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Il professor
Serafini, UMBERTO
Conobbi
il professor Umberto Serafini nel 1954, quando avevo 16 anni. Egli ne
aveva 38.
La
occasione fu il Movimento Comunità, quello di Adriano Olivetti, perché a
Terracina era stato costituito un Centro Culturale di Comunità, al
quale avevano aderito molti giovani (ed io tra questi).
Renato
Brugner (l’ingegnere svizzero, scampato per caso all’eccidio
delle Fosse Ardeatine), Massimo Fichera (Segretario del Centro Culturale
di Comunità di Roma), Giuseppe Motta (già Segretario del Ministro
Romita ed allora a fianco dell’ingegner Adriano Olivetti), Riccardo
Musatti (quello de La via europea del sud) ed il
professor Serafini erano i nostri (di alcuni giovani terracinesi
raggruppati dal professore di filosofia del nostro Liceo Scientifico
“Leonardo da Vinci”, Diego Are, di Santulussurgiu, che aveva conosciuto
il professor Serafini al Centro Culturale di Comunità di Roma,
partecipando alla organizzazione del convegno “Abolire la miseria.
Per un fronte di riforme e di lotta popolare contro il bisogno”,
1954, e del ciclo di discorsi su “Laicismo e non laicismo”,
Edizioni di Comunità, 1955) riferimenti per un’azione di rinnovamento
della cultura e della politica locale, a partire dall'impegno sociale,
congelate dallo scontro tra DC e PCI, con il PSI sostanzialmente
identificato nel PCI ed il PRI rappresentativo (soprattutto ai nostri
occhi giovani) di interessi troppo conservatori.
Sentimmo, allora, parlare di cose per noi, provinciali e giovani, nuove,
che il professor Serafini scavava tra i suoi ricordi, ancora
vivi, della prigionia egiziana ed indiana (quest’ultima fu per lui
occasione di approfondimenti di alcune tematiche sulle quali si era
cimentato durante gli studi alla Normale di Pisa, nella metà degli anni
trenta, e di tematiche nuove, ad esempio, l’urbanistica, grazie
all’incontro con Ludovico Quaroni) ovvero traeva dalla sua cultura
filosofica e dai fondamentali scritti dell’ingegner Adriano (in primis,
“L’ordine politico delle comunità. Le garanzie di libertà in uno
Stato Socialista ”, Nuove Edizioni Ivrea , 1945) e dalla recente
(gennaio 1953) “Dichiarazione politica” del Movimento Comunità (“Tempi
nuovi metodi nuovi”), alla elaborazione della quale aveva
partecipato: la libertà della persona umana, la radicale critica del
fascismo, compreso il severo giudizio sul filosofo Giovanni Gentile, il
concetto di pace legato alla traduzione istituzionale di
Immanuel Kant, il federalismo integrale (dalle autonome comunità a
misura d’uomo agli Stati Uniti d’Europa, compresi gli aspetti
relativi alla struttura proprietaria ed a quella economica, intrecciati
con l'architettura istituzionale e delle rappresentanze democratiche e
funzionali), il “Manifesto per una Europa libera ed unita" (Manifesto
di Ventotene), la battaglia concreta per l’Europa federale (ancora
non era caduta la Comunità Europea di Difesa, ma il professor
Serafini nutriva alcune perplessità in quella fase finale del
processo che si concluse negativamente con il voto dell’Assemblea
nazionale francese il 30 agosto 1954).
Già era
difficile per noi ragazzi capire le cose che ci venivano raccontate
(nonostante gli sforzi del professor Are, che ci riuniva nella sua casa
di Terracina per illustrarci le finalità del Movimento Comunità). A
queste difficoltà si aggiungeva l’atteggiamento intellettualmente
rigoroso e (all’apparenza) burbero del professor Serafini.
Ai
rari incontri terracinesi con i comunitari, seguì, nel
dicembre 1954-gennaio 1955, un soggiorno canavesano e torinese, al quale
partecipammo in più di venti, e, nel luglio 1955, nel Canavese, un
seminario per quadri del Movimento Comunità. Soprattutto nelle
calde giornate eporediesi e canavesane, di nuovo ascoltammo e cercammo
di apprendere le lezioni del professor Serafini.
Cominciavo ad avvicinarmi con attenuato timore alle tematiche che il
professore delineava, con i suoi discorsi logicamente strutturati ed
ineccepibili (a me così apparivano) e caratterizzati da quella
organicità ed interdipendenza concettuale che nei suoi scritti si
traduceva in un periodare lungo, denso di punteggiatura e di parentesi
(e, quindi, per chi era alle prime esperienze intellettuali, come me,
dava luogo a difficoltà di immediata comprensione).
Era il
periodo in cui la sede dell’AICCE (la Sezione nazionale italiana di una
organizzazione sopranazionale europea - il Consiglio dei Comuni d’Europa
-, come il professore preferiva chiamarla) era in Via
Lombardia, 30, a Roma, vicina alla sede del Centro Culturale di
Comunità, in Via di Porta Pinciana, 6. Il professor Serafini era
Segretario dell’AICCE (aveva fondato, insieme ad altri federalisti
europei, nel gennaio 1951, a Ginevra, il CCE) ed autorevole
sollecitatore ed attore delle importanti iniziative, politiche e
culturali, che avevano luogo nel Centro Culturale di Comunità (ricordo
i tentativi del professor Serafini di catalizzare la
riunificazione socialista – eravamo nel 1956 – anche attraverso la
collaborazione con un’altra autorevole personalità socialista ed
europeista, Mario Zagari).
Il
professore partecipava con intensità anche alle battaglie locali,
politiche ed amministrative, come esponente di rilievo del Movimento
Comunità. Fu Consigliere comunale a Vidracco, nel Canadese, e, dopo
molti anni, sempre nel Canadese, a Strambinello (egli, non a caso,
privilegiava i piccoli Comuni). A Terracina intervenne, tra l’altro, a
difesa della autonomia della politica dalla religione, in una vicenda
che aveva visto noi giovani comunitari attaccati dal Vescovo
attraverso le omelie domenicali che i parroci declamavano nelle chiese,
durante la campagna elettorale per il rinnovo del Consiglio Comunale.
Tuttavia, del 1956, il mio ricordo migliore, è quello dei III Stati
generali del Consiglio dei Comuni d’Europa. Il professor Serafini
fu relatore politico in quella importante manifestazione europea
(Francoforte sul Meno, 5-7 ottobre 1956), e svolse una mirabile
relazione (“I Comuni e l’Europa di domani”) che ancora oggi potrebbe
costituire un testo di riferimento per le battaglie federaliste europee.
Il
professore “”prese le mosse dalla seconda rivoluzione industriale,
che ci sovrasta, e dall’affermazione che la politica ora si svolge nella
misura dei continenti, e che se si vuole una politica comune europea
occorrono le istituzioni corrispondenti. Il relatore fece quindi una
disamina dei problemi politici che attualmente tormentano gli Stati
nazionali d’Europa, per dimostrare che soltanto sul piano europeo questi
problemi possono trovare adeguata soluzione: viceversa si tenta di
costruire l’Europa attraverso strumenti inadeguati, e per questo il
cammino è così lento. Serafini ha quindi attaccato Chaban Delmas,
ricordando il suo comportamento anti-europeo al Parlamento nazionale
francese; ma non ha risparmiato gli atteggiamenti nazionalistici di
responsabili politici italiani e tedeschi, che pur si dicono europeisti.
Ha quindi concluso che il progresso verso gli Stati Uniti d’Europa è un
progresso verso il federalismo integrale, che da una parte vedrà la
realizzazione della Comunità politica sopranazionale e dall’altra il
nuovo rigoglio di istituzioni locali a misura d’uomo.”” (da COMUNI D’EUROPA,
n. 11, 15 dicembre 1956).
Dopo
Francoforte, ricordo le approfondite discussioni circa il significato e
l’importanza (dal punto di vista della costruzione degli Stati Uniti
d’Europa) dei Trattati di Roma, che furono firmati il 25 marzo 1957.
Il
professor Serafini tornò, ancora una volta, nel nostro Centro di
Terracina a ragionare sul funzionalismo e sul federalismo
(costituzionalismo) europei, per farci capire come, nonostante le
necessarie riserve federaliste, fosse utile sostenere i Trattati (egli
riteneva che, sulla base di essi, si sarebbe potuta sviluppare una
battaglia autenticamente europea. Di diverso avviso era Altiero
Spinelli).
In
quegli ultimi anni cinquanta le mie frequentazioni romane del
professore furono numerose (dalla fine del 1956 mi ero trasferito a
Roma per gli studi di ingegneria), tra AICCE e Centro Culturale di
Comunità, ove Massimo Fichera proseguiva l’azione culturale e politica
iniziata nei primi anni del decennio.
Nel
1958 vi furono le elezioni politiche, con la partecipazione del
Movimento Comunità nella lista Comunità della cultura degli operai
dei contadini d’Italia. L'impegno del professor Serafini fu
notevole.
Il
Movimento Comunità, per l’occasione, ripubblicò (Napoli, 1958), in un
libricino con la copertina verde, “La via comunitaria del socialismo”
di Umberto Serafini, scritto nel 1956, con “”la sola aggiunta finale di
una postilla (“Una questione meridionale europea?”)””, nella quale
Serafini così concludeva: “”Vi è da aggiungere, per altro, che l’unità
politica dell’Europa necessariamente sarà ottenuta a spese dei
nazionalisti e dei colonialisti: pertanto essa, se non arriverà troppo
tardi, ed essa sola, aprirà serie possibilità per la costituzione di
una Federazione euro-africana. Nessuno ignora il grande avvenire che si
pronostica per il Sahara: e non si deve tacere il decisivo peso politico
che una Federazione euro-africana avrebbe nell’assetto mediterraneo e
medio-orientale. In ogni caso nel Mare Mediterraneo si verrebbe a
trovare il baricentro di una zona di straordinario sviluppo economico,
fra le più importanti nel mondo: mentre l’Africa, oltre che dal punto di
vista della produzione, dovrebbe diventare assai rilevante come mercato
di consumo. Le conseguenze, di portata incalcolabile, per il Mezzogiorno
d’Italia (e per tutta l’Europa meridionale) si intuiscono facilmente.””.
L’insuccesso del Movimento Comunità nelle elezioni del 1958 e la
successiva morte dell’ingegner Adriano (27 febbraio 1960) indussero il
professor Serafini a dedicarsi con rinnovato impegno alle
questioni europee, attraverso l’AICCE ed il CCE, per sviluppare l'idea
del "fronte democratico europeo" e darvi corpo. A Tal fine,
particolarmente esaltanti furono, nell’ottobre 1964, i VII Stati
generali dei Comuni e dei Poteri locali d’Europa: “PER L’EUROPA DEI
POPOLI”, “”Il più grande congresso democratico europeo di ogni tempo ….
sotto il segno della Resistenza europea”” (COMUNI D’EUROPA, n. 10,
ottobre 1964).
“” Il
congresso di Roma non ha mancato di ribadire con estrema chiarezza il
senso della battaglia per gli Stati Uniti d’Europa nel contesto
internazionale. Tre fini si disegnano al di sopra di tutti gli altri: 1)
dare un contributo decisivo alla costruzione della pace (dall’equilibrio
del terrore alla Comunità mondiale); 2) dare un contributo, parimenti
decisivo, al problema, anch’esso tragico, della fame nel mondo (nel
cosiddetto “terzo” mondo); 3) costruire, a misura continentale, una
democrazia esemplare, che adegui gli istituti tradizionali di libertà
alla società nucleare ed elettronica, fermo rimanendo che la persona
umana deve essere fine e non mezzo in qualsiasi comunità non patologica
(una democrazia postcapitalista e postcomunista, si potrebbe dire con
una definizione alquanto sbrigativa).
Non
limitarsi, dunque, a unire l’Europa e a costruire – in senso formale –
una democrazia sopranazionale: non siamo più ai tempi di Jay, di
Madison, di Hamilton. Nel momento di portare alla vita la costruzione
federale si presenta a noi la grande e irripetibile occasione di dare un
volto alla nuova Europa. Una Europa, di cui sono negazione la
disoccupazione e la sottoccupazione, ma anche la mancanza di una
democrazia del lavoro, di una autentica democrazia locale, di una difesa
istituzionale dei consumatori, il prevalere delle esigenze della
produzione (e degli interessi costituiti) su quelli della cultura, il
prevalere di una classe politica “chiusa” (oligarchia), il dislivello
crescente fra regioni ricche e surchargèes e regioni povere, la
morte della campagna e l’avanzare delle megalopoli, che - secondo
l’espressione di un famoso urbanista - sono piuttosto necropoli. In
questa radicale lotta contro ogni monopolio in Europa - lotta che deve
vedere, appunto, un fronte di tutti i democratici avvertiti e coerenti –
un avamposto spetta al Consiglio dei Comuni d’Europa: siamone fieri, ma
sappiamo ricavarne la coscienza precisa delle nostre responsabilità.””
(COMUNI D’EUROPA, n. 10, ottobre 1964).
Attraverso l'azione per il "fronte democratico europeo" si ricomposero
anche alcune incomprensioni con Altiero Spinelli (il professore
me lo fece conoscere nel 1965, quando Altiero dirigeva l'Istituto Affari
Internazionali, allora costituito, con il concorso della Fondazione
Adriano Olivetti). Gli XI Stati generali di Vienna (1975), ai quali
Altiero Spinelli partecipò come Commissario CEE, con la rivendicazione
delle elezioni europee e con la indicazione che il Parlamento europeo
eletto debba operare come Assemblea Costituente, costituirono
l'occasione per rinnovare la solidarietà tra i due personaggi, con un
preciso impegno di lotta federalista (nel 1979 vi furono le prime
elezioni a suffragio universale e diretto del Parlamento europeo.
Altiero Spinelli fu eletto e sviluppò l’azione che si concluse il 14
febbraio 1984 con l’approvazione, a larga maggioranza, del “Progetto di
Trattato che istituisce l’Unione europea”.
Il
professor Serafini, dopo la morte di Adriano Olivetti, aveva
perseverato nell’azione politica e culturale condotta insieme
all’ingegner Adriano, approfondendo il pensiero di questi in diverse
occasioni, a partire dal ricordo che ne fece su COMUNI D’EUROPA, n. 3,
marzo 1960 (Ci ha lasciato uno dei più grandi Maestri del federalismo
integrale. ADRIANO OLIVETTI).
Meritano di essere, altresì, ricordati: la commemorazione (“Adriano
Olivetti e le dottrine politiche”) che il professor Serafini
tenne al Teatro Giocosa di Ivrea nel secondo anniversario della
scomparsa dell’ingegnere; “Il socialismo personalista e comunitario di
Adriano Olivetti” (10 gennaio 1980), “L’utopia razionale di Adriano
Olivetti” (MONDOPERAIO, giugno 1986) e “La comunità di Adriano Olivetti
e il federalismo” (COMUNI D’EUROPA, marzo 1993).
Costituita, nel 1962, la Fondazione Adriano Olivetti, il professore
ne assunse la Presidenza (a partire dal 1982 ne è stato Presidente
onorario).
Tra le
diverse iniziative della Fondazione va ricordata la ricerca sul tema
""Le implicazioni sociali e politiche dell'innovazione
scientifico-tecnologica nel settore dell'informazione"": una iniziativa
culturale con la quale la Fondazione, a dieci anni dalla morte
dell'ingegner Adriano, lo volle ricordare al di fuori di ogni intento
ceebrativo. Fu svolto (1971) un seminario internazionale, i cui atti
furono pubblicati dalle Edizioni di Comunità (1973) in tre volumi sotto
il titolo “Razionalità sociale e tecnologie della informazione”.
Scrisse
il professor Serafini nella presentazione dei volumi: ""…
mettemmo l'accento sull'urgenza - nell'era della cibernetica, della
strategia nucleare, ecc. - di un rinnovamento e quindi adeguamento delle
istituzioni politiche in senso garantista, ben sapendo - per altro - che
il garantismo opera effettivamente, di volta in volta, contro il tiranno
o contro il riformatore: ma accanto alla preoccupazione della divisione,
dell'articolazione, della frantumazione del potere, pubblico e privato,
non ci sfuggiva l'altra urgenza, quella di studiare una reale
partecipazione democratica a un mondo che ormai vive di previsioni e di
programmazione, per altro usate largamente in senso autoritario o
settoriale o nazionalista. Insomma la nostra inclinazione verso il
federalismo integrale e la nostra comprensione avant lettre della
funzione storica della contestazione si muovevano per altro nella piena
consapevolezza del contesto della società attuale, 'tecnetronica' come
taluno la chiama. … Quel che desidererei maggiormante sottolineare è che
la Fondazione, che si intitola ad Adriano Olivetti, vuole sviluppare o
quanto meno verificare nella maniera meno scolastica possibile e,
certamente, senza intenzioni celebrative il suo pensiero politico e le
sue proposte di 'ingegneria istituzionale'. Sono passati diversi anni da
1945, anno in cui uscì L'ordine politico delle Comunità … eppure
siamop convinti che una serie di intuizioni olivettiane restino valide e
feconde. Il sottotili del libro, vale ricordarlo, era delle garanzie
di libertà in uno Stato socialista e - avverso al capitalismo
privato e a quello di stato - l'autore postulava un suo tipo di
socializzazione federalista dei mezzi di produzione. Attentissimo a
tutti i progressi della tecnica e non disposto a rifiutarla nella teoria
dopo essersene servito nella pratica, Olivetti era per altro un nemico
irriducibile e razionale della tecnocrazia e del corporativismo, da
qualsiasi regime siano formalmente coperti …. Quando Adriano Olivetti
chioede la simultaneità della programmazione economica e della
pianificazionbe del territorio, rifiuta una razionalizzazione
unilaterale della produzione industriale - col tipo di società
consumista, che ne è la fatale derivata - e cerca invece una
istituzionalizzazione politica, che ponga il cittadino in condizione di
operare scelte globali per sé e per il complesso sociale in cui vuoile
vivere. …""
Il
professore, dopo l’insuccesso elettorale del Movimento Comunità del
1958, non aveva, tuttavia, trascurato di contribuire al dibattito circa
i principi informatori del Movimento. In una lettera del 28 novembre
1958 egli riprende la delicata questione del ““fondamentale equilibrio
tra il principio territoriale e locale, delle comunità, e il principio
‘verticale’ degli ordini politici: i quali … rappresentano non istanze
tecniche o interessi sezionali, ma sintesi in funzione di vere e proprie
radici spirituali (o momenti essenziali della persona umana)””, per
affrontare con l’ingegner Adriano Olivetti, Massimo Fichera, Giuseppe
Motta ed altri la questione delicata della destra e della sinistra e del
ruolo dei partiti politici (sono necessari ulteriori approfondimenti
rispetto all’ ordine politico delle comunità dell’ingegnere).
La
questione del ruolo dei partiti in una società democratica che trova
però altri momenti attraverso i quali i cittadini possano manifestare la
propria idea di società e battersi per realizzarla viene affrontata dal
professor Serafini anche attraverso la partecipazione al
dibattito politico nazionale, con particolare riferimento alle vicende
dei socialisti. Egli, tra l’altro, nel 1968, in occasione del Congresso
del Partito Socialista unificato, concorre alla elaborazione dei
contenuti della componente socialista denominata "Impegno socialista",
che aveva in Antonio Giolitti il rappresentante di maggior evidenza. Le
battaglie interne al detto Partito non sortirono grandi risultati.
Anche
approfittando della mia elezione al Consiglio regionale del Lazio
(1975), l'AICCRE intensificò i rapporti con le Regioni.
A Roma,
il 29-31 marzo 1979, organizzata dal CCRE (AICCRE) e dalla Regione
Lazio, si svolse la conferenza internazionale su: “ Le Regioni per la
nuova Europa. Dalle Regioni periferiche dell’Europa l’impulso per un
equilibrato processo di sviluppo”.
Gli
anni ottanta sono caratterizzati, nella mia memoria dei rapporti con il
professor Serafini, dalla celebrazione (Ventotene, 10-11 ottobre
1981), del XL anniversario del "Manifesto di Ventotene", dal XII
Congresso nazionale del MFE (Cagliari, 2-4 novembre 1984), al quale il
professore dedicò un inserto speciale di COMUNI D’EUROPA (n. 2,
febbraio 1985) con il suo articolo “ Uno storico congresso, su misura
per il fronte delle autonomie e in vista di un Fronte Democratico
Europeo”, dalla riunione del Comitato Direttivo del CCRE, ospitata dalla
Regione Lazio (30 novembre 1984), incentrata sul Progetto di Trattato
per l’Unione europea, dalla conferenza “ Le regioni per l’Unione
europea: una sfida per la IV legislatura regionale” (Roma, 18-19 marzo
1985), promossa dalla Regione Lazio di intesa con la Sezione italiana
del CCRE.
A
Ventotene (la Regione Lazio, il Movimento Federalista Europeo e l’AICCRE,
insieme al CIME, all’AEDE ed al CIFE, avevano assunto la iniziativa) si
incontrarono, tra gli altri federalisti, Umberto Serafini,
Altiero Spinelli e Mario Albertini. La celebrazione della ricorrenza
provocò la decisione di avviare una azione formativa sui temi del
federalismo che si concretizzò attraverso apposite leggi regionali.
Dopo la morte di Altiero Spinelli (23 maggio 1986), fu costituito
l'Istituto di studi federalisti allo stesso intitolato (3 luglio 1987),
per iniziativa della Regione Lazio, del MFE, dell'AICCRE, dell’AEDE,
della Fondazione Luciano Bolis, della Provincia di Latina e del Comune
di Ventotene.
Finalmente interruppi la mia riluttanza, per rispetto ad una Persona
che ho ritenuto e ritengo di qualità superiori, a chiamarlo
semplicemente, come Egli mi aveva esortato a fare, Umberto.
Egli,
nel 1982 (officina edizioni), pubblicò il libro: "Adriano Olivetti e il
Movimento Comunità. Una anticipazione scomoda un discorso aperto",
che mi regalò con questa dedica: ""a Gabriele, a cui ò consegnato il
testimone, perché - giovane e bravo - lo porti, prima e meglio di me, al
traguardo di tappa. 6-III-'82. Umberto"". Nel volume si susseguono e si
intrecciano i temi e le battaglie per i quali Umberto si è impegnato
durante la sua vita e che ne hanno fatto un personaggio scomodo.
Al
termine del 1991 scrisse interessanti pagine, indirizzate a Giovanni
Vigo, Segretario del MFE, come "Contributo di Umberto Serafini per la
Conferenza organizzativa" dei federalisti, che si svolse a Tirrenia
(Pisa) il 25-26 aprile 1992, ""perché vorrei che si capisse che io non
improvviso la proposta di una svolta del movimento federalista,
ma proseguo ancora dopo quarant'anni e più il tentativo di verificare
come da un atteggiamento elitario si possa passare a un movimento
popolare, che non persuada ma costringa: questo senza cadere nell'errore
del partito federalista (che oltretutto sarebbe una scelta pesantemente
riduttiva)"". Da quelle pagine si evince, sulla base della ricostruzione
settica di una serie di eventi che lo videro partecipe ed attore,
il suo incrollabile convincimento che la costruzione europea o sarà
basata sulla consapevolezza dei cittadini europei, attraverso iniziative
che competono in primo luogo ai federalisti, ovvero non avrà successo.
Nel
fascicolo n. 92 (ottobre-dicembre 1992) di QUESTE ISTITUZIONI, Umberto
torna sul tema de “La nascita della partitocrazia italiana e il
Movimento Comunità”: “”Dalla battaglia contro la partitocrazia dobbiamo
passare alla battaglia per la liberalizzazione dei partiti,
nell’universale quadro federalista. Il potere deve rigorosamente
cercarsi al servizio delle idee, anche se nessuno vuol trasformare i
partiti in clubs di predicatori.””.
L’ultimo contributo organico di Umberto al dibattito europeo è
costituito dalla “Breve storia del Consiglio dei Comuni e delle Regioni
d’Europa nel quadro di due secoli di lotta federalista” (1995):
“”Nel quadro di questa grande associazione europea, il CCRE - senza
dubbio la più grande ed estesa, in latitudine e in profondità ,
associazione democratica europea -, ogni ‘quadro di base’ ha di solito
la sensazione che la più periferica e sconosciuta delle sue iniziative è
una nota di una sinfonia, per la quale lavoriamo tutti insieme e
simultaneamente. … Forse questo ci ha indotto a scrivere questa storia
sintetica seguendo un filo rosso, che dovrebbe dimostrare non solo quale
sia stato il nostro contributo, tra i massimi, alla lotta per la
Federazione europea, ma quanto occorra che la giovane generazione
europea degli amministratori, quella che crede in certi valori - e c’è
-, aderisca massicciamente a questo sforzo, di cui c’è gran bisogno,
perché la lotta federalista è ancora tutta da combattere. Questo breve
testo, dunque, è una ‘memoria storica’ utile soprattutto per creare
consapevolezza ed incitare all’azione”” (dalla Prefazione alla breve
storia).
Tuttavia, anche in “La mia guerra contro la guerra” (Europea Editrice,
gennaio 2002), ove figurano le puntate che erano apparse su COMUNI
D’EUROPA ed ove riecheggiano alcuni temi già trattati ne “I libri e il
prossimo” (Passigli Editori, 1991), si trova quell’itinerario che si
snoda attraverso gli eventi del XX secolo che Umberto ha percorso con
coraggio e con coerenza e con la capacità di antivedere i problemi,
grazie alla organicità del suo approccio alle tematiche complesse della
nostra epoca, delle quali riusciva a cogliere le fondamentali
interdipendenze che dovrebbero suggerire strutture, strumenti e
metodi di governo adeguati, nel rispetto della libertà delle singole
persone umane, finalizzati al perseguimento degli interessi generali dei
cittadini.
Umberto
resta per me un maestro che, con il quotidiano esercizio della
intelligenza, della ragione, della coerenza e della tenacia, ha saputo
concorrere, soprattutto attraverso il CCRE, l'AICCRE e Comuni d'Europa,
nell’ambito della forza federalista, a non far dimenticare le
finalità di un disegno politico ed istituzionale (la Federazione europea
come momento di una più vasta organizzazione federale) dall'attuazione
del quale dipenderà il passaggio dalla tregua armata alla organizzazione
planetaria capace di assicurare la pace.
Terracina, 30 settembre 2005
Gabriele Panizzi
PS: Ho
scritto quello che, quasi immediatamente, ricordo di Umberto, per aver
vissuto direttamente gli eventi che ho raccontato. Nei circa cinquanta
anni, durante i quali ho conosciuto Umberto, molti altri sono stati gli
eventi ai quali insieme abbiamo partecipato: ad esempio gli Stati
generali del CCRE di Londra (1970), di Madrid (1981), di Torino (1984),
di Berlino (1986), di Glasgow (1988), di Lisbona (1990); numerose
riunioni degli organi direttivi del CCRE e dei socialisti europei.
Tuttavia, ritengo, che già quelli sopra raccontati possano essere
riferimenti sufficienti per capire la complessità e la ricchezza del
pensiero e della umanità di Umberto. Altri che, come me e più di me,
abbiano avuto il privilegio di operare insieme ad Umberto, potranno
arricchire il quadro, affinché si possa comporre una complessiva sintesi
dell’opera di Umberto, utile per chi, dopo di lui e dopo di noi, voglia
continuarla.
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