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"La
lezione di Angelo"
di Leo Solari
Angelo è il nome convenzionale che
Eugenio si era dato nella Resistenza in conformità ad una regola della
cospirazione: regola che si rendeva opportuno osservare soprattutto da
parte di chi come lui aveva particolari motivi, per i precedenti
politici e per la sua qualità di ebreo, di tenere nascosta la propria
identità.
Per comprendere cosa il paese ha perduto
con la sua precoce morte è indispensabile avere un’idea di ciò che la
sua opera di pensiero già allora rappresentava e ancor più avrebbe
rappresentato in seguito se egli fosse sopravvissuto.
Colorni fu certamente, come ebbe a
sottolineare Norberto Bobbio in un suo scritto, uno dei pensatori più
lucidi della sua generazione. Nel campo filosofico le sue posizioni
furono infatti, nell’epoca in cui vennero espresse, le uniche, in
sostanza, a fare da contraltare all’interpretazione spiritualistica
allora dominante, dando un colpo di grazia alla filosofia nel senso
tradizionale della parola.
Occorreva distaccarsi, affermava Colorni,
da una filosofia concepita “come surrogato della religione”. Nella
filosofia si doveva cercare non tanto una visione generale del mondo,
una formula per interpretare l’universo, quanto una lezione di metodo,
un’istruzione per l’uso rigoroso della ragione. La filosofia doveva
essere considerata pertanto una scienza concreta da coltivare con lo
stesso spirito e lo stesso rigore di altre scienze. Egli sottolineava
questo concetto affermando che il filosofo ha bisogno “che la sua
ricerca sia precisa come e più di quella del fisico e del biologo”.
Nei suoi studi filosofici Colorni era
partito da Leibniz, che, come è noto, non è stato solo un grande
filosofo, ma anche un grande matematico: fra l’altro fu insieme a Newton
uno degli inventori del calcolo infinitesimale. Leibniz era stato
altresì un grande fisico e uno dei maggiori logici di tutti i tempi. Si
era occupato anche di chimica, di ingegneria mineraria, di statistica e
di politica. Si, anche di politica, che fece oggetto di vari suoi
scritti.
A Leibniz Colorni dedicò non solo la sua
tesi di laurea, ma anche una sequenza di saggi che successivamente venne
scrivendo in un arco di dieci anni. In effetti Leibniz fu sempre il
filosofo al cui pensiero Colorni si sentì sempre maggiormente
interessato.
Con un certo grado di analogia con la
multiforme opera di Leibniz gli interessi intellettuali di Colorni
tendevano ad investire una molteplicità di campi.
Colorni era cultore di studi di matematica
e di fisica, con predilezione, naturalmente, per la fisica teorica. Era
venuto sempre più appassionandosi alla psicologia, verso cui era
fortemente sospinto dalla sua mente, sempre tesa verso l’introspezione e
verso la comprensione dei sentimenti e della personalità degli altri.
Era affascinato dalla psicanalisi, che egli giudicava aver rappresentato
una rivoluzione del pensiero umano e in chiave della quale di proponeva
di riflettere su aspetti di altri campi della conoscenza.
Aveva esteso le sue analisi all'economia
politica. Sosteneva che in questo campo lo stato della scienza aveva una
tendenza alla staticità. Agli economisti Colorni contestava il fatto di
credere acriticamente nella scientificità di procedimenti eminentemente
di carattere deduttivo propri dell'economia politica, sottovalutando
l'importanza delle motivazioni psicologiche e sociali. Sosteneva che gli
assiomi che sono alla base dell'economia pura dovevano considerarsi
tuttalpiù come leggi statistiche e probabilistiche.
Precedendo di vari lustri la
proliferazione, che in seguito intervenne, di studi e dibattiti dedicati
alla metodologia dei procedimenti di ricerca, Colorni stava sviluppando
un quadro di importanti riflessioni sulla critica scientifica alle quali
egli perveniva con tutto il patrimonio di studi da lui effettuati
direttamente sull'opera di scienziati che allora stavano rivoluzionando
il modo di intendere la scienza.
L'ampiezza di orizzonti che caratterizzava
questo campo di studi di Colorni appare in tutta evidenza dal progetto -
che egli elaborò quando era al confino e in cui invero continuò a
pensare anche a Roma durante la Resistenza – di una rivista di
metodologia scientifica. Rivista che avrebbe dovuto affrontare tutte le
questioni di principio relative alle scienze che si servono dei metodi
sperimentali e dello strumento matematico (comprendendo, fra le altre,
le scienze biologiche, l’economia, la statistica). Questo progetto - di
cui Colorni aveva avuto modo di discutere anche aspetti particolari con
altri studiosi, tra cui il filosofo Geymonat - prevedeva un lavoro
collettivo sulla filosofia della scienza da realizzare in collaborazione
anche con importanti scienziati stranieri.
Durante la Resistenza, osservando come
l’intenso ritmo dei suoi impegni nell’attività cospirativa non gli
lasciava più spazio per la prosecuzione dei suoi studi, Colorni ebbe a
confidare che attendeva di pervenire nella scienza a nuovissime,
fondamentali conclusioni alla cui soglia egli riteneva di essersi ormai
molto approssimato.
Il pensiero di Colorni era insomma un magma
incandescente di prodigiosa genialità che avrebbe investito ogni ambito
cui si fossero rivolti i suoi interessi intellettuali. Se fosse
sopravvissuto avrebbe sicuramente dato, insomma, contributi di
eccezionale importanza non solo al pensiero filosofico, ma anche ad
altri campi del sapere.
***
L'altra dimensione del personaggio è
quella, circondata da un’aureola di gloria, del grande combattente per
la libertà che ha fatto parte della celebre triade del Manifesto di
Ventotene e che è caduto eroicamente nella Resistenza.
L'esordio di Eugenio nell’antifascismo
avvenne negli anni dell'università. Nel 1929 il suo nome figurava già
registrato come sovversivo presso la prefettura di Milano per aver
lanciato grida ostili contro il regime in occasione di una rissa
avvenuta durante una lezione di Antonio Borgese, insigne docente di
estetica, noto antifascista: lezione che era stata interrotta da una
squadra di attivisti del GUF (Gruppi universitari fascisti) con insulti
contro Borgese. Colorni aveva attivamente partecipato alla scazzottatura
contro i provocatori del GUF. Ho ricordato questo episodio perché il
particolare della partecipazione di Eugenio al pugilato avvenuto in
quella circostanza è forse da tener presente nella spiegazione della
reazione fisica di Colorni quando quindici anni dopo venne fermato da
agenti di polizia a Piazza Bologna.
Eugenio ebbe rapporti con il gruppo dei
“Goliardi per la libertà”, un’associazione antifascista studentesca,
fondata dopo il delitto Matteotti, che svolgeva la sua opera sul piano
culturale: prevalentemente contrapponendo una visuale cosmopolita al
provincialismo intellettuale del regime. Una delle espressioni più
interessanti di questo dissenso fu la rivista, di ispirazione gobettiana,
“Pietre”, fondata a Genova agli inizi del 1928 e trasferita poi a
Milano, cui collaborò anche Colorni con un suo saggio. Presto però si
abbatté sul gruppo dirigente della rivista un’ondata di arresti a
seguito di un attentato avvenuto alla Fiera di Milano che aveva causato
una ventina di morti: attentato di cui la vera matrice non fu mai
identificata.
Intorno agli anni ‘30 Colorni entrò a far
parte dei gruppi di “Giustizia e libertà”: un movimento costituito a
Parigi nel luglio 1929 da Carlo Rosselli, Emilio Lussu e Alberto
Tarchiani e di cui fecero parte, fra gli altri, Leone Ginzburg e
Vittorio Foa, che intendeva raccogliere insieme, per una comune lotta
antifascista, nuove leve di socialisti, repubblicani e democratici.
L’ispirazione di fondo era peraltro rappresentata dalla concezione di un
socialismo libertario, contrario pertanto all’ideologia marxista.
E’ nel 1933 che Eugenio, al suo ritorno
dalla Germania, ove aveva trascorso un certo tempo come lettore
all’università di Marburgo, decise di impegnarsi attivamente nella
politica. Lo fece aderendo al “Centro Interno Socialista”, organo di
collegamento dei militanti socialisti in Italia (in pratica quasi
esclusivamente nel Nord), costituito nel 1932 per iniziativa di tre
uomini, Rodolfo Morandi, Lelio Basso e Lucio Luzzato, che in seguito
avrebbero avuto ruoli di primo piano nelle vicende del movimento
socialista dopo il 25 luglio.
Nel 1937, sopravvenuti gli arresti di
Morandi e Luzzato, Colorni divenne responsabile effettivo del “Centro
Interno Socialista”. Un anno dopo fu anche lui arrestato. Il suo arresto
fu un avvenimento. Ad esso il regime fascista diede infatti un notevole
rilievo nella stampa, utilizzando il caso per iniziare con gran clamore
la campagna contro gli ebrei. Apparvero così servizi come quello sul
Corriere della Sera, sotto il titolo “La trama giudaico-antifascista
stroncata dalla vigile azione della polizia” o come un analogo servizio
apparso su Il Piccolo di Trieste sotto il titolo “La doppia vita
del professor Colorni”, o come quello pubblicato da Il Popolo
d'Italia sotto il titolo “Ebreo antifascista arrestato e deferito al
Tribunale speciale”.
Condannato, Colorni venne assegnato per
cinque anni al confino a Ventotene.
***
Per Colorni l’impegno politico
rappresentava fondamentalmente una scelta di testimonianza con l’azione.
Già in quel periodo però significò anche un apporto di giudizi e di
nuove idee in cui si profilava una peculiarità nella sua visuale
politica.
Fra l’altro, diversamente da quello che era
il pensiero delle altre principali figure del “Centro interno
socialista” e della direzione del partito socialista in Francia, Eugenio
non credeva nelle teorie marxiste, che peraltro aveva studiato
attentamente fin dagli anni dell’università.
Delle sue riflessioni di quell’epoca si può
trovare l’espressione più interessante in un articolo, apparso nel
giugno 1937 sul Nuovo Avanti, in cui Colorni sosteneva il
concetto eterodosso che nella lotta di classe la spontaneità delle
iniziative delle masse doveva prevalere sull’azione organizzata di
partito: posizione questa, in cui forse si potrebbe trovare un’assonanza
con il pensiero di Rosa Luxemburg e che in ogni caso rifletteva
un’ispirazione libertaria che avrebbe continuato in seguito ad essere in
qualche modo presente in Colorni.
Altri aspetti in cui si possono cogliere
note di peculiarità delle posizioni politiche di Colorni sono
individuabili nella sua convinzione che occorresse pervenire ad
un’apertura nei confronti del dissenso germogliante in seno al fascismo,
nel rifiuto del burocratismo di partito, nella opinione – espressa in un
articolo che incontrò obiezioni da parte di Morandi – che si dovesse
dedicare una particolare cura al rapporto con le classi medie.
***
Una mente indagatrice, inquieta,
anticonformista come quella di Eugenio non poteva peraltro non arrivare
a porsi interrogativi di fondo anche in politica.
Ed è nel confino a Ventotene, in quella
fucina di pensiero che erano le discussioni con Altiero Spinelli ed
Ernesto Rossi, che Eugenio trovò, come anelava nella sua ricerca in
altri campi di pensiero, le ragioni per un ribaltamento di visuali
generali in politica.
La concezione federalista, quale espressa
dal “Manifesto” e da Eugenio, veniva infatti a costituire un’autentica
rivoluzione del pensiero politico. La straordinaria originalità che la
caratterizzava rispetto a precedenti enunciazioni delle idee federaliste
era rappresentata dalla convinzione, su cui essa era fondata, che
l’istanza dell'unificazione europea dovesse considerarsi non come
complemento di esistenti concezioni politiche, ma come ragione di
riconcepire, con un’ottica radicalmente modificata, ogni problematica
economica, sociale e politica.
Ciò valeva in particolare per quanto
riguarda il sovvertimento, che quella concezione comportava, di tutto il
corredo di concezioni politiche e rivendicazioni dei movimenti di
sinistra.
In sostanza si ebbe allora la illuminata
preveggenza di una logica di revisione in profondità di tutti gli schemi
ideologici e politici del passato: logica di cui la sinistra è venuta
solo molto più tardi prendendo consapevolezza e in cui si è inquadrato
negli ultimi decenni del secolo scorso il processo di emancipazione
della maggior parte di essa da mitologie stataliste.
Nella visuale che Colorni aveva della causa
europea erano ravvisabili, peraltro, per le impressioni che traevamo
dalle sue parole, elementi di specificità rispetto al “Manifesto”.
Anzitutto per il particolare risalto che in essa presentava il concetto
che l’unificazione europea doveva considerarsi solo una tappa nella
costruzione di una federazione mondiale. Parlando di federalismo poneva
l'accento su questo principio, che, in effetti, aveva tenuto a porre in
evidenza anche nella sua prefazione alla prima edizione del “Manifesto”.
Non poteva trattarsi - sosteneva Eugenio - solo di far cadere le
frontiere tra i popoli del nostro continente. Il disegno federalista
doveva avere necessariamente una respiro universalista. Doveva altresì
coincidere, per quanto riguarda l’Europa, con un progetto di radicale
trasformazione sociale. Con questo ultimo aspetto si raccordava la
convinzione di Eugenio che l'unità europea non potesse nascere – così
ebbe anche a scrivere in una sua “lettera agli amici federalisti” –
dalla “benevola disposizione delle potenze vincitrici”, ma dovesse
essere conquistata “dal basso”, attraverso, egli diceva, “movimenti di
massa”. Eugenio pensava infatti che con il crollo della Germania si
sarebbe aperta in tutti i paesi occupati dai tedeschi una grande crisi
che sarebbe sfociata in una “rivoluzione europea”.
Nel maggio del 1943 Eugenio, evaso dal
confino di Melfi, ove era stato trasferito qualche tempo prima, dà
inizio a Roma all'azione europeista. Crea un primo nucleo di adepti
costituito in buona parte da giovani della comunità ebraica romana; cura
la prima edizione del “Manifesto”, di cui scrive l'introduzione, e la
pubblicazione del foglio l’Unità europea,
di cui appunto nella capitale escono i primi numeri. Eugenio ha
naturalmente un ruolo di primo piano nella nota riunione di europeisti
che si svolge a Milano nei giorni 26 e 27 agosto 1943: riunione che
venne poi considerata l’atto di fondazione del Movimento Federalista
Europeo (MFE) e in cui prevalse l’opinione, fortemente sostenuta appunto
da Colorni, di dar vita non ad un partito ma ad un movimento politico
che operasse trasversalmente.
Ma l'azione di Eugenio non rimane
circoscritta al proselitismo della causa europeista. Il 26 luglio, il
giorno dopo che era stato rovesciato il governo di Mussolini, Eugenio
non si perita di lanciare un manifesto, firmato da lui e da altri due
federalisti (Luisa Usellini e Cerilo Spinelli) e diffuso in migliaia di
esemplari, contenente il primo appello in Italia alla lotta partigiana
contro i tedeschi. Solo dopo l'8 settembre, infatti, altre forze
politiche si pronunceranno in Italia per la lotta armata.
Ed è a Roma che Eugenio, ricollegandosi con
il neo ricostituito Partito socialista (il PSIUP) - è allora che
Eugenio si dà il nome di Angelo -, stabilisce uno stretto
rapporto con un gruppo politico che in seno al PSIUP rappresentava un
embrione di fronda nei confronti della direzione del partito.
I membri di questo gruppo (che si era dato
il nome di "comitato politico") erano in prevalenza provenienti dal MUP
(Movimento di Unità Proletaria) una formazione che aveva concorso alla
ricostituzione del partito socialista. Tra essi figuravano Mario Zagari,
Carlo Andreoni (vice segretario del PSIUP), i fratelli Tullio e Alberto
Vecchietti, Achille Corona, Giovanni Barbera (ucciso qualche tempo dopo
in alta Italia) e Leo Solari.
Le riserve che esso allora avanzava nei
riguardi della politica della direzione del partito erano incentrate su
istanze di maggiore intransigenza nella politica del CLN per quanto
riguarda le questioni istituzionali. In realtà la ragione più importante
di dissenso era un'altra che rimaneva latente, ma che sarebbe venuta,
poi, sempre più accentuandosi: essa era rappresentata da una sostanziale
diversità di valutazioni in merito alla ruolo e alla esistenza stessa
del partito socialista. Appunto questa diversità costituiva un
sottofondo degli aspetti espliciti di dissenso e sarebbe divenuta la
ragione preponderante di contrasti con la maggioranza della direzione
del PSIUP, nella quale prevalevano tendenze verso sempre più stretti
rapporti con i comunisti in vista di una unificazione dei due partiti.
La visuale europeista di Eugenio non poteva
non radicarsi negli orientamenti di quel gruppo, costituendo in seguito
una fondamentale connotazione della corrente politica ("Iniziativa
socialista") che di quella "fronda" fu in parte una prosecuzione.
Una concezione come quella del "Manifesto
di Ventotene", volta a rovesciare le coordinate generali della visione
di una nuova società e quindi obiettivamente rivoluzionaria, veniva
infatti inevitabilmente a collidere con il conservatorismo ideologico
presente nel pensiero dei fautori, in seno al Partito socialista, di una
unificazione con il PCI.
La persuasione che la realizzazione di una
federazione europea dovesse costituire l'obiettivo fondamentale di un
movimento socialista non poteva, d'altra parte, non essere una ragione
di antitesi nei confronti di una visuale, quella del partito comunista,
nell'ambito della quale l'idea federalista era allora inaccettabile e
destinata quindi ad essere decisamente osteggiata perché contrastante
con gli interessi dell'Unione Sovietica.
La causa dell'unificazione europea si
offriva così come un crinale ideologico tra chi fosse convinto
dell'esigenza che il partito socialista preservasse la propria
autonomia, e quanti propendessero per un'unificazione con il PCI.
Non può quindi sorprendere che il calore
con cui Eugenio sosteneva l'idea federalista incontrasse freddezza in
Pietro Nenni e nella maggioranza della direzione di allora del PSIUP:
anche se si era accettato, nel 1943, all'atto della ricostituzione del
partito, di inserire nella dichiarazione politica un paragrafo di
impronta europeista. È parimenti incomprensibile che le argomentazioni
federaliste di Eugenio incontrassero riserve, in una discussione che
egli ebbe riguardo ad esse, in Giuseppe Saragat, che in quell'epoca era
allineato sulle posizioni di Nenni.
***
Il rapporto con Angelo segnò in particolare
lo spirito e la storia della federazione giovanile socialista (FGS),
ricostituitasi a Roma durante la Resistenza e destinata a rappresentare
in seguito la componente più radicale delle forze autonomiste. Di essa
Angelo fu uno dei padri fondatori. La ricostituzione della federazione
giovanile socialista avvenne infatti in una riunione ristretta in cui
erano presenti Eugenio Colorni, Sandro Pertini, Mario Zagari e i tre
giovani - Matteo Matteotti, Leo Solari e Bruno Conforto - designati alla
guida del movimento.
Con i giovani Angelo aveva stabilito
in precedenza un forte legame con la scuola di partito che appunto per
essi egli aveva ideato e curato e che era naturalmente divenuta una
fucina di conoscenze europeiste. È proprio in un incontro dell'esecutivo
della FGS con Angelo e Mario Zagari che - nell'aspettativa che
era progressivamente riemersa nonostante il trauma delle Fosse Ardeatine
- si addivenne alla decisione di costituire una prima brigata Matteotti
con l'inquadramento in essa dei giovani socialisti di Roma. Questa
iniziativa trovò subito l’entusiastico sostegno di Sandro Pertini, che
divenne poi l'anima della germinazione delle brigate Matteotti nelle
parti non ancora liberate del paese. Ispirata alla convinzione che il
partito socialista dovesse affermare nettamente la sua identità ed
autonomia anche nella lotta partigiana, essa segnò perciò un momento
significativo negli indirizzi della partecipazione socialista alla lotta
partigiana. Angelo trovò l'incontro con la morte appunto in un
giorno in cui era atteso ad un convegno di quadri della prima brigata
Matteotti.
***
Cercherò ora di tratteggiare alcuni
lineamenti della personalità di Angelo, e lo farò soprattutto
riportando testualmente sue parole, spesso di toccante bellezza, atte
assai più delle mie a far comprendere il suo spirito.
Molti sono i grandi personaggi di cui vi è
stato un divario notevole, talvolta una vera antitesi, tra quello che
hanno detto e scritto e la loro dimensione umana. In Eugenio Colorni no.
Anche per questo la figura di Eugenio è
eccezionale. Un filo conduttore ha legato senza soluzione di continuità
ogni aspetto della sua vita: negli studi, nel suo lavoro, nella sua
attività di docente, nella politica, è nella sfera dei rapporti privati.
In ogni momento.
Esso è stato rappresentato da una costante,
fortissima tensione morale: dalla sua preoccupazione di rimanere sempre
rigorosamente fedele a quel trattato di pace che egli diceva di aver
stabilito con il suo “imperativo categorico”, cioè con la sua coscienza.
Una coscienza assai esigente!
Eugenio aveva principi molto rigorosi. In
tutto. Era ben lungi, peraltro, dall'essere un moralista. Una figura,
questa, quasi sempre preoccupante per i non limpidi, occulti risvolti
dell'intransigenza che viene professata. E che in ogni caso non è
simpatica: quando non è addirittura repulsiva.
Eugenio era l'antitesi del moralista
tipico. Era aperto, comprensivo, sensibilissimo alle ragioni degli
altri.
Per inciso devo dire che, contrariamente a
quanto può forse sembrare dalle fotografie conosciute dal pubblico,
fotografie in cui appare sempre con un volto un po' severo, era capace
di essere irresistibilmente simpatico. Amava parlare con le persone. E
anche scherzare.
La sua critica era serena. Non ricordo di
aver mai sentito esprimere da lui un giudizio malevolo su una persona.
Eugenio detestava i moralisti. Morale e
verità, sosteneva, non potevano essere materia di certezze. Occorre
diffidare, affermava, di coloro che dicono di credere in valori
assoluti.
Diversamente dai moralisti, le cui censure
sono quasi sempre concentrate sugli altri, Eugenio poteva essere
veramente severo solo verso se stesso, scrupolosamente attento, come
era, alla propria condotta, ai propri pensieri, ai propri dubbi.
A questo modo di sentire rispondeva la
rigorosa severità intellettuale che lo portava in ogni campo dei suoi
studi e delle sue riflessioni ad interrogarsi continuamente per cercare
di andare il più possibile in profondità, a non dare mai nulla per
scontato, a non ammettere verità definitive - neppure quelle da lui
appena raggiunte -, a passare tutto al vaglio di nuove verifiche, a
mettere costantemente tutto in discussione, a esplorare ogni possibile
orizzonte del “nuovo”.
Lo spirito di tutto ciò è stato espresso in
modo abbagliante da Eugenio quando scriveva che, la “vera intelligenza
acuta, scrupolosa, instancabile, indagatrice, è una forma di moralità,
anzi la moralità stessa”.
***
È naturale chiedersi perché un uomo come
Eugenio, che amava così appassionatamente i suoi studi, che era altresì
ben consapevole dei mezzi straordinari che la natura gli aveva dato per
aprire nuove vie del sapere e che poteva vedere nel suo futuro traguardi
esaltanti nel campo del pensiero, abbia voluto sacrificare all'impegno
politico tanto tempo prezioso, sottratto così ad affascinanti conquiste
intellettuali, fino a sospendere per esso la sua stessa vita.
Non lo ha spinto certo l'ambizione. Una
motivazione, questa, sempre fortemente presente, con gradazioni più o
meno intense, in quanti si impegnano attivamente nella politica. Non
aveva bisogno della politica per ottenere gratificazioni che i suoi
talenti gli avrebbero ogni caso assicurato.
D'altra parte non era un uomo che potesse
amare l'arte e il gioco della politica e che, tanto meno, potesse
sopportare gli aspetti più grigi del lavoro politico. Per alcuni suoi
sintomatici commenti si poteva già intravedere una sua insofferenza per
il tatticismo politico.
Nella vita di Eugenio vi sono state fasi in
cui l'impegno nell'attività politica è stato particolarmente assorbente.
E certamente la fase di gran lunga più intensa è stata quella del
periodo della Resistenza. La sua attività conobbe allora un ritmo
frenetico.
Era intervenuta, forse, una voglia di
vivere l'esperienza di azione, di assaporare il gusto dell'avventura, di
misurarsi con il rischio?
Lo si può escludere per la natura e la
formazione culturale di un uomo come Eugenio e per le impressioni che si
potevano avere in quel periodo dai suoi discorsi, dalle sue confidenze.
E altresì per quanto appare inequivocabilmente in passaggi dei suoi
scritti, in buona parte dei quali ricorrono insistentemente accenni
autobiografici e riflessioni di Eugenio su propri comportamenti e su
sentimenti che li motivavano.
Non potevano essere, insomma, motivazioni
riconducibili all'interesse dell'azione per l'azione che potevano
portarlo a subordinare ad esse il bisogno, sentito sempre con
eccezionale intensità, di immergersi in quell'opera - i suoi studi di
filosofia in particolare - che amava intensamente e il cui compimento
significava per lui la sua massima aspirazione.
Eugenio l’ha scritto e ripetuto
frequentemente agli amici. Nello spiegare il modo come egli sentiva la
sua vocazione per la filosofia egli scriveva: “questa professione è la
mia esigenza, la mia stessa personalità, la mia missione nella vita”. E
diceva altresì: “riuscire a veder chiaro nel campo filosofico è la più
grande speranza della mia vita”.
Parole come queste non possono lasciar
dubbi sulla risposta al quesito “Perché Eugenio si impegnò nella
politica e accettò di porre per essa a repentaglio e infine sacrificare
quella che così fermamente riteneva essere la sua missione?”.
È rituale che commemorando un’importante
persona scomparsa si esalti il completo disinteresse della sua condotta
di vita, pur nella consapevolezza che alle eventuali motivazioni etiche
si associavano nella vita del personaggio concreti interessi, talvolta
in misura preponderante.
Ebbene, in Eugenio l'impegno sul terreno
della politica fu veramente ed esclusivamente obbedienza, come in altri
aspetti della sua vita, ad un obbligo che egli sentiva di testimoniare,
a se stesso prima che agli altri, le proprie convinzioni, le
proprie idee. Obbedienza ad un dovere da assolvere, egli diceva “con il
senso di non averlo mai compiuto fino in fondo”, perché, aggiungeva,
“l'idea è per sua natura, sempre al di là, e la perfezione morale è
irraggiungibile”.
A questo obbligo sentiva di dover
conformarsi proprio quando l'impegno politico poteva comportare, oltre a
rinunce e sacrifici, rischi gravi, come, per l’appunto, nella
cospirazione durante il regime fascista e nella Resistenza.
***
Vorrei ora soffermarmi su un aspetto della
personalità di Eugenio - il suo modo di concepire e di sentire il suo
rapporto con gli altri - che era quello che, quando percepito, non
mancava di conquistare il cuore di chi ha avuto la fortuna e il
privilegio di trovarsi vicino al lui.
Forse le parole più toccanti di Eugenio
sono state quelle da lui dedicate a questo aspetto. “Il vero modo,
scriveva, di presa effettiva riguardo ad un altro è di lasciarlo
esistere, non di trasformarlo a mio modo, ma di godere della suo modo di
essere diverso da me. È quello che io chiamo amore e comprensione di un
altro uomo”.
Andando al di là del fondamentale precetto
evangelico sosteneva che il principio da seguire non fosse quello di:
“Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te, ma di fare
all'altro ciò che l'altro vorrebbe fosse fatto a lui”.
E aggiungeva: “non per conoscere gli altri
guarda dentro te stesso, ma per conoscere gli altri guarda gli altri.
Non cercare punti di contatto, minimi comuni denominatori, categorie
universali. Cerca di imparare la loro lingua senza usare sempre la tua
come termine di paragone”.
E a questo principio egli si è
effettivamente attenuto nei suoi rapporti con familiari, amici e
compagni, conoscenti. Con tutti!
Il bisogno di concepire il contatto con gli
altri uomini non come urto, come lotta, “ma come sforzo di comprendere
la diversità dell'altro” è un motivo ricorrente del pensiero e della
vita di Colorni. Lo ritroviamo espresso in due sue lettere dal confino
(scrive di Goethe in una lettera del 21 settembre 1938: “Ciò che mi fa
impressione è quella sua - come dire - dubbiosità prima di dare un
giudizio, di attribuire un valore... sembra voler dire: “Io sono capace
di capire anche il punto di vista degli altri. Anche il modo di vedere
degli altri esiste […]”. E che con questa interpretazione Eugenio
esprimesse il suo modo di sentire appare nella successiva lettera in cui
lamenta che “i filosofi, in fondo, si preoccupano poco di capire, e
troppo di spiegare”. “Spesso, osserva, le due cose sono antitetiche
l'una all'altra […] per questo mi piace Goethe […]. I sistemi per lui
non erano cose veramente serie […]. L'importante, il serio, era, per
lui, capire, in qualunque modo, con qualunque metodo”.
L’esigenza di comprendere, accettare ed
accogliere la diversità dell'altro, al limite fino ad immergersi in essa
e a dimenticarsi di se stessi, è al centro della concezione che Eugenio
esprime per quanto riguarda l'amore. Sentimento, quello dell'amore, che
da Eugenio era inteso nell'intera varietà di rapporti interpersonali in
cui potesse manifestarsi un legame affettivo: e di cui quindi
l'affezione amorosa all'interno di una coppia poteva essere solo uno dei
modi di manifestarsi. “Amare, leggiamo nel dialogo “Dell'antropomorfismo
nelle scienze”, significa proprio considerare il proprio oggetto come
supremamente altro, quindi sempre nuovo e, sempre sconosciuto, ogni
volta conosciuto di nuovo e con sorpresa, in una parola, imprevisto,
vivo. E ciò, ancora una volta, per analogia con noi stessi: perché ciò
che amiamo di più in noi stessi, e che sentiamo più intimamente nostro,
è proprio il nostro libero arbitrio, e cioè la possibilità che sentiamo
intima ed essenziale in noi di essere ogni volta diversi da come sarebbe
stato prevedibile”. E appunto al modo di concepire l'amore è dedicato il
meraviglioso messaggio che egli lascia per le figlie nel suo testamento
affermando che l'amore (“la cosa più seria e importante della vita”,
egli scrive) deve essere considerato come “ciò che ci avvicina ad un
altro essere, dimenticandoci di noi stessi e desiderando che esso viva
nella sua essenza profondamente diversa da noi”. Ma è forse nelle
struggenti parole di un passaggio di “Critica filosofica e fisica
teorica”, uno degli scritti di Eugenio, che si ha la più vivida
espressione dell’intensità con cui quanto scriveva e diceva su quell'argomento
era presente nel suo spirito non come riflessione teorica, ma come
realtà palpitante, quale parte essenziale, insomma, della sua
personalità e chiara interpretazione di scelte della sua vita.
Dopo aver osservato che “ l'amore
rappresenta forse per l'uomo moderno l’esperienza più diretta e
bruciante dell'esistenza di un’altra persona” e che questa persona molto
spesso è “profondamente diversa”, Eugenio sottolineava che elemento
essenziale dell'amore deve essere “il permettere a questa persona di
esistere accanto a sé, il desiderare, anzi, la sua esistenza più che la
propria, senza cercare di assorbirla in sé, proprio in ragione della sua
particolarità, il penetrare nell'interno di quell'anima con il rispetto
dovuto ad una cosa delicata e sconosciuta, di cui un gesto torbido o
brusco potrebbe infrangere l'equilibrio e l'armonia […]”.
***
Che un modo di sentire, quello di Eugenio,
così proteso verso gli altri, potesse riflettersi, trasferendosi in
visuale politica, in concezioni socialiste era naturale non essendo egli
un credente, che, in quanto tale, avrebbe potuto avere un'inclinazione a
corrispondere in altre forme a simili sentimenti.
Mi sembra che un'indicazione in tal senso
si possa trarre, fra l'altro, da quel passaggio nel saggio sul “concetto
di amore” in cui Eugenio, dopo aver osservato che questo sentimento,
quello dell'amore, “noi lo conosciamo e lo possiamo realizzare per ora
solo nel campo individuale e soggettivo”, si pone il problema di una sua
elevazione ad un “ambito collettivo”.
In effetti nel modo di Angelo di “sentire”
la propria adesione alle ragioni del socialismo era fortemente presente
un afflato spirituale. Qualcosa non familiare, oggi, ai movimenti che si
richiamano all'idea socialista. Ma non estraneo all'anima socialista
quale essa fu in tempi del passato. Tutto un lungo percorso della storia
del movimento socialista ha conosciuto nelle motivazioni e nei
comportamenti dei suoi esponenti e dei suoi militanti tensioni
spirituali, slanci missionaristici di fratellanza, impulsi di
religiosità laica. Appunto di questo spirito portarono l'impronta
predicazione, scelte di vita e comportamenti di talune delle più nobili
figure della storia socialista. Che furono talvolta autentici apostoli
dell'idea che avevano sposato.
Penso che in ogni caso quelle figure si
sarebbero riconosciute nello spirito di Eugenio. Uno spirito che ora
appare fuori del tempo, fuori del nostro mondo di oggi - e in ogni caso
fuori dal mondo socialista di oggi, ma che forse si sentirà la necessità
di riscoprire in futuro - non possiamo escluderlo - con il sopravvenire
di nuovi scenari.
Giova a comprendere la straordinarietà e
peculiarità della sua figura umana anche il modo come egli svolgeva la
sua opera nella Resistenza. Diede una dimensione della sua grandezza
morale anche nello svolgere oscuramente, cioè senza nessun intento di
dare un esempio e, tantomeno, per ostentazione di umiltà, anche i
compiti più modesti, che erano sovente anche i più rischiosi; nello
studiare e curare gli aspetti organizzativi con la stessa diligenza e lo
stesso scrupolo di “perfezionista” con cui si dedicava alle ricerche
filosofiche e scientifiche; nell'essere il “fratello” maggiore dei
giovani allievi della scuola clandestina di partito da lui voluta
durante la Resistenza; nel bruciare infine la sua preziosa vita
rifiutandosi di arrendersi agli sgherri che cercavano di arrestarlo.
***
Eugenio amava appassionatamente la vita.
L'idea della fine della propria esistenza lo angosciava profondamente.
Lo diceva e lo scrisse: che questo pensiero
gli era intollerabile.
Generalmente, soprattutto quando si è
giovani, si è difesi dall'idea e dal timore della propria fine da un
processo di più o meno consapevole rimozione mentale. Ciò avveniva meno
facilmente per Colorni: che sentiva il bisogno di parlarne con gli
amici.
Il pensiero della morte non poteva non
ricorrere in modo più perturbante in un periodo, come quello della
Resistenza, in cui la fine della vita non era più per lui un evento
comunque lontano nel tempo, ma una possibilità concretamente incombente
in ogni momento.
Stranamente il pensiero della morte ha
oppresso il suo animo in particolar modo proprio quando ormai quasi
tutti a Roma erano convinti che l’arrivo degli alleati nella capitale
fosse solo questione di giorni e “si respirava” un’aria nuova, più
leggera.
Proprio nella notte precedente il giorno in
cui venne ferito, era estremamente triste. Disse che era veramente
assurdo che si potesse perdere la vita proprio quando la città stava per
essere liberata. E non si lasciava rasserenare.
Ho poi saputo che un identico sentimento
aveva espresso in quei giorni ad un'altra persona: a Piovene.
Quasi che ci sia stato in lui un presagio.
E il caso che portò Angelo
all'incontro con la morte fu invero sconcertante. Con Angelo e Mario
Zagari si era concordato che in quella giornata del 28 maggio ci saremmo
incontrati per andare insieme ad una riunione della prima brigata
Matteotti cui ho in precedenza accennato: riunione che doveva aver luogo
in un fabbricato diroccato nella zona di Piazza Bologna. Fu Angelo a
proporre che ci si incontrasse in quella piazza. Io obiettai subito che
non era il caso di scegliere quel posto perché sette giorni prima,
mentre passavo per quella piazza in compagnia di Matteo Matteotti, ero
stato fermato da due poliziotti in borghese, presumibilmente gli stessi
che poi hanno bloccato Eugenio. Si restò quindi d'accordo di incontrarci
davanti alla caserma delle guardie di finanza in Via XXI Aprile.
Inutilmente io e Mario Zagari aspettammo allora Colorni.
Non ha mai cessato di tornare alla mia
mentre il pensiero di questa enigmatica coincidenza tra un presagio e il
fatto che presumibilmente Eugenio non ha tenuto conto dell'avvertimento
circa la pericolosità di transitare per Piazza Bologna.
Il fatto che il turbamento per la
possibilità di perdere la vita fosse così tormentosamente presente nella
mente di Eugenio sublima il valore di un comportamento, come il suo, che
lo vide non risparmiarsi mai durante la Resistenza e esporsi ai rischi
più gravi, non tirandosi indietro in nessuna occasione. Può assurgere a
vero eroismo infatti la condotta non di chi mette allo sbaraglio la
propria vita per la ragione in cui si crede sottovalutando il pericolo o
riuscendo ad essere ad esso indifferente, ma quella di chi, come è
avvenuto per Eugenio, pur temendo fortemente la morte e con piena
consapevolezza dell'elevatezza di rischi, continua con sofferenza a
mettere in gioco la propria vita per la causa cui si è votato.
Concludendo questo mio intervento, con cui
ho cercato di rendere anche una mia modesta testimonianza, vorrei
esprimere il voto che, guardando alla figura di Eugenio, non si veda
soltanto quanto è notoriamente motivo di gloria per il suo nome, ma si
sappia percepire - ed essenzialmente a ciò sono state intese le mie
parole - anche l'interezza della sua singolare personalità e
l'importanza della luminosa lezione di pensiero e di vita che egli ha
lasciato. Lezione di un uomo in cui tutto si raccordava con stretta
coerenza, senza alcuna smagliatura, nelle idee, nei sentimenti, nella
condotta di vita, in una rigorosa tensione dell'intelligenza e dello
spirito per essere sempre rigorosamente fedele a se stesso.
Penso che la percezione di ciò non potrà
non riscaldare il cuore di chi, in quest'epoca di esasperazione di
tendenze individualistiche, di imperante culto dei vincenti, di sepolcri
imbiancati delle utopie, sentirà il bisogno di essere aiutato a credere
in valori come quelli testimoniati da Eugenio con la sua vita.
Roma, 18 maggio 2004 |