|
Eugenio Colorni
federalista
L’incontro odierno mi offre la gradita
opportunità di parlare di un personaggio, troppo spesso ignorato o
misconosciuto, persino dagli stessi federalisti a dispetto del suo
straordinario contributo alla fondazione della loro lotta.
Non sono molte le riflessioni che
Colorni ci ha lasciato a testimonianza del suo impegno federalista: la
prefazione al Manifesto di Ventotene, alcuni efficaci
interventi nel corso del dibattito da cui scaturirono le tesi di
fondazione del Movimento federalista europeo nel corso della riunione in
casa Rollier a Milano il 27 Agosto 1943, alcune lettere. Si tratta di
pochi e scarni documenti da cui per altro emerge con chiarezza un
contributo decisivo alla definizione del problema dell’unità europea,
dell’identità del Mfe e della natura della sua lotta. Eppure, si parli
del Manifesto di Ventotene o delle tesi di fondazione del Mfe, a
Spinelli viene riconosciuto il ruolo del protagonista, a Colorni quello
del comprimario. Un ruolo non molto dissimile dal suo viene riconosciuto
a Ernesto Rossi.
Un tale giudizio è profondamente
sbagliato. Per quanto concerne Rossi, è lo stesso Spinelli che, nel
narrarci la genesi del Manifesto, ascrive a sé il merito di aver
scritto “i capitoli che trattavano della crisi della civiltà europea,
dell’unità europea come compito preminente del dopoguerra e del partito
rivoluzionario necessario per realizzarla. Ernesto Rossi scrisse il
capitolo sulla riforma della società da affrontare nel dopoguerra”. Ma
dopo aver affermato ciò, si affretta a precisare: “Ma ne discutemmo
insieme ogni paragrafo, e riconosco ancora giri di pensiero
caratteristici dell’uno di noi due nelle parti scritte dall’altro”.
E Colorni? In altra parte del diario,
nell’ambito d'un profilo straordinariamente ricco e finissimo che
Altiero ha tracciato della figura di Eugenio, Spinelli confessa:
“Colorni è una delle due persone scomparse da molti anni, dinnanzi alla
memoria delle quali mi inchino, con affetto nostalgico perché sono stati
i due più grandi amici della mia vita, con riconoscenza perché mi furono
accanto senza esitare nel momento difficile della nascita dell’impegno
politico nuovo, con reverenza perché in quegli anni cruciali trovai e
accettai in Colorni un maestro dell’anima, nell’altro un maestro della
mente. L’altro è Ernesto Rossi”.
“Un maestro dell’anima”. Spinelli lo
ricorda “dotato di un notevole fervore pedagogico”,
con la sua forte passione per la filosofia, il suo amore per Leibniz e
la filosofia tedesca, il suo sorriso di sufficienza verso la riduzione
crociana di matematica e fisica a ‘pseudoconcetti’, il vivace interesse
per la relatività e la psicanalisi. “Cominciai presto” è sempre Altiero
che parla “a sottoporgli di mia iniziativa quel che di nuovo cominciavo
a pensare, contando molto sul suo giudizio. Se qualcosa reggeva ai suoi
occhi e trovava la sua approvazione, ciò mi rassicurava. Ma, se egli
resisteva, se demoliva, se copriva di ironia, per me ciò significava che
non avevo ancora pensato bene e a fondo, che dovevo rimettere tutto in
cantiere. E gliene ero grato”.
Il Manifesto può ben dirsi
pertanto il frutto di un pensiero collettivo: Altiero vi appare come il
patriarca, mosso dal demone della politica; Ernesto come “l’uomo di
molte letture”, finissimo ingegno illuministico, capace di argomentare
con sagace perspicacia e di negare con altrettanto sagace dialettica.
Eugenio ricopre un ruolo diverso. Così lo descrive Altiero: “Non credo
che di alcun elemento specifico del pensiero che da allora guida la mia
azione io possa dire che mi viene da Colorni. Ma so per certo che il mio
modo di pensare non sarebbe quello che è se non avessi avuto quei due
anni – dal mio arrivo a Ventotene nel luglio del ’39 alla sua partenza
per Melfi nell’ottobre del ’41 – di quasi quotidiano dialogo
dissacrante, indagante e ricostituente con lui”.
Dunque è legittimo collocare Colorni tra
gli artefici del Manifesto. Questo è stato redatto al confino di
Ventotene nel 1941 con il titolo Per un’Europa libera e unita.
Progetto d’un manifesto, ed ha avuto varia e fortunosa circolazione
nella clandestinità
prima di venir pubblicato a Roma, nel gennaio del ’44, come opera di A.
S. ed E. R., con il titolo Problemi della federazione europea. Il
volume, che conteneva anche due saggi di Spinelli - Gli Stati Uniti
d’Europa e le varie tendenze politiche (1942) e Politica marxista
e politica federalista (1942-43) - è stato curato da Colorni che ne
ha scritto la prefazione. In sole quattro pagine Eugenio riesce a
esporre i contenuti salienti del manifesto con una chiarezza
straordinaria e una altrettanto straordinaria capacità di cogliervi
l’essenziale. Vale la pena di richiamarli seppur succintamente.
L’idea centrale del Manifesto,
secondo Eugenio, è che “la contraddizione essenziale, responsabile delle
crisi, delle guerre, delle miserie e degli sfruttamenti che travagliano
la nostra società, è l’esistenza di stati sovrani, geograficamente,
economicamente, militarmente individuati, consideranti gli altri stati
come concorrenti e potenziali nemici, viventi gli uni rispetto agli
altri in una situazione di perpetuo bellum omnium contra omnes”.
L’idea, riconosce Colorni, non è affatto nuova. Lo è invece “nelle
condizioni e nell’occasione in cui veniva pensata”
per tre precisi motivi. Il primo consiste nella netta distinzione che il
Manifesto istituisce tra le proprie posizioni e quelle
dell’internazionalismo tradizionale. Il secondo, strettamente connesso
al primo, stabilisce la novità del federalismo nel paradigma secondo il
quale non è il regime interno a produrre questa o quella situazione
internazionale, ma è questa a decidere dei connotati fondamentali del
primo. Il terzo fonda quella che Lukacs avrebbe chiamato l’ “attualità”
della rivoluzione federalista.
Quanto al primo motivo, Colorni osserva
come tutti i partiti progressisti abbiano preso posizione sul problema
dell’ordine internazionale. La loro posizione coincide su un punto:
tutti ritengono che la pace sia “una conseguenza necessaria del
raggiungimento dei fini che ciascuno propone […] nell’ambito di ciascun
paese”.
In altri termini, essi - tutti - sono convinti che istituito un regime
vuoi liberale,
vuoi democratico,
vuoi socialista,
la pace sarebbe scaturita meccanicamente dalla rivoluzione interna, la
guerra essendo imputabile o all’ancien régime, o all’autocrazia o
al capitalismo.
Queste posizioni, che considerano la pace come un sottoprodotto del
regime interno, dimenticano che le stesse tensioni, controversie,
conflitti che generalmente vengono indicati come cause della guerra si
manifestano quotidianamente all’interno degli Stati, ma non comportano
come conseguenza il conflitto armato. Nella Comunità internazionale,
sì. La guerra è, dunque, l’effetto della “selvaggia libertà“ degli
Stati. La comunità internazionale è una comunità “eslege”, anarchica.
Se legge vi è, questa è solo la legge del più forte. Non vi è, dunque,
altro mezzo per realizzare la pace se non quello di sobordinare gli
Stati a un diritto sancito da un potere di carattere statuale. Come
direbbe Kant, “Per gli Stati [...] non vi è altra maniera
razionale per uscire dallo stato
naturale senza leggi, che è stato di guerra, se non rinunciare, come i
singoli, alla loro selvaggia libertà (senza leggi), sottomettersi a
leggi pubbliche coattive e formare uno Stato di popoli”.
Per rimanere a Colorni, “Non si può essere socialisti, è vero, senza
essere insieme internazionalisti; ma ciò per un legame ideologico, più
che per una necessità politica ed economica; e dalla vittoria socialista
nei singoli stati non discende necessariamente lo stato internazionale.
Questo Stato è la federazione europea che Colorni chiaramente identifica
come il “preludio della federazione mondiale”. Anche sotto questo
profilo, dunque, il riferimento a Kant appare affatto pertinente.
Il secondo motivo consiste nel
convincimento che, se la pace - intesa kantianamente come potere di
subordinare anche gli stati a un diritto sancito da un potere che abbia
il carattere della statualità - si configura nella contemporaneità come
il valore prioritario, l’ordine internazionale, cioè la federazione,
lungi dal configurarsi come il necessario corollario dei regimi interni,
ne è elemento condizionante, e lo è in maniera decisiva. Questa
considerazione, riprendendo il teorema rankiano del primato della
politica estera su quella interna,
sostiene che è la situazione internazionale a determinare la politica
interna e persino gli aspetti fondamentali della “costituzione
materiale” di una comunità politica. Così, in una situazione di anarchia
internazionale e, a fortiori, in una situazione caratterizzata da
laceranti tensioni come quella che si manifestò in Europa
nell’interludio tra i due conflitti mondiali, non vi sono soverchie
possibilità di realizzare i pur grandi valori della libertà individuale,
dell’eguaglianza e della giustizia sociale. Se Annibale è alle porte, il
valore che necessariamente s’impone è quello della sicurezza, con le
altrettanto necessarie conseguenze della prevalenza del potere militare
su quello civile, dell’economia di guerra, del protezionismo,
dell’autarchia, della paranoia nazionalista portata sino al punto di
considerare nemico il “diverso”, di odiarlo, di pregare il proprio dio
nazionale perché conceda la vittoria contro il dio del popolo straniero,
di manipolare a fini di potenza la conoscenza storica, di subordinare ai
medesimi fini le scienze della natura e quelle sociali, etc. “Tutti i
problemi politici”, scrive Colorni, “da quello delle libertà
costituzionali a quello della lotta di classe, da quello della
pianificazione a quello della presa del potere e dell’uso di esso,
ricevono una nuova luce se vengono posti partendo dalla premessa che la
prima meta da raggiungere è quella di un ordinamento nel campo
internazionale. La stessa manovra politica, l’appoggiarsi all’una o
all’altra delle forze in gioco, l’accentuare l’una o l’altra parola
d’ordine, assume aspetti ben diversi, a seconda che si consideri come
scopo essenziale la presa del potere e l’attuazione di determinate
riforme nell’ambito di ciascun singolo stato, oppure la creazione delle
premesse economiche, politiche, morali per la instaurazione di un
ordinamento federale che abbracci tutto il continente”.
Un tale rovesciamento di prospettiva
comporta un importante corollario: a differenza dai partiti
tradizionali, osserva Colorni, “legati a un passato di lotte combattute
nell’ambito di ciascuna nazione” e avvezzi “a considerare i problemi
dell’ordinamento internazionale come questioni di ‘politica estera’ da
risolvere mediante azioni diplomatiche e accordi tra i vari governi”,
“chi voglia proporsi il problema dell’ordinamento internazionale come
quello centrale dell’attuale epoca storica, e considerare la soluzione
di esso come la premessa necessaria per la soluzione di tutti i problemi
istituzionali, economici, sociali che si impongono alla nostra società”
deve “considerare da questo punto di vista tutte le questioni
riguardanti i contrasti politici interni e l’atteggiamento di ciascun
partito, anche riguardo alla tattica e alla strategia nella lotta
quotidiana”.
A quest’ultimo corollario si connette
un’ulteriore conseguenza. La federazione europea - che i partiti
tradizionali continueranno a considerare un problema di ‘politica
estera’, fingendo d’ignorare che questa può solo condurre a forme di
cooperazione tra gli Stati, ma non alla nascita di uno Stato nuovo - può
scaturire solo dall’azione di un movimento rivoluzionario che rifiuti la
lotta politica per la conquista del potere esistente e, ponendosi a
livello sovrannazionale e in modo trasversale rispetto a tutte le
famiglie politiche democratiche - “da quella comunista a quella
liberale”, come precisa opportunamente Colorni
- s’identifichi esclusivamente nella lotta per la fondazione del potere
nuovo. Questa considerazione ha spinto gli autori del Manifesto
“a creare un’organizzazione autonoma, allo scopo di propugnare l’idea
della federazione europea come meta realizzabile nel prossimo
dopoguerra”. La federazione europea, ideale politico ampiamente
illustrato teoricamente da una vasta letteratura politica progressista,
diveniva così, per la prima volta nella storia, un obiettivo politico
prioritario di un’organizzazione politica autonoma e con caratteri del
tutto nuovi, a cominciare dalla sua dimensione sovrannazionale.
Il terzo motivo concerne, come già detto,
l’ ‘attualità’ della rivoluzione. “L’ideale della federazione europea
[…], mentre poteva apparire lontana utopia ancora qualche anno fa, si
presenta oggi, alla fine di questa guerra – scrive Colorni - come una
meta raggiungibile e quasi a portata di mano. Nel totale rimescolamento
di popoli che questo conflitto ha provocato in tutti i paesi soggetti
all’occupazione tedesca, nella necessità di ricostruire su basi nuove
un’economia quasi totalmente distrutta, e di rimettere sul tappeto tutti
i problemi riguardanti i confini politici, le barriere doganali, le
minoranze etniche, ecc.; nel carattere stesso di questa guerra, in cui
l’elemento nazionale è stato così spesso sopravanzato dall’elemento
ideologico, in cui si sono visti piccoli e medi stati rinunziare a gran
parte della loro sovranità a favore degli stati più forti, e in cui da
parte degli stessi fascisti il concetto di ‘spazio vitale’ si è
sostituito a quello di ‘indipendenza nazionale’; in tutti questi
elementi sono da ravvisare dati che rendono attuale come non mai,
in questo dopoguerra, il problema dell’ordinamento federale dell’Europa”.
Questa previsione non si è avverata. A
mano a mano che i Paesi del Continente venivano liberati dagli eserciti
alleati, vecchi Stati si ricostituivano e nuovi governi sorgevano, tutti
piegandosi, però, alla tutela di questa o quella potenza occupante.
Così
a Yalta e a Potsdam, mentre si consumava
l'agonia del sistema europeo degli Stati, si profilava l'equilibrio
bipolare russo-americano. Colorni era già tragicamente scomparso. Ma
altri, sulla base della comune cultura di Ventotene, non tardò a
rendersi conto come la grande illusione di un’immediata occasione
rivoluzionaria fosse ormai tramontata. Già nel giugno del '45, Spinelli
così scriveva: “1 primi atti della nuova storia europea non saranno
compiuti dai popoli europei, ma dal concerto delle grandi potenze e
tutto ciò che si volesse tentare ignorandole sarebbe come una tempesta
in un bicchier d'acqua”.
Ma, a dispetto di questo scacco, la centralità del problema identificato
dal Manifesto permaneva e il partito degli innovatori era ormai
definitivamente fondato. Esso si batté con l’atteggiamento strategico
del ‘consigliere del principe’ una volta che gli americani scelsero, con
il Piano Marshall, di favorire l’unificazione europea e sino a che
rimase sul tappeto il problema tedesco, cioè sino alla caduta della
CED nel ’54. Poi, con il “nuovo corso della politica
federalista”, si preparò a una lunga “opposizione di governo, di regime
e di comunità”, denunziando l’illegittimità degli Stati nazionali
incapaci ormai di offrire, in un sistema mondiale degli Stati dominato
da potenze continentali, quelle prospettive di sicurezza e crescita
nelle quali risiedevano le ragioni della loro storica legittimazione.
Negli anni di tumultuoso sviluppo del Mercato comune, sotto le ali della
protezione americana e nell’ambito delle salde coordinate
dell’equilibrio bipolare, i federalisti condussero una vita clandestina
di preparazione teorica, la sola capace di mantenere in vita, assente
ogni possibilità di azione politica, il punto di vista di Ventotene e,
sulla base di quello, una seppur esigua avanguardia militante. Un tale
compito di carattere teoretico e pedagogico non era congeniale a un
grande condottiero come Altiero che, primo a rendersene conto, fu ben
lieto di affidarlo a Mario Albertini. Anch’egli - come Eugenio - un
“maestro dell’anima”, lo assolse in modo encomiabile, offrendo al
Movimento un contributo d’inestimabile valore come i fatti hanno
mostrato e, non fosse per altro, perché la cultura, come Albertini amava
ripetere, è la politica del domani. Ma si trattò di un compito gravoso e
difficile perché, sino all’avvio del “nuovo corso”, il Movimento,
assorbito dall’azione a rincalzo delle iniziative del suo leader, aveva
pressoché ignorato il problema della formazione dei militanti.
Se è vero quello che Altiero ha scritto
di Eugenio, è mio profondo convincimento che, fosse costui sopravvissuto
alla tragedia della guerra, quel compito sarebbe stato assolto molto
tempo prima. Con esiti certamente diversi per la storia del Movimento e,
forse, per la storia tout court.
|