitale giungeva ormai l'eco ininterrotta dei cannoneggia­menti sul fronte di Anzio e "radio fante" dava per imminente l'arrivo degli anglo-americani. La mattina del 28 maggio 1944, "Angelo" - questo il suo nome di battaglia - circola­va con due amici dalle parti di piazza Bologna e aveva con sé un pacco di opuscoli socialisti. A un certo punto, i tre si accorsero di essere pedinati e si divisero. Due militi della fascista Banda Koch puntarono su Colorni e gli intimarono di mostrare i documenti. Al suo cenno di fuga, spararono tre volte, dapprima alla schiena, poi frontalmente. Il proiettile all'addome fu fatale. Trasportato all'ospedale San Giovanni e operato d'urgenza, "Angelo" morì due giomi dopo, il 30 maggio, esattamente sessant'anni fa, con i soldati alleati ormai alle porte di Roma. Lasciava una moglie, Ursula Hirschmann, poi sposa di Altiero Spinelli, e tre bambine.

Aveva solo 35 anni ma, dopo essersi laureato a Milano con il filosofo Pietro Martinetti, era già un apprezzato studioso di Leibniz, con forti interessi in cam­po matematico e psicanalitico. Responsabile del "centro interno" del partito socialista, condannato nel '38 a cinque anni di confino, aveva collaborato con Ernesto Rossi e Altiero Spinelli alla stesu­ra del «Manifesto di Ventotene» (1941), documento fondante dei federalisti europei. Durante i no­ve mesi dell' occupazione nazista di Roma, si era impegnato attiva­mente alla Resistenza con il ricostituito partito socialista (Psiup), diventando anche redattore-capo dell' «Avanti!» clandestino. Commemorandolo un mese dopo la morte, nella città ormai liberata, Giuseppe Saragat avrebbe ben descritto il suo carattere: «Come in tutti gli spiriti originali, c'erano in lui allo stesso tempo un candore di fanciullo e un'intransigenza di distruttore di idoli». Gli sarebbe stata conferita la medaglia d'oro alla memoria.

L'articolo che qui sotto pubblichiamo è uno degli ultimi di Colorni. Lo scrisse alla fine di marzo del ‘44, per ricordare la luminosa figura di Giuseppe Lopresti, anch'egli medaglia d'oro, già suo stretto collaboratore nella Resisten­za (con il futuro storico Claudio Pavone), arrestato il 13 marzo e trucidato il 24 alle Fosse Ardeatine, dopo orrende torture nella prigione di via Tasso. L'articolo però uscì solo in agosto, sempre sull' «Avanti!», per evitare che la famiglia della vittima venisse informata attraverso le colonne del giornale. Colpisce ancor oggi l'abbraccio delle due generazioni, quella del "vecchio" antifascista Colorni e quella del "giovane" Lopresti, nato sotto il regime e quindi guardato all'inizio con legittimo sospetto. E colpisce la frase finale, perfetta anche per Colorni, sulla mancanza da parte dei fascisti della «levatura morale» necessaria per capire «di quali valori umani, di quali ricchezze spirituali coi loro ciechi colpi ci privano».

P.S. I due assassini di Colorni sono stati condannati a morte in contumacia dopo la guerra e poi amnistiati, come tutti. Uno di loro si è trasferito in Sicilia, dove ha messo su famiglia e aperto uno spaccio di frutta e verdura. Fino a pochissimi anni fa era ancora vivo e vegeto.

 

"Omaggio a Lopresti"

 

di Eugenio Colorni

 

dall’«Avanti!» del 19 agosto 1944

 

Vi sono parole che abbiamo ritegno di adoperare a proposito di Giuseppe Lopresti, solo perché troppo usate nella pietosa retorica dei necrologi.  Egli era veramente - e non solo oggi dopo il suo martirio - il migliore, il più serio, il più sensato, il più profondamente puro dei nostri giovani. Aveva 25 anni. Laureato in giurisprudenza, iscritto al secondo anno di filosofia, di una intelligenza aperta a ogni problema della cultura, con un appassionato interesse per i problemi religiosi, si può dire che tutte le vie gli erano aperte.

Si era avvicinato a noi con estrema naturalezza, come a una compagnia a cui avesse da lungo tempo appartenu­to. Non sentimmo in lui un'ombra di lontananza e di distacco, per il fatto che era cresciuto in clima fascista. In lui cominciammo ad apprezzare e ad amare questa mera­vigliosa nuova generazione che oggi combatte al nostro fianco, e che sembra passata come per incanto attraverso i venti anni di fascismo, senza insozzarsene; riportandone anzi un più profondo bisogno di vita intensamente e coscientemente vissuta. Beppe ci aveva avvicinato a que­sto mondo dei giovani cui siamo ormai così indissolubil­mente legati; di questo mondo egli era, in qualche modo, il portavoce e il simbolo.

Nella nostra organizzazione militare si era immediata­mente distinto come uno degli elementi più sicuri ed efficienti. Gli erano stati affidati incarichi di estrema fiducia. Benché giovane, benché da poco tempo a contatto con noi, era uno dei nostri capi. E a queste difficili e rischiosissime mansioni sopperiva con totale tranquillità, senza la minima presunzione, con quella modesta allegria che è propria dei forti, cioè degli uomini che hanno la coscienza tranquilla. L'obbligo di sacrificarsi e di fare totale gettito della propria persona, era per lui qualche cosa di evidente, su cui non era neppure il caso di discute­re. E lo dimostrò sotto la tortura nazista, assumendo su di sé anche tutta la responsabilità degli altri.

Lo avevamo visto pochi minuti prima del suo arresto, preoccupato per una situazione che andava aggravando­si, intento a prendere tutte le disposizioni per salvare ciò che poteva ancora essere salvato. Non potremo mai di­menticare il suo volto attento e pensoso già presago della morte che lo attendeva.

I fascisti godono delle loro inumane vendette: ma c'è una cosa che non sapranno mai, perché non hanno la levatura morale necessaria per comprenderla: cioè di quali valori umani, di quali ricchezze spirituali coi loro ciechi colpi ci privano. Ma questo che è il motivo del nostro cocente dolore, è anche il nostro massimo titolo di orgoglio.