Vincenzo V. Majocchi, "Eugenio Colorni federalista"                                              (Testo dell’intervento del  Prof. Luigi V. Majocchi alla manifestazione organizzata dall’Associazione Ex Manzoniani in ricordo di Eugenio Colorni, tenuta presso il Liceo Manzoni di Milano il 26 febbraio 1999.

 

 

Eugenio Colorni federalista
 

L’incontro odierno mi offre la gradita opportunità di parlare di un personaggio, troppo spesso ignorato o misconosciuto, persino dagli stessi federalisti a dispetto del suo straordinario contributo alla fondazione della loro lotta[1].

 

 Non sono molte le riflessioni che Colorni ci ha lasciato a testimonianza del suo impegno federalista: la prefazione al Manifesto di Ventotene, alcuni efficaci interventi nel corso del dibattito da cui scaturirono le tesi di fondazione del Movimento federalista europeo nel corso della riunione in casa Rollier a Milano il 27 Agosto 1943, alcune lettere. Si tratta di pochi e scarni documenti da cui per altro emerge con chiarezza un contributo decisivo alla definizione del problema dell’unità europea, dell’identità del Mfe e della natura della sua lotta. Eppure, si parli del Manifesto di Ventotene o delle tesi di fondazione del Mfe, a Spinelli viene riconosciuto il ruolo del protagonista, a Colorni quello del comprimario. Un ruolo non molto dissimile dal suo viene riconosciuto a Ernesto Rossi.

 

Un tale giudizio è profondamente sbagliato. Per quanto concerne Rossi, è lo stesso Spinelli che, nel narrarci la genesi del Manifesto, ascrive a sé il merito di aver scritto “i capitoli che trattavano della crisi della civiltà europea, dell’unità europea come compito preminente del dopoguerra e del partito rivoluzionario necessario per realizzarla. Ernesto Rossi scrisse il capitolo sulla riforma della società da affrontare nel dopoguerra”. Ma dopo aver affermato ciò, si affretta a precisare: “Ma ne discutemmo insieme ogni paragrafo, e riconosco ancora giri di pensiero caratteristici dell’uno di noi due nelle parti scritte dall’altro”[2].

 

E Colorni? In altra parte del diario, nell’ambito d'un profilo straordinariamente ricco e finissimo che Altiero ha tracciato della figura di Eugenio, Spinelli confessa: “Colorni è una delle due persone scomparse da molti anni, dinnanzi alla memoria delle quali mi inchino, con affetto nostalgico perché sono stati i due più grandi amici della mia vita, con riconoscenza perché mi furono accanto senza esitare nel momento difficile della nascita dell’impegno politico nuovo, con reverenza perché in quegli anni cruciali trovai e accettai in Colorni un maestro dell’anima, nell’altro un maestro della mente. L’altro è Ernesto Rossi”[3].

 

“Un maestro dell’anima”.  Spinelli lo ricorda “dotato di un notevole fervore pedagogico”[4], con la sua forte passione per la filosofia, il suo amore per Leibniz e la filosofia tedesca, il suo sorriso di sufficienza verso la riduzione crociana di matematica e fisica a ‘pseudoconcetti’, il vivace interesse per la relatività e la psicanalisi. “Cominciai presto” è sempre Altiero che parla “a sottoporgli di mia iniziativa quel che di nuovo cominciavo a pensare, contando molto sul suo giudizio. Se qualcosa reggeva ai suoi occhi e trovava la sua approvazione, ciò mi rassicurava. Ma, se egli resisteva, se demoliva, se copriva di ironia, per me ciò significava che non avevo ancora pensato bene e a fondo, che dovevo rimettere tutto in cantiere. E gliene ero grato”[5].

 

Il Manifesto può ben dirsi pertanto il frutto di un pensiero collettivo: Altiero vi appare come il patriarca, mosso dal demone della politica; Ernesto come “l’uomo di molte letture”, finissimo ingegno illuministico, capace di argomentare con sagace perspicacia e di negare con altrettanto sagace dialettica. Eugenio ricopre un ruolo diverso. Così lo descrive Altiero: “Non credo che di alcun elemento specifico del pensiero che da allora guida la mia azione io possa dire che mi viene da Colorni. Ma so per certo che il mio modo di pensare non sarebbe quello che è se non avessi avuto quei due anni – dal mio arrivo a Ventotene nel luglio del ’39 alla sua partenza per Melfi nell’ottobre del ’41 – di quasi quotidiano dialogo dissacrante, indagante e ricostituente con lui”[6].

 

Dunque è legittimo collocare Colorni tra gli artefici del Manifesto. Questo è stato redatto al confino di Ventotene nel 1941 con il titolo Per un’Europa libera e unita. Progetto d’un manifesto, ed ha avuto varia e fortunosa circolazione nella clandestinità[7] prima di venir pubblicato a Roma, nel gennaio del ’44, come opera di A. S. ed E. R., con il titolo Problemi della federazione europea. Il volume, che conteneva anche due saggi di Spinelli - Gli Stati Uniti d’Europa e le varie tendenze politiche (1942) e Politica marxista e politica federalista (1942-43) - è stato curato da Colorni che ne ha scritto la prefazione. In sole quattro pagine Eugenio riesce a esporre i contenuti salienti del manifesto con una chiarezza straordinaria e una altrettanto straordinaria capacità di cogliervi l’essenziale. Vale la pena di richiamarli seppur succintamente.

 

L’idea centrale del Manifesto, secondo Eugenio, è che “la contraddizione essenziale, responsabile delle crisi, delle guerre, delle miserie e degli sfruttamenti che travagliano la nostra società, è l’esistenza di stati sovrani, geograficamente, economicamente, militarmente individuati, consideranti gli altri stati come concorrenti e potenziali nemici, viventi gli uni rispetto agli altri in una situazione di perpetuo bellum omnium contra omnes[8]. L’idea, riconosce Colorni, non è affatto nuova. Lo è invece “nelle condizioni e nell’occasione in cui veniva pensata”[9]  per tre precisi motivi. Il primo consiste nella netta distinzione che il Manifesto istituisce tra le proprie posizioni e quelle dell’internazionalismo tradizionale. Il secondo, strettamente connesso al primo, stabilisce la novità del federalismo nel paradigma secondo il quale non è il regime interno a produrre questa o quella situazione internazionale, ma è questa a decidere dei connotati fondamentali del primo. Il terzo fonda quella che Lukacs avrebbe chiamato l’ “attualità” della rivoluzione federalista[10].

 

Quanto al primo motivo, Colorni osserva come tutti i partiti progressisti abbiano preso posizione sul problema dell’ordine internazionale. La loro posizione coincide su un punto: tutti ritengono che la pace sia “una conseguenza necessaria del raggiungimento dei fini che ciascuno propone […] nell’ambito di ciascun paese”[11]. In altri termini, essi - tutti - sono convinti che istituito un regime vuoi liberale[12], vuoi democratico[13], vuoi socialista[14], la pace sarebbe scaturita meccanicamente dalla rivoluzione interna, la guerra essendo imputabile o all’ancien régime, o all’autocrazia o al capitalismo[15]. Queste posizioni, che considerano la pace come un sottoprodotto del regime interno, dimen­ticano che le stesse tensioni, contro­versie, con­flitti che generalmente vengono indicati come cause della guerra si manifestano quotidianamente all’interno degli Stati, ma non comportano come conseguenza il conflitto armato. Nella Comunità in­ternazionale, sì. La guerra è, dunque, l’effetto della “selvaggia libertà“ degli Stati. La comunità internazionale è una comunità “eslege”, anar­chica. Se legge vi è, questa è solo la legge del più forte. Non vi è, dunque, altro mezzo per realizzare la pace se non quello di  so­bordinare gli Stati a un diritto sancito da un potere di carattere statuale. Come direbbe Kant, “Per gli Stati [...] non vi è altra maniera ra­zionale per uscire dallo stato naturale senza leggi, che è stato di guerra, se non rinunciare, come i singoli, alla loro selvaggia libertà (senza leggi), sottomettersi a leggi pubbliche coattive e formare uno Stato di popoli”[16]. Per rimanere a Colorni, “Non si può essere socialisti, è vero, senza essere insieme internazionalisti; ma ciò per un legame ideologico, più che per una necessità politica ed economica; e dalla vittoria socialista nei singoli stati non discende necessariamente lo stato internazionale[17]. Questo Stato è la federazione europea che Colorni chiaramente identifica come il “preludio della federazione mondiale”. Anche sotto questo profilo, dunque, il riferimento a Kant appare affatto pertinente.

 

Il secondo motivo consiste nel convincimento che, se la pace - intesa kantianamente come potere di subordinare anche gli stati a un diritto sancito da un potere che abbia il carattere della statualità - si configura nella contemporaneità come il valore prioritario, l’ordine internazionale, cioè la federazione, lungi dal configurarsi come il necessario corollario dei regimi interni, ne è elemento condizionante, e lo è in maniera decisiva. Questa considerazione, riprendendo il teorema rankiano del primato della politica estera su quella interna[18], sostiene che è la situazione internazionale a determinare la politica interna e persino gli aspetti fondamentali della “costituzione materiale” di una comunità politica. Così, in una situazione di anarchia internazionale e, a fortiori, in una situazione caratterizzata da laceranti tensioni come quella che si manifestò in Europa nell’interludio tra i due conflitti mondiali, non vi sono soverchie possibilità di realizzare i pur grandi valori della libertà individuale, dell’eguaglianza e della giustizia sociale. Se Annibale è alle porte, il valore che necessariamente s’impone è quello della sicurezza, con le altrettanto necessarie conseguenze della prevalenza del potere militare su  quello civile, dell’economia di guerra, del protezionismo, dell’autarchia, della paranoia nazionalista portata sino al punto di considerare nemico il “diverso”, di odiarlo, di pregare il proprio dio nazionale perché conceda la vittoria contro il dio del popolo straniero, di manipolare a fini di potenza la conoscenza storica, di subordinare ai medesimi fini le scienze della natura e quelle sociali, etc. “Tutti i problemi politici”, scrive Colorni, “da quello delle libertà costituzionali a quello della lotta di classe, da quello della pianificazione a quello della presa del potere e dell’uso di esso, ricevono una nuova luce se vengono posti partendo dalla premessa che la prima meta da raggiungere è quella di un ordinamento nel campo internazionale. La stessa manovra politica, l’appoggiarsi all’una o all’altra delle forze in gioco, l’accentuare l’una o l’altra parola d’ordine, assume aspetti ben diversi, a seconda che si consideri come scopo essenziale la presa del potere e l’attuazione di determinate riforme nell’ambito di ciascun singolo stato, oppure la creazione delle premesse economiche, politiche, morali per la instaurazione di un ordinamento federale che abbracci tutto il continente”[19].

 

Un tale rovesciamento di prospettiva comporta un importante corollario: a differenza dai partiti tradizionali, osserva Colorni, “legati a un passato di lotte combattute nell’ambito di ciascuna nazione” e avvezzi “a considerare  i problemi dell’ordinamento internazionale come questioni di ‘politica estera’ da risolvere mediante azioni diplomatiche e accordi tra i vari governi”, “chi voglia proporsi il problema dell’ordinamento internazionale come quello centrale dell’attuale epoca storica, e considerare la soluzione di esso come la premessa necessaria per la soluzione di tutti i problemi istituzionali, economici, sociali che si impongono alla nostra società” deve “considerare da questo punto di vista tutte le questioni riguardanti i contrasti politici interni e l’atteggiamento di ciascun partito, anche riguardo alla tattica e alla strategia nella lotta quotidiana”[20].

 

A quest’ultimo corollario si connette un’ulteriore conseguenza. La federazione europea - che i partiti tradizionali continueranno a considerare un problema di ‘politica estera’, fingendo d’ignorare che questa può solo condurre a forme di cooperazione tra gli Stati, ma non alla nascita di uno Stato nuovo - può scaturire solo dall’azione di un movimento rivoluzionario che rifiuti la lotta politica per la conquista del potere esistente e, ponendosi a livello sovrannazionale e in modo trasversale rispetto a tutte le famiglie politiche democratiche - “da quella comunista a quella liberale”, come precisa opportunamente Colorni[21] - s’identifichi esclusivamente nella lotta per la fondazione del potere nuovo. Questa considerazione ha spinto gli autori del Manifesto “a creare un’organizzazione autonoma, allo scopo di propugnare l’idea della federazione europea come meta realizzabile nel prossimo dopoguerra”. La federazione europea, ideale politico ampiamente illustrato teoricamente da una vasta letteratura politica progressista, diveniva così, per la prima volta nella storia, un obiettivo politico prioritario di un’organizzazione politica autonoma e con caratteri del tutto nuovi, a cominciare dalla sua dimensione sovrannazionale.

 

Il terzo motivo concerne, come già detto, l’ ‘attualità’ della rivoluzione. “L’ideale della federazione europea […], mentre poteva apparire lontana utopia ancora qualche anno fa, si presenta oggi, alla fine di questa guerra – scrive Colorni - come una meta raggiungibile e quasi a portata di mano. Nel totale rimescolamento di popoli che questo conflitto ha provocato in tutti i paesi soggetti all’occupazione tedesca, nella necessità di ricostruire su basi nuove un’economia quasi totalmente distrutta, e di rimettere sul tappeto tutti i problemi riguardanti i confini politici, le barriere doganali, le minoranze etniche, ecc.; nel carattere stesso di questa guerra, in cui l’elemento nazionale è stato così spesso sopravanzato dall’elemento ideologico, in cui si sono visti piccoli e medi stati rinunziare a gran parte della loro sovranità a favore degli stati più forti, e in cui da parte degli stessi fascisti il concetto di ‘spazio vitale’ si è sostituito a quello di ‘indipendenza nazionale’; in tutti questi elementi sono da ravvisare dati che rendono attuale come non mai, in questo dopoguerra, il problema dell’ordinamento federale dell’Europa”[22].

 

Questa previsione non si è  avverata. A mano a mano che i Paesi del Continente venivano liberati dagli eserciti alleati, vecchi Stati si ricostituivano e nuovi governi sorgevano, tutti piegandosi, però, alla tutela di questa o quella potenza occupante. Così a Yalta e a Potsdam, mentre si consumava l'agonia del siste­ma europeo degli Stati, si profilava l'equilibrio bipolare russo-americano. Colorni era già tragicamente scomparso. Ma altri, sulla base della comune cultura di Ventotene, non tardò a rendersi conto come la grande illusione di un’immediata occasione rivoluzionaria fosse ormai tramontata. Già nel giugno del '45, Spinelli così scriveva: “1 primi atti della nuova storia europea non saranno compiuti dai popoli europei, ma dal concerto delle grandi potenze e tutto ciò che si volesse tentare ignorandole sarebbe come una tempesta in un bicchier d'acqua”[23].

 

Ma, a dispetto di questo scacco, la centralità del problema identificato dal Manifesto permaneva e il partito degli innovatori era ormai definitivamente fondato. Esso si batté con l’atteggiamento strategico del ‘consigliere del principe’ una volta che gli americani scelsero, con il Piano Marshall, di favorire l’unificazione europea e sino a che rimase sul tappeto il problema tedesco, cioè sino alla caduta della CED nel ’54. Poi, con il “nuovo corso della politica federalista”, si preparò a una lunga “opposizione di governo, di regime e di comunità”, denunziando l’illegittimità degli Stati nazionali incapaci ormai di offrire, in un sistema mondiale degli Stati dominato da potenze continentali, quelle prospettive di sicurezza e crescita nelle quali risiedevano le ragioni della loro storica legittimazione. Negli anni di tumultuoso sviluppo del Mercato comune, sotto le ali della protezione americana e nell’ambito delle salde coordinate dell’equilibrio bipolare, i federalisti condussero una vita clandestina di preparazione teorica, la sola capace di mantenere in vita, assente ogni possibilità di azione politica, il punto di vista di Ventotene e, sulla base di quello, una seppur esigua avanguardia militante. Un tale compito di carattere teoretico e pedagogico non era congeniale a un grande condottiero come Altiero che, primo a rendersene conto, fu ben lieto di affidarlo a Mario Albertini. Anch’egli - come Eugenio - un “maestro dell’anima”, lo assolse in modo encomiabile, offrendo al Movimento un contributo d’inestimabile valore come i fatti hanno mostrato e, non fosse per altro, perché la cultura, come Albertini amava ripetere, è la politica del domani. Ma si trattò di un compito gravoso e difficile perché, sino all’avvio del “nuovo corso”, il Movimento, assorbito dall’azione a rincalzo delle iniziative del suo leader, aveva pressoché ignorato il problema della formazione dei militanti.

 

Se è vero quello che Altiero ha scritto di Eugenio, è mio profondo convincimento che, fosse costui sopravvissuto alla tragedia della guerra, quel compito sarebbe stato assolto molto tempo prima. Con esiti certamente diversi per la storia del Movimento e, forse,  per la storia tout court.


 


[1] Nella Nota sulle fonti, che Albertini ha pubblicato in calce alla sua prefazione al volume dal titolo ALTIERO SPINELLI, Il Progetto europeo, Bologna 1985,il medesimo, pur dando atto a Colorni di aver scritto una prefazione “molto acuta”, così scrive: “il suo ome non compare insieme a quelli di Rossi e Spinelli per ragioni evidenti” (p. 14). Come dirò in seguito le ragioni mi paiono tutt’altro che evidenti.

[2] A. SPINELLI, Come ho tentato di diventare saggio. Io, Ulisse, Bologna 1984, p. 311.

[3] Ibid., p. 301.

[4] Ibid., p.298.

[5] Ibid., p. 300.

[6] Ibid., p. 300.

[7] I testi federalisti elaborati a Ventotene “furono portati sul continente da Ursula Hirschmann Colorni, che non era confinata, ma che aveva ottenuto il diritto di vivere con il marito e con le figlie a Ventotene. Lei poteva andare e venire fra l’isola, Roma e Milano ed era la nostra messaggera. Le mie due sorelle - Fiorella e Gigliola, e Ada Rossi, moglie di Ernesto, che venivano a trovarci al confino - sono state anch’esse nostre messaggere (Intervista con Altiero Spinelli, curata da Sonia Schmidt, in ALTIERO SPINELLI, Il progetto europeo cit., p. 204). Arialdo Banfi in una testimonianza  redatta in occasione del quarantennale di fondazione del Mfe, racconta come, durante una licenza, avesse incontrato a Milano Guido Rollier, fratello minore di Mario, il quale, conoscendone la disponibilità a operare per la causa antifascista, così gli disse: “Guarda, dal confino di Ventotene sono arrivati questi fogli. Devi copiarli a macchina e diffonderli”. “Con le dita inesperte” scrive Banfi “ cominciai a copiare il Manifesto federalista e a diffonderlo tra gli amici che sapevo antifascisti” (Tre testimonianze sulla fondazione del Mfe raccolte in occasione della celebrazione del suo quarantennale, in “Il Federalista”, Anno XXV n. 4, Dicembre 1983, p. 164).

[8]E. COLORNI, Prefazione a “Problemi della Federazione Europea”, in  A. SPINELLI, Il progetto cit., p. 195.

[9] Ibid., p. 195.

[10] Secondo Lukacs la grandezza di Lenin fu proprio quella di aver compreso l’attualità della rivoluzione,  cioè di aver colto come l’innovazione identificata da Marx potesse attualizzarsi in quel preciso momento storico (GIORGY LUKACS, Lenin, Torino 1967, pp.11-16).

[11] E. COLORNI, Prefazione cit., p. 196

[12] Può al riguardo ricordarsi come Benjamin Constant pensasse che, con l’affermazione dei regimi liberali, lo spirito del com­mercio avrebbe prevalso sullo “spirito di conquista”.

[13] I democratici, erano convinti che la guerra era facile a dichia­rarsi da parte del monarca assoluto, perché costui mandava altri a ucci­dere e morire, mentre sarebbe divenuta impossibile  il giorno in cui a dichia­rarla fossero stati quegli stessi cit­tadini che avrebbero dovuto com­batterla. Kant prelude a quest’argomentazione dei democratici quando racconta di quel principe bulgaro che, invitato a definire l’esito della guerra con un duello, oppose un secco rifiuto, osservando che un fabbro, potendosi servire della pinza, non avrebbe mai tratto con la mano il ferro rovente dalla brace (cfr. IMMANUEL KANT, Zum Ewigen Frieden, trad. it. La Pace, la Ragione e la Storia, Bologna 1985, p. 111). I democratici, in­sistendo nella metafora, avrebbero potuto osser­vare che, se si fosse offerto alla pinza la possibilità di decidere, avrebbe anch’essa opposto un secco rifiuto

[14] E’ noto che Lenin ha definito l’impe­rialismo come la “fase suprema del capitalismo”.

[15] Questa disattenzione al problema della pace appare in parte giustificabile: la rivoluzione industriale ha posto all’ordine del giorno il problema dell’integrazione dei comportamenti umani in profondità nel quadro degli stati esistenti e le grandi ideologie ottocentesche, che hanno guidato quella fase del processo di emancipazione umana,  hanno assegnato giustamente priorità alle rivendicazioni di borghesia, piccola borghesia e proletariato, classi tutte escluse nell’ancien  régime e, volta a volta, in lotta per vedersi riconosciuti pari diritti di cittadinanza. Appare, dunque, comprensibile, come il problema della pace venisse considerato da quelle ideologie più per ragioni di compiutezza sistematica che per effettiva urgenza. Un atteggiamento del genere non trovava più giustificazione nella fase dello sviluppo industriale del Novecento, quando, in larga parte conclusasi l’integrazione in profondità, lo sviluppo delle forze produttive ha provocato  una crescente interdipendenza  dei comportamenti umani in estensione, ponendo il problema della loro organizzazione in una dimensione che si collocava al di là delle vecchie frontiere ottocentesche. Il corso sovrannazionale della storia ha pertanto non solo decretato l’agonia della vecchia formula dello Stato nazionale chiuso, ma ha anche fomentato in maniera crescente le cause dei conflitti, divenuti sempre più tragici non solo a ragione delle sempre più perfezionate tecniche di distruzione, ma per il fatto che essi si svolgevano tra popoli socialmente sempre più unificati. Al di là delle posizioni espresse dalle ideologie ottocentesche circa il problema della pace, meritano di essere ricordate soltanto come curiosità le tesi di coloro che imputano la guerra al mondo oscuro del­l’in­conscio e gli armamenti al genio malefico dei fisici, ascrivendo così il compito di costruire la pace a un eser­cito di psi­canalisti e a una lotta biblioclasta contro il sapere scientifico. Basta ricordare al riguardo che la malva­gità umana è certo alla radice della violenza che si manifesta all’interno degli Stati, dando luogo a delitti e cri­mini, ma, in questo caso, è considerata illegittima e condannata. In quello della politica internazionale, invece, essa è considerata normale e legit­tima al punto che viene accettata come una calamità tanto inevitabile quanto lo sono le avversità naturali. Per quanto concerne il genio malefico dei fisici, non bisogna mai dimenticare che la scienza apporta conoscenze, ma è la politica che decide del loro uso. Così è vero che Truman ha deciso di utiliz­zare l’energia nucleare per annientare Hiroshima e Na­gasaki, ma è anche vero che la stessa energia, con la fu­sione, potrebbe domani cambiare radicalmente i termini mate­riali della condizione umana.

[16] I. KANT, La pace cit., p. 113.

[17] E. COLORNI, Prefazione cit., p. 196.

[18] LEOPOLD von RANKE, Le grandi potenze, Firenze 1954.

[19] E.COLORNI, Prefazione cit., p. 197.

[20] Ibid., p. 197.

[21] Ibid., p. 199.

[22] Ibid., p. 197.

[23] A. SPINELLI, Bilancio federalista nel giugno 1945, in “L'Italia Libera”, giugno 1945, riprodotto in L. LEVI e S. PISTONE (a cura di), Trent’anni di vita del Movimento federalista europeo, Milano 1973, p. 79.