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Filosofia e
scienza
di Eugenio
Colorni
La rivoluzione kantiana, che può essere assomigliata a quella di
Copernico, consiste nell'accorgersi che quelle che gli uomini ritenevano
leggi oggettive del reale, sono tali solo perché gli uomini stessi
introducono in esse le torme del proprio intelletto. È un idolo
antropomorfico che Kant ha abbattuto. Può ora essere proseguita questa
rivoluzione?
Kant ha ammonito sull'impossibilità di uscire dalle torme
dell'intelletto, per attingere la cosa in sé. La filosofia post-kantiana
ha eliminato la distinzione fra fenomeno e noumeno, fra conoscenza e
realtà, mostrando che il concetto stesso di realtà in sé rientra nelle
forme dell'intelletto; che quindi non c'è una realtà fuori della
conoscenza.
Ma la scienza conosce un altro tipo di conoscenza diverso da quello
della filosofia. È la conoscenza intesa come padronanza di un processo.
Si conosce una cosa, quando si è capaci di costruirla, cioè di scomporla
e ricomporla. Di fronte al problema kantiano, la scienza non si è
domandata se si potesse o meno uscire dal mondo delle categorie, ma se
tale mondo non fosse modificabile; se non fosse possibile pensare con
categorie diverse da quelle note comunemente come tali.
E la risposta, non l'ha cercata in una dimostrazione di tale possibilità
- dimostrazione che avrebbe necessaria-mente presupposto la validità
delle categorie stesse che si volevano - ma cercando effettivamente di
modificare -per così dire - le teste degli uomini, di renderli cioè di
fatto capaci di pensare basandosi su concetti basilari diversi da quelli
fin allora usati.
Così la psicologia ha modificato profondamente tutte le categorie
morali, a partire dall'imperativo categorico e dal fenomeno stesso della
volontà, considerati non più come elementi primi e indecomponibili, ma
come formazioni estremamente evolute e complesse. Così lo studio della
mentalità dei popoli primitivi è stato condotto non più come al tempo
degli illuministi, per ritrovare in essi, m forma pura ed elementare, le
basi stesse della nostra ragione e della nostra moralità, ma anzi
piuttosto per vedere ciò che vi è in essi di radicalmente diverso da
noi: per cogliere le informazioni intellettuali e morali della nostra
civiltà nella loro origine prima, e per fermarci -per così dire - ai
bivii nei quali vediamo che gli sviluppi dell'animo umano hanno preso
una via, ma ne avrebbero potuta prendere anche un'altra, che li avrebbe
condotti a forme diverse da quella intorno alle quali si impernia
attualmente la loro vita. Così lo studio dei riflessi condi-zionati (Pavlov)
cerca di cogliere il fenomeno della volontà alla sua origine prima,
tentando di modificarlo, di deviarlo dalle vie per le quali è solito
addentrarsi.
Alla domanda se l'animo umano non potrebbe essere conformato
diversamente da come lo conosciamo, la filosofia risponde che le
categorie in base alle quali la domanda stessa viene posta sono
imprescindibili, in quanto ogni risposta non può venir data che
basandosi su di esse. La scienza invece si industria a costruire menti
umane ed animi umani conformati diversamente da quelli che conosciamo. E
con ciò ritiene, se non di avere risposto direttamente alla domanda, di
avere però soddisfatto m modo molto più efficace all'esigenza da cui
essa era sorta. In questo senso, i metodi della scienza possono essere,
in certo modo, paragonati a quelli della mistica.
Ora, ciò che la psicologia e l'antropologia cercano di fare per le
categorie morali ed affettive, la matematica e la fìsica lo hanno già
fatto in modo molto esauriente per le categorie più tipicamente
conoscitive.
Gli assiomi della geometria sono considerati da Kant come forme
sintetiche a priori dell'intuizione. Non è un caso che proprio non molti
anni dopo la morte di Kant venga data una soluzione al secolare problema
dell'assioma delle parallele. E la soluzione è proprio sviluppata nel
senso sopra accennato: non deducendo tale assioma dagli altri assiomi di
Euclide, e neppure dimostrando a priori che esso è deducibile; ma
costruendo di fatto una geometria nella quale tale assioma non valga.
La perfetta ammissibilità di tale geometria, e la sua corrispondenza con
la geometria euclidea, ha posto all'ordine del giorno il problema che
cosa siano addirittura tutti gli assiomi della geometria, e più in
generale le forme sintetiche a priori.
Ormai il problema è risolto, e noi sappiamo esattamente la risposta da
dare: gli assiomi della geometria sono definizioni implicite degli
oggetti (punti, rette piani, uguaglianza di segmenti, di angoli eco.)
di cui tratta la geometria stessa. La cosa è stata ormai dimostrata
irrefutabilmente da Hilbert, proprio col metodo di costruire geometrie
nelle quali valgono assiomi diversi da quelli di Euclide. Le forme
sintetiche a priori non sono dunque principi trascendentali, o necessità
imprescindi-bile del nostro spirito; sono invece convenzioni tanto
radicate nelle nostre più intime consuetudini, tanto legate alla
struttura stessa del nostro essere e del nostro modo di sperimentare,
che ci sembra facciano tutt'uno con noi stessi. Ma l'averne riconosciuto
il carattere di convenzioni incoscienti, ci permette di manovrarle a
nostro piacere. Non siamo più legati ad esse; e, divenendone padroni,
diveniamo anche sempre più padroni del nostro spirito.
Questo processo di dissoluzione delle forme costi-tuenti l'essenza
stessa dello spirito umano, si è esteso dagli assiomi della geometria
agli assiomi in generale, ed anche ai principi della logica. I principi
di identità, di non contraddizione, di terzo escluso hanno subito la
medesima prova. Si costituiscono logiche non aristoteli-che, così come
si erano costruite geometrie non euclidee o non archimedee. Si enunciano
gli assiomi della logica, considerandoli anch'essi come convenzioni
incoscientemente determinate dalla struttura stessa del nostro modo di
conoscere. Si considera la logica come la fisica dell'oggetto qualsiasi
(Gonseth). Ci si rende conto che la logica non costituisce altro che una
lingua o meglio una sintassi (Carnap), cioè un insieme di regole
costruite allo scopo di regolare l'uso dei concetti e dei loro rapporti,
e che è possibile determinare diversamente tali regole, a seconda delle
diverse esigenze.
Da questo sbloccamento delle categorie sono derivati a volte grandi
progressi alla scienza. Circa un secolo dopo la costruzione delle
geometrie non euclidee, la fisica si è trovata a doverne far uso; si è
visto che tali geometrie non sono semplici elucubrazioni di cervelli
matematici fantasiosi, ma hanno un uso concreto nel processo mediante
cui l'uomo cerca di rendersi padrone del mondo che lo circonda. Si ha
cioè l'impressione che ogni volta che l'uomo abbatte nel suo animo un
idolo antropo-morfico, e rinunzia a considerare il mondo - in un suo
particolare aspetto - come fatto a propria immagine e somiglianza, ne
deriva a lui un aumento di conoscenza del mondo e di padronanza dei suoi
processi. Ne risulta un nuovo modo di considerare la legge di natura;
non più come una regolarità graziosamente donataci, o come un mirabile
corrispondenza tra noi e le cose, operata da un Dio geometrizzante; ma
piuttosto come l'effetto di una scelta da noi più o meno inconsciamente
operata, partendo da quelli che siamo soliti considerare i dati
fondamentali del nostro spirito; scelta che risulta tanto più vasta e
varia e ricca, con quanta maggior varietà e ricchezza si conformano quei
dati fondamentali.
Ora, la scoperta che tali dati non costituiscono qual-che cosa di fisso
e di immutabile del nostro spirito, ma sono, per così dire, in nostro
possesso, in quanto siamo capaci di variarli e modificarli, si riflette
immediatamente anche sul modo di conformarsi alla legge naturale.
A questi risultati la scienza moderna è giunta guidata, spesso
inavvertitamente, dalla grande scoperta kantiana; ma più spesso, tratta
dalle difficoltà stesse e dalle incongruenze in cui si imbatteva nel suo
molteplice cammino.
Si tratta ora di raccogliere questi elementi sparsi, individuandone il
filo conduttore; di procedere sistematicamente, là dove finora si è
proceduto quasi a caso. Gli idoli della scienza fisica non sono ancora
tutti abbattuti. Molti se ne annidano ancora sotto le più innocue
apparenze, nei concetti basilari da cui questa scienza prende le mosse.
C'è da sospettare che siano proprio essi i responsabili di alcune delle
più serie difficoltà in cui si dibatte la fìsica teorica contemporanea.
Il compito è di individuarli, servendosi di tutti gli strumenti di cui
l'indagine psicologica, logica, scientifica è oggi in possesso; e, una
volta individuati, di scioglierli a ricavare da questo processo tutte le
conseguenze possibili nel campo concreto della scienza.
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