Testo inedito letto dall'Autore in occasione dell'incontro su Colorni svoltosi a Roma il 18 maggio 2004 e promosso da: Centro Interdipartimentale Eurosapienza, III Municipio del Comune di Roma, Sezione di Roma del Movimento Federalista Europeo

 

"La lezione di Angelo"

 

di Leo Solari

Angelo è il nome convenzionale che Eugenio si era dato nella Resistenza in conformità ad una regola della cospirazione: regola che si rendeva opportuno osservare soprattutto da parte di chi come lui aveva particolari motivi, per i precedenti politici e per la sua qualità di ebreo, di tenere nascosta la propria identità.

Per comprendere cosa il paese ha perduto con la sua precoce morte è indispensabile avere un’idea di ciò che la sua opera di pensiero già allora rappresentava e ancor più avrebbe rappresentato in seguito se egli fosse sopravvissuto.

Colorni fu certamente, come ebbe a sottolineare Norberto Bobbio in un suo scritto, uno dei pensatori più lucidi della sua generazione. Nel campo filosofico le sue posizioni furono infatti, nell’epoca in cui vennero espresse, le uniche, in sostanza, a fare da contraltare all’interpretazione spiritualistica allora dominante, dando un colpo di grazia alla filosofia nel senso tradizionale della parola.

Occorreva distaccarsi, affermava Colorni, da una filosofia concepita “come surrogato della religione”. Nella filosofia si doveva cercare non tanto una visione generale del mondo, una formula per interpretare l’universo, quanto una lezione di metodo, un’istruzione per l’uso rigoroso della ragione. La filosofia doveva essere considerata pertanto una scienza concreta da coltivare con lo stesso spirito e lo stesso rigore di altre scienze. Egli sottolineava questo concetto affermando che il filosofo ha bisogno “che la sua ricerca sia precisa come e più di quella del fisico e del biologo”.

Nei suoi studi filosofici Colorni era partito da Leibniz, che, come è noto, non è stato solo un grande filosofo, ma anche un grande matematico: fra l’altro fu insieme a Newton uno degli inventori del calcolo infinitesimale. Leibniz era stato altresì un grande fisico e uno dei maggiori logici di tutti i tempi. Si era occupato anche di chimica, di ingegneria mineraria, di statistica e di politica. Si, anche di politica, che fece oggetto di vari suoi scritti.

A Leibniz Colorni dedicò non solo la sua tesi di laurea, ma anche una sequenza di saggi che successivamente venne scrivendo in un arco di dieci anni. In effetti Leibniz fu sempre il filosofo al cui pensiero Colorni si sentì sempre maggiormente interessato.

Con un certo grado di analogia con la multiforme opera di Leibniz gli interessi intellettuali di Colorni tendevano ad investire una molteplicità di campi.

Colorni era cultore di studi di matematica e di fisica, con predilezione, naturalmente, per la fisica teorica. Era venuto sempre più appassionandosi alla psicologia, verso cui era fortemente sospinto dalla sua mente, sempre tesa verso l’introspezione e verso la comprensione dei sentimenti e della personalità degli altri. Era affascinato dalla psicanalisi, che egli giudicava aver rappresentato una rivoluzione del pensiero umano e in chiave della quale di proponeva di riflettere su aspetti di altri campi della conoscenza.

Aveva esteso le sue analisi all'economia politica. Sosteneva che in questo campo lo stato della scienza aveva una tendenza alla staticità. Agli economisti Colorni contestava il fatto di credere acriticamente nella scientificità di procedimenti eminentemente di carattere deduttivo propri dell'economia politica, sottovalutando l'importanza delle motivazioni psicologiche e sociali. Sosteneva che gli assiomi che sono alla base dell'economia pura dovevano considerarsi tuttalpiù come leggi statistiche e probabilistiche.

Precedendo di vari lustri la proliferazione, che in seguito intervenne, di studi e dibattiti dedicati alla metodologia dei procedimenti di ricerca, Colorni stava sviluppando un quadro di importanti riflessioni sulla critica scientifica alle quali egli perveniva con tutto il patrimonio di studi da lui effettuati direttamente sull'opera di scienziati che allora stavano rivoluzionando il modo di intendere la scienza.

L'ampiezza di orizzonti che caratterizzava questo campo di studi di Colorni appare in tutta evidenza dal progetto - che egli elaborò quando era al confino e in cui invero continuò a pensare anche a Roma durante la Resistenza – di una rivista di metodologia scientifica. Rivista che avrebbe dovuto affrontare tutte le questioni di principio relative alle scienze che si servono dei metodi sperimentali e dello strumento matematico (comprendendo, fra le altre, le scienze biologiche, l’economia, la statistica). Questo progetto - di cui Colorni aveva avuto modo di discutere anche aspetti particolari con altri studiosi, tra cui il filosofo Geymonat - prevedeva un lavoro collettivo sulla filosofia della scienza da realizzare in collaborazione anche con importanti scienziati stranieri.

Durante la Resistenza, osservando come l’intenso ritmo dei suoi impegni nell’attività cospirativa non gli lasciava più spazio per la prosecuzione dei suoi studi, Colorni ebbe a confidare che attendeva di pervenire nella scienza a nuovissime, fondamentali conclusioni alla cui soglia egli riteneva di essersi ormai molto approssimato.

Il pensiero di Colorni era insomma un magma incandescente di prodigiosa genialità che avrebbe investito ogni ambito cui si fossero rivolti i suoi interessi intellettuali. Se fosse sopravvissuto avrebbe sicuramente dato, insomma, contributi di eccezionale importanza non solo al pensiero filosofico, ma anche ad altri campi del sapere.

***

L'altra dimensione del personaggio è quella, circondata da un’aureola di gloria, del grande combattente per la libertà che ha fatto parte della celebre triade del Manifesto di Ventotene e che è caduto eroicamente nella Resistenza.

L'esordio di Eugenio nell’antifascismo avvenne negli anni dell'università. Nel 1929 il suo nome figurava già registrato come sovversivo presso la prefettura di Milano per aver lanciato grida ostili contro il regime in occasione di una rissa avvenuta durante una lezione di Antonio Borgese, insigne docente di estetica, noto antifascista: lezione che era stata interrotta da una squadra di attivisti del GUF (Gruppi universitari fascisti) con insulti contro Borgese. Colorni aveva attivamente partecipato alla scazzottatura contro i provocatori del GUF. Ho ricordato questo episodio perché il particolare della partecipazione di Eugenio al pugilato avvenuto in quella circostanza è forse da tener presente nella spiegazione della reazione fisica di Colorni quando quindici anni dopo venne fermato da agenti di polizia a Piazza Bologna.

Eugenio ebbe rapporti con il gruppo dei “Goliardi per la libertà”, un’associazione antifascista studentesca, fondata dopo il delitto Matteotti, che svolgeva la sua opera sul piano culturale: prevalentemente contrapponendo una visuale cosmopolita al provincialismo intellettuale del regime. Una delle espressioni più interessanti di questo dissenso fu la rivista, di ispirazione gobettiana, “Pietre”, fondata a Genova agli inizi del 1928 e trasferita poi a Milano, cui collaborò anche Colorni con un suo saggio. Presto però si abbatté sul gruppo dirigente della rivista un’ondata di arresti a seguito di un attentato avvenuto alla Fiera di Milano che aveva causato una ventina di morti: attentato di cui la vera matrice non fu mai identificata.

Intorno agli anni ‘30 Colorni entrò a far parte dei gruppi di “Giustizia e libertà”: un movimento costituito a Parigi nel luglio 1929 da Carlo Rosselli, Emilio Lussu e Alberto Tarchiani e di cui fecero parte, fra gli altri, Leone Ginzburg e Vittorio Foa, che intendeva raccogliere insieme, per una comune lotta antifascista, nuove leve di socialisti, repubblicani e democratici. L’ispirazione di fondo era peraltro rappresentata dalla concezione di un socialismo libertario, contrario pertanto all’ideologia marxista.

E’ nel 1933 che Eugenio, al suo ritorno dalla Germania, ove aveva trascorso un certo tempo come lettore all’università di Marburgo, decise di impegnarsi attivamente nella politica. Lo fece aderendo al “Centro Interno Socialista”, organo di collegamento dei militanti socialisti in Italia (in pratica quasi esclusivamente nel Nord), costituito nel 1932 per iniziativa di tre uomini, Rodolfo Morandi, Lelio Basso e Lucio Luzzato, che in seguito avrebbero avuto ruoli di primo piano nelle vicende del movimento socialista dopo il 25 luglio.

Nel 1937, sopravvenuti gli arresti di Morandi e Luzzato, Colorni divenne responsabile effettivo del “Centro Interno Socialista”. Un anno dopo fu anche lui arrestato. Il suo arresto fu un avvenimento. Ad esso il regime fascista diede infatti un notevole rilievo nella stampa, utilizzando il caso per iniziare con gran clamore la campagna contro gli ebrei. Apparvero così servizi come quello sul Corriere della Sera, sotto il titolo “La trama giudaico-antifascista stroncata dalla vigile azione della polizia” o come un analogo servizio apparso su Il Piccolo di Trieste sotto il titolo “La doppia vita del professor Colorni”, o come quello pubblicato da Il Popolo d'Italia sotto il titolo “Ebreo antifascista arrestato e deferito al Tribunale speciale”.

Condannato, Colorni venne assegnato per cinque anni al confino a Ventotene.

***

Per Colorni l’impegno politico rappresentava fondamentalmente una scelta di testimonianza con l’azione. Già in quel periodo però significò anche un apporto di giudizi e di nuove idee in cui si profilava una peculiarità nella sua visuale politica.

Fra l’altro, diversamente da quello che era il pensiero delle altre principali figure del “Centro interno socialista” e della direzione del partito socialista in Francia, Eugenio non credeva nelle teorie marxiste, che peraltro aveva studiato attentamente fin dagli anni dell’università.

Delle sue riflessioni di quell’epoca si può trovare l’espressione più interessante in un articolo, apparso nel giugno 1937 sul Nuovo Avanti, in cui Colorni sosteneva il concetto eterodosso che nella lotta di classe la spontaneità delle iniziative delle masse doveva prevalere sull’azione organizzata di partito: posizione questa, in cui forse si potrebbe trovare un’assonanza con il pensiero di Rosa Luxemburg e che in ogni caso rifletteva un’ispirazione libertaria che avrebbe continuato in seguito ad essere in qualche modo presente in Colorni.

Altri aspetti in cui si possono cogliere note di peculiarità delle posizioni politiche di Colorni sono individuabili nella sua convinzione che occorresse pervenire ad un’apertura nei confronti del dissenso germogliante in seno al fascismo, nel rifiuto del burocratismo di partito, nella opinione – espressa in un articolo che incontrò obiezioni da parte di Morandi – che si dovesse dedicare una particolare cura al rapporto con le classi medie.

***

Una mente indagatrice, inquieta, anticonformista come quella di Eugenio non poteva peraltro non arrivare a porsi interrogativi di fondo anche in politica.

Ed è nel confino a Ventotene, in quella fucina di pensiero che erano le discussioni con Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, che Eugenio trovò, come anelava nella sua ricerca in altri campi di pensiero, le ragioni per un ribaltamento di visuali generali in politica.

La concezione federalista, quale espressa dal “Manifesto” e da Eugenio, veniva infatti a costituire un’autentica rivoluzione del pensiero politico. La straordinaria originalità che la caratterizzava rispetto a precedenti enunciazioni delle idee federaliste era rappresentata dalla convinzione, su cui essa era fondata, che l’istanza dell'unificazione europea dovesse considerarsi non come complemento di esistenti concezioni politiche, ma come ragione di riconcepire, con un’ottica radicalmente modificata, ogni problematica economica, sociale e politica.

Ciò valeva in particolare per quanto riguarda il sovvertimento, che quella concezione comportava, di tutto il corredo di concezioni politiche e rivendicazioni dei movimenti di sinistra.

In sostanza si ebbe allora la illuminata preveggenza di una logica di revisione in profondità di tutti gli schemi ideologici e politici del passato: logica di cui la sinistra è venuta solo molto più tardi prendendo consapevolezza e in cui si è inquadrato negli ultimi decenni del secolo scorso il processo di emancipazione della maggior parte di essa da mitologie stataliste.

Nella visuale che Colorni aveva della causa europea erano ravvisabili, peraltro, per le impressioni che traevamo dalle sue parole, elementi di specificità rispetto al “Manifesto”. Anzitutto per il particolare risalto che in essa presentava il concetto che l’unificazione europea doveva considerarsi solo una tappa nella costruzione di una federazione mondiale. Parlando di federalismo poneva l'accento su questo principio, che, in effetti, aveva tenuto a porre in evidenza anche nella sua prefazione alla prima edizione del “Manifesto”. Non poteva trattarsi - sosteneva Eugenio - solo di far cadere le frontiere tra i popoli del nostro continente. Il disegno federalista doveva avere necessariamente una respiro universalista. Doveva altresì coincidere, per quanto riguarda l’Europa, con un progetto di radicale trasformazione sociale. Con questo ultimo aspetto si raccordava la convinzione di Eugenio che l'unità europea non potesse nascere – così ebbe anche a scrivere in una sua “lettera agli amici federalisti” – dalla “benevola disposizione delle potenze vincitrici”, ma dovesse essere conquistata “dal basso”, attraverso, egli diceva, “movimenti di massa”. Eugenio pensava infatti che con il crollo della Germania si sarebbe aperta in tutti i paesi occupati dai tedeschi una grande crisi che sarebbe sfociata in una “rivoluzione europea”.

Nel maggio del 1943 Eugenio, evaso dal confino di Melfi, ove era stato trasferito qualche tempo prima, dà inizio a Roma all'azione europeista. Crea un primo nucleo di adepti costituito in buona parte da giovani della comunità ebraica romana; cura la prima edizione del “Manifesto”, di cui scrive l'introduzione, e la pubblicazione del foglio l’Unità europea, di cui appunto nella capitale escono i primi numeri. Eugenio ha naturalmente un ruolo di primo piano nella nota riunione di europeisti che si svolge a Milano nei giorni 26 e 27 agosto 1943: riunione che venne poi considerata l’atto di fondazione del Movimento Federalista Europeo (MFE) e in cui prevalse l’opinione, fortemente sostenuta appunto da Colorni, di dar vita non ad un partito ma ad un movimento politico che operasse trasversalmente.

Ma l'azione di Eugenio non rimane circoscritta al proselitismo della causa europeista. Il 26 luglio, il giorno dopo che era stato rovesciato il governo di Mussolini, Eugenio non si perita di lanciare un manifesto, firmato da lui e da altri due federalisti (Luisa Usellini e Cerilo Spinelli) e diffuso in migliaia di esemplari, contenente il primo appello in Italia alla lotta partigiana contro i tedeschi. Solo dopo l'8 settembre, infatti, altre forze politiche si pronunceranno in Italia per la lotta armata.

Ed è a Roma che Eugenio, ricollegandosi con il neo ricostituito Partito socialista  (il PSIUP) - è allora che Eugenio si dà il nome di Angelo -, stabilisce uno stretto rapporto con un gruppo politico che in seno al PSIUP rappresentava un embrione di fronda nei confronti della direzione del partito.

I membri di questo gruppo (che si era dato il nome di "comitato politico") erano in prevalenza provenienti dal MUP (Movimento di Unità Proletaria) una formazione che aveva concorso alla ricostituzione del partito socialista. Tra essi figuravano Mario Zagari, Carlo Andreoni (vice segretario del PSIUP), i fratelli Tullio e Alberto Vecchietti, Achille Corona, Giovanni Barbera (ucciso qualche tempo dopo in alta Italia) e Leo Solari.

Le riserve che esso allora avanzava nei riguardi della politica della direzione del partito erano incentrate su istanze di maggiore intransigenza nella politica del CLN per quanto riguarda le questioni istituzionali. In realtà la ragione più importante di dissenso era un'altra che rimaneva latente, ma che sarebbe venuta, poi, sempre più accentuandosi: essa era rappresentata da una sostanziale diversità di valutazioni in merito alla ruolo e alla esistenza stessa del partito socialista. Appunto questa diversità costituiva un sottofondo degli aspetti espliciti di dissenso e sarebbe divenuta la ragione preponderante di contrasti con la maggioranza della direzione del PSIUP, nella quale prevalevano tendenze verso sempre più stretti rapporti con i comunisti in vista di una unificazione dei due partiti.

La visuale europeista di Eugenio non poteva non radicarsi negli orientamenti di quel gruppo, costituendo in seguito una fondamentale connotazione della corrente politica ("Iniziativa socialista") che di quella "fronda" fu in parte una prosecuzione.

Una concezione come quella del "Manifesto di Ventotene", volta a rovesciare le coordinate generali della visione di una nuova società e quindi obiettivamente rivoluzionaria, veniva infatti inevitabilmente a collidere con il conservatorismo ideologico presente nel pensiero dei fautori, in seno al Partito socialista, di una unificazione con il PCI.

La persuasione che la realizzazione di una federazione europea dovesse costituire l'obiettivo fondamentale di un movimento socialista non poteva, d'altra parte, non essere una ragione di antitesi nei confronti di una visuale, quella del partito comunista, nell'ambito della quale l'idea federalista era allora inaccettabile e destinata quindi ad essere decisamente osteggiata perché contrastante con gli interessi dell'Unione Sovietica.

La causa dell'unificazione europea si offriva così come un crinale ideologico tra chi fosse convinto dell'esigenza che il partito socialista preservasse la propria autonomia, e quanti propendessero per un'unificazione con il PCI.

Non può quindi sorprendere che il calore con cui Eugenio sosteneva l'idea federalista incontrasse freddezza in Pietro Nenni e nella maggioranza della direzione di allora del PSIUP: anche se si era accettato, nel 1943, all'atto della ricostituzione del partito, di inserire nella dichiarazione politica un paragrafo di impronta europeista. È parimenti incomprensibile che le argomentazioni federaliste di Eugenio incontrassero riserve, in una discussione che egli ebbe riguardo ad esse, in Giuseppe Saragat, che in quell'epoca era allineato sulle posizioni di Nenni.

***

Il rapporto con Angelo segnò in particolare lo spirito e la storia della federazione giovanile socialista (FGS), ricostituitasi a Roma durante la Resistenza e destinata a rappresentare in seguito la componente più radicale delle forze autonomiste. Di essa Angelo fu uno dei padri fondatori. La ricostituzione della federazione giovanile socialista avvenne infatti in una riunione ristretta in cui erano presenti Eugenio Colorni, Sandro Pertini, Mario Zagari e i tre giovani - Matteo Matteotti, Leo Solari e Bruno Conforto - designati alla guida del movimento.

Con i giovani Angelo aveva stabilito in precedenza un forte legame con la scuola di partito che appunto per essi egli aveva ideato e curato e che era naturalmente divenuta una fucina di conoscenze europeiste. È proprio in un incontro dell'esecutivo della FGS con Angelo e Mario Zagari che - nell'aspettativa che era progressivamente riemersa nonostante il trauma delle Fosse Ardeatine - si addivenne alla decisione di costituire una prima brigata Matteotti con l'inquadramento in essa dei giovani socialisti di Roma. Questa iniziativa trovò subito l’entusiastico sostegno di Sandro Pertini, che divenne poi l'anima della germinazione delle brigate Matteotti nelle parti non ancora liberate del paese. Ispirata alla convinzione che il partito socialista dovesse affermare nettamente la sua identità ed autonomia anche nella lotta partigiana, essa segnò perciò un momento significativo negli indirizzi della partecipazione socialista alla lotta partigiana. Angelo trovò l'incontro con la morte appunto in un giorno in cui era atteso ad un convegno di quadri della prima brigata Matteotti.

***

Cercherò ora di tratteggiare alcuni lineamenti della personalità di Angelo, e lo farò soprattutto riportando testualmente sue parole, spesso di toccante bellezza, atte assai più delle mie a far comprendere il suo spirito.

Molti sono i grandi personaggi di cui vi è stato un divario notevole, talvolta una vera antitesi, tra quello che hanno detto e scritto e la loro dimensione umana. In Eugenio Colorni no.

Anche per questo la figura di Eugenio è eccezionale. Un filo conduttore ha legato senza soluzione di continuità ogni aspetto della sua vita: negli studi, nel suo lavoro, nella sua attività di docente, nella politica, è nella sfera dei rapporti privati.

In ogni momento.

Esso è stato rappresentato da una costante, fortissima tensione morale: dalla sua preoccupazione di rimanere sempre rigorosamente fedele a quel trattato di pace che egli diceva di aver stabilito con il suo “imperativo categorico”, cioè con la sua coscienza. Una coscienza assai esigente!

Eugenio aveva principi molto rigorosi. In tutto. Era ben lungi, peraltro, dall'essere un moralista. Una figura, questa, quasi sempre preoccupante per i non limpidi, occulti risvolti dell'intransigenza che viene professata. E che in ogni caso non è simpatica: quando non è addirittura repulsiva.

Eugenio era l'antitesi del moralista tipico. Era aperto, comprensivo, sensibilissimo alle ragioni degli altri.

Per inciso devo dire che, contrariamente a quanto può forse sembrare dalle fotografie conosciute dal pubblico, fotografie in cui appare sempre con un volto un po' severo, era capace di essere irresistibilmente simpatico. Amava parlare con le persone. E anche scherzare.

La sua critica era serena. Non ricordo di aver mai sentito esprimere da lui un giudizio malevolo su una persona.

Eugenio detestava i moralisti. Morale e verità, sosteneva, non potevano essere materia di certezze. Occorre diffidare, affermava, di coloro che dicono di credere in valori assoluti.

Diversamente dai moralisti, le cui censure sono quasi sempre concentrate sugli altri, Eugenio poteva essere veramente severo solo verso se stesso, scrupolosamente attento, come era, alla propria condotta, ai propri pensieri, ai propri dubbi.

A questo modo di sentire rispondeva la rigorosa severità intellettuale che lo portava in ogni campo dei suoi studi e delle sue riflessioni ad interrogarsi continuamente per cercare di andare il più possibile in profondità, a non dare mai nulla per scontato, a non ammettere verità definitive - neppure quelle da lui appena raggiunte -, a passare tutto al vaglio di nuove verifiche, a mettere costantemente tutto in discussione, a esplorare ogni possibile orizzonte del “nuovo”.

Lo spirito di tutto ciò è stato espresso in modo abbagliante da Eugenio quando scriveva che, la “vera intelligenza acuta, scrupolosa, instancabile, indagatrice, è una forma di moralità, anzi la moralità stessa”.

***

È naturale chiedersi perché un uomo come Eugenio, che amava così appassionatamente i suoi studi, che era altresì ben consapevole dei mezzi straordinari che la natura gli aveva dato per aprire nuove vie del sapere e che poteva vedere nel suo futuro traguardi esaltanti nel campo del pensiero, abbia voluto sacrificare all'impegno politico tanto tempo prezioso, sottratto così ad affascinanti conquiste intellettuali, fino a sospendere per esso la sua stessa vita.

Non lo ha spinto certo l'ambizione. Una motivazione, questa, sempre fortemente presente, con gradazioni più o meno intense, in quanti si impegnano attivamente nella politica. Non aveva bisogno della politica per ottenere gratificazioni che i suoi talenti gli avrebbero ogni caso assicurato.

D'altra parte non era un uomo che potesse amare l'arte e il gioco della politica e che, tanto meno, potesse sopportare gli aspetti più grigi del lavoro politico. Per alcuni suoi sintomatici commenti si poteva già intravedere una sua insofferenza per il tatticismo politico.

Nella vita di Eugenio vi sono state fasi in cui l'impegno nell'attività politica è stato particolarmente assorbente. E certamente la fase di gran lunga più intensa è stata quella del periodo della Resistenza. La sua attività conobbe allora un ritmo frenetico.

Era intervenuta, forse, una voglia di vivere l'esperienza di azione, di assaporare il gusto dell'avventura, di misurarsi con il rischio?

Lo si può escludere per la natura e la formazione culturale di un uomo come Eugenio e per le impressioni che si potevano avere in quel periodo dai suoi discorsi, dalle sue confidenze. E altresì per quanto appare inequivocabilmente in passaggi dei suoi scritti, in buona parte dei quali ricorrono insistentemente accenni autobiografici e riflessioni di Eugenio su propri comportamenti e su sentimenti che li motivavano.

Non potevano essere, insomma, motivazioni riconducibili all'interesse dell'azione per l'azione che potevano portarlo a subordinare ad esse il bisogno, sentito sempre con eccezionale intensità, di immergersi in quell'opera - i suoi studi di filosofia in particolare - che amava intensamente e il cui compimento significava per lui la sua massima aspirazione.

Eugenio l’ha scritto e ripetuto frequentemente agli amici. Nello spiegare il modo come egli sentiva la sua vocazione per la filosofia egli scriveva: “questa professione è la mia esigenza, la mia stessa personalità, la mia missione nella vita”. E diceva altresì: “riuscire a veder chiaro nel campo filosofico è la più grande speranza della mia vita”.

Parole come queste non possono lasciar dubbi sulla risposta al quesito “Perché Eugenio si impegnò nella politica e accettò di porre per essa a repentaglio e infine sacrificare quella che così fermamente riteneva essere la sua missione?”.

È rituale che commemorando un’importante persona scomparsa si esalti il completo disinteresse della sua condotta di vita, pur nella consapevolezza che alle eventuali motivazioni etiche si associavano nella vita del personaggio concreti interessi, talvolta in misura preponderante.

Ebbene, in Eugenio l'impegno sul terreno della politica fu veramente ed esclusivamente obbedienza, come in altri aspetti della sua vita, ad un obbligo che egli sentiva di testimoniare, a se stesso prima che agli altri, le proprie convinzioni,  le proprie idee. Obbedienza ad un dovere da assolvere, egli diceva “con il senso di non averlo mai compiuto fino in fondo”, perché, aggiungeva, “l'idea è per sua natura, sempre al di là, e la perfezione morale è irraggiungibile”.

A questo obbligo sentiva di dover conformarsi proprio quando l'impegno politico poteva comportare, oltre a rinunce e sacrifici, rischi gravi, come, per l’appunto, nella cospirazione durante il regime fascista e nella Resistenza.

***

Vorrei ora soffermarmi su un aspetto della personalità di Eugenio - il suo modo di concepire e di sentire il suo rapporto con gli altri - che era quello che, quando percepito, non mancava di conquistare il cuore di chi ha avuto la fortuna e il privilegio di trovarsi vicino al lui.

Forse le parole più toccanti di Eugenio sono state quelle da lui dedicate a questo aspetto. “Il vero modo, scriveva, di presa effettiva riguardo ad un altro è di lasciarlo esistere, non di trasformarlo a mio modo, ma di godere della suo modo di essere diverso da me. È quello che io chiamo amore e comprensione di un altro uomo”.

Andando al di là del fondamentale precetto evangelico sosteneva che il principio da seguire non fosse quello di: “Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te, ma di fare all'altro ciò che l'altro vorrebbe fosse fatto a lui”.

E aggiungeva: “non per conoscere gli altri guarda dentro te stesso, ma per conoscere gli altri guarda gli altri. Non cercare punti di contatto, minimi comuni denominatori, categorie universali. Cerca di imparare la loro lingua senza usare sempre la tua come termine di paragone”.

E a questo principio egli si è effettivamente attenuto nei suoi rapporti con familiari, amici e compagni, conoscenti. Con tutti!

Il bisogno di concepire il contatto con gli altri uomini non come urto, come lotta, “ma come sforzo di comprendere la diversità dell'altro” è un motivo ricorrente del pensiero e della vita di Colorni. Lo ritroviamo espresso in due sue lettere dal confino (scrive di Goethe in una lettera del 21 settembre 1938: “Ciò che mi fa impressione è quella sua - come dire - dubbiosità prima di dare un giudizio, di attribuire un valore... sembra voler dire: “Io sono capace di capire anche il punto di vista degli altri. Anche il modo di vedere degli altri esiste […]”. E che con questa interpretazione Eugenio esprimesse il suo modo di sentire appare nella successiva lettera in cui lamenta che “i filosofi, in fondo, si preoccupano poco di capire, e troppo di spiegare”. “Spesso, osserva, le due cose sono antitetiche l'una all'altra […] per questo mi piace Goethe […]. I sistemi per lui non erano cose veramente serie […]. L'importante, il serio, era, per lui, capire, in qualunque modo, con qualunque metodo”.

L’esigenza di comprendere, accettare ed accogliere la diversità dell'altro, al limite fino ad immergersi in essa e a dimenticarsi di se stessi, è al centro della concezione che Eugenio esprime per quanto riguarda l'amore. Sentimento, quello dell'amore, che da Eugenio era inteso nell'intera varietà di rapporti interpersonali in cui potesse manifestarsi un legame affettivo: e di cui quindi l'affezione amorosa all'interno di una coppia poteva essere solo uno dei modi di manifestarsi. “Amare, leggiamo nel dialogo “Dell'antropomorfismo nelle scienze”, significa proprio considerare il proprio oggetto come supremamente altro, quindi sempre nuovo e, sempre sconosciuto, ogni volta conosciuto di nuovo e con sorpresa, in una parola, imprevisto, vivo. E ciò, ancora una volta, per analogia con noi stessi: perché ciò che amiamo di più in noi stessi, e che sentiamo più intimamente nostro, è proprio il nostro libero arbitrio, e cioè la possibilità che sentiamo intima ed essenziale in noi di essere ogni volta diversi da come sarebbe stato prevedibile”. E appunto al modo di concepire l'amore è dedicato il meraviglioso messaggio che egli lascia per le figlie nel suo testamento affermando che l'amore (“la cosa più seria e importante della vita”, egli scrive) deve essere considerato come “ciò che ci avvicina ad un altro essere, dimenticandoci di noi stessi e desiderando che esso viva nella sua essenza profondamente diversa da noi”. Ma è forse nelle struggenti parole di un passaggio di “Critica filosofica e fisica teorica”, uno degli scritti di Eugenio, che si ha la più  vivida espressione dell’intensità con cui quanto scriveva e diceva su quell'argomento era presente nel suo spirito non come riflessione teorica, ma come realtà palpitante, quale parte essenziale, insomma, della sua personalità e chiara interpretazione di scelte della sua vita.

Dopo aver osservato che “ l'amore rappresenta forse per l'uomo moderno l’esperienza più diretta e bruciante dell'esistenza di un’altra persona” e che questa persona molto spesso è “profondamente diversa”, Eugenio sottolineava che elemento essenziale dell'amore deve essere “il permettere a questa persona di esistere accanto a sé, il desiderare, anzi, la sua esistenza più che la propria, senza cercare di assorbirla in sé, proprio in ragione della sua particolarità, il penetrare nell'interno di quell'anima con il rispetto dovuto ad una cosa delicata e sconosciuta, di cui un gesto torbido o brusco potrebbe infrangere l'equilibrio e l'armonia […]”.

***

Che un modo di sentire, quello di Eugenio, così proteso verso gli altri, potesse riflettersi, trasferendosi in visuale politica, in concezioni socialiste era naturale non essendo egli un credente, che, in quanto tale, avrebbe potuto avere un'inclinazione a corrispondere in altre forme a simili sentimenti.

Mi sembra che un'indicazione in tal senso si possa trarre, fra l'altro, da quel passaggio nel saggio sul “concetto di amore” in cui Eugenio, dopo aver osservato che questo sentimento, quello dell'amore, “noi lo conosciamo e lo possiamo realizzare per ora solo nel campo individuale e soggettivo”, si pone il problema di una sua elevazione ad un “ambito collettivo”.

In effetti nel modo di Angelo di “sentire” la propria adesione alle ragioni del socialismo era fortemente presente un afflato spirituale. Qualcosa non familiare, oggi, ai movimenti che si richiamano all'idea socialista. Ma non estraneo all'anima socialista quale essa fu in tempi del passato. Tutto un lungo percorso della storia del movimento socialista ha conosciuto nelle motivazioni e nei comportamenti dei suoi esponenti e dei suoi militanti tensioni spirituali, slanci missionaristici di fratellanza, impulsi di religiosità laica. Appunto di questo spirito portarono l'impronta predicazione, scelte di vita e comportamenti di talune delle più nobili figure della storia socialista. Che furono talvolta autentici apostoli dell'idea che avevano sposato.

Penso che in ogni caso quelle figure si sarebbero riconosciute nello spirito di Eugenio. Uno spirito che ora appare fuori del tempo, fuori del nostro mondo di oggi - e in ogni caso fuori dal mondo socialista di oggi, ma che forse si sentirà la necessità di riscoprire in futuro - non possiamo escluderlo - con il sopravvenire di nuovi scenari.

Giova a comprendere la straordinarietà e peculiarità della sua figura umana anche il modo come egli svolgeva la sua opera nella Resistenza. Diede una dimensione della sua grandezza morale anche nello svolgere oscuramente, cioè senza nessun intento di dare un esempio e, tantomeno, per ostentazione di umiltà, anche i compiti più modesti, che erano sovente anche i più rischiosi; nello studiare e curare gli aspetti organizzativi con la stessa diligenza e lo stesso scrupolo di “perfezionista” con cui si dedicava alle ricerche filosofiche e scientifiche; nell'essere il “fratello” maggiore dei giovani allievi della scuola clandestina di partito da lui voluta durante la Resistenza; nel bruciare infine la sua preziosa vita rifiutandosi di arrendersi agli sgherri che cercavano di arrestarlo.

***

Eugenio amava appassionatamente la vita. L'idea della fine della propria esistenza lo angosciava profondamente.

Lo diceva e lo scrisse: che questo pensiero gli era intollerabile.

Generalmente, soprattutto quando si è giovani, si è difesi dall'idea e dal timore della propria fine da un processo di più o meno consapevole rimozione mentale. Ciò avveniva meno facilmente per Colorni: che sentiva il bisogno di parlarne con gli amici.

Il pensiero della morte non poteva non ricorrere in modo più perturbante in un periodo, come quello della Resistenza, in cui la fine della vita non era più per lui un evento comunque lontano nel tempo, ma una possibilità concretamente incombente in ogni momento.

Stranamente il pensiero della morte ha oppresso il suo animo in particolar modo proprio quando ormai quasi tutti a Roma erano convinti che l’arrivo degli alleati nella capitale fosse solo questione di giorni e “si respirava” un’aria nuova, più leggera.

Proprio nella notte precedente il giorno in cui venne ferito, era estremamente triste. Disse che era veramente assurdo che si potesse perdere la vita proprio quando la città stava per essere liberata. E non si lasciava rasserenare.

Ho poi saputo che un identico sentimento aveva espresso in quei giorni ad un'altra persona: a Piovene.

Quasi che ci sia stato in lui un presagio.

E il caso che portò Angelo all'incontro con la morte fu invero sconcertante. Con Angelo e Mario Zagari si era concordato che in quella giornata del 28 maggio ci saremmo incontrati per andare insieme ad una riunione della prima brigata Matteotti cui ho in precedenza accennato: riunione che doveva aver luogo in un fabbricato diroccato nella zona di Piazza Bologna. Fu Angelo a proporre che ci si incontrasse in quella piazza. Io obiettai subito che non era il caso di scegliere quel posto perché sette giorni prima, mentre passavo per quella piazza in compagnia di Matteo Matteotti, ero stato fermato da due poliziotti in borghese, presumibilmente gli stessi che poi hanno bloccato Eugenio. Si restò quindi d'accordo di incontrarci davanti alla caserma delle guardie di finanza in Via XXI Aprile. Inutilmente io e Mario Zagari aspettammo allora Colorni.

Non ha mai cessato di tornare alla mia mentre il pensiero di questa enigmatica coincidenza tra un presagio e il fatto che presumibilmente Eugenio non ha tenuto conto dell'avvertimento circa la pericolosità di transitare per Piazza Bologna.

Il fatto che il turbamento per la possibilità di perdere la vita fosse così tormentosamente presente nella mente di Eugenio sublima il valore di un comportamento, come il suo, che lo vide non risparmiarsi mai durante la Resistenza e esporsi ai rischi più gravi, non tirandosi indietro in nessuna occasione. Può assurgere a vero eroismo infatti la condotta non di chi mette allo sbaraglio la propria vita per la ragione in cui si crede sottovalutando il pericolo o riuscendo ad essere ad esso indifferente, ma quella di chi, come è avvenuto per Eugenio, pur temendo fortemente la morte e con piena consapevolezza dell'elevatezza di rischi, continua con sofferenza a mettere in gioco la propria vita per la causa cui si è votato.

Concludendo questo mio intervento, con cui ho cercato di rendere anche una mia modesta testimonianza, vorrei esprimere il voto che, guardando alla figura di Eugenio, non si veda soltanto quanto è notoriamente motivo di gloria per il suo nome, ma si sappia percepire - ed essenzialmente a ciò sono state intese le mie parole - anche l'interezza della sua singolare personalità e l'importanza della luminosa lezione di pensiero e di vita che egli ha lasciato. Lezione di un uomo in cui tutto si raccordava con stretta coerenza, senza alcuna smagliatura, nelle idee, nei sentimenti, nella condotta di vita, in una rigorosa tensione dell'intelligenza e dello spirito per essere sempre rigorosamente fedele a se stesso.

Penso che la percezione di ciò non potrà non riscaldare il cuore di chi, in quest'epoca di esasperazione di tendenze individualistiche, di imperante culto dei vincenti, di sepolcri imbiancati delle utopie, sentirà il bisogno di essere aiutato a credere in valori come quelli testimoniati da Eugenio con la sua vita.

 Roma, 18 maggio 2004