Gabriele Panizzi, "Il Professor Serafini, UMBERTO"

(testo inedito del 30 settembre 2005)         

 

Il professor Serafini, UMBERTO

 

Conobbi il professor Umberto Serafini nel 1954, quando avevo 16 anni. Egli ne aveva 38.

La occasione fu il Movimento Comunità, quello di Adriano Olivetti, perché a Terracina era stato  costituito un Centro Culturale di Comunità, al quale avevano aderito molti giovani (ed io tra questi).

Renato Brugner (l’ingegnere svizzero, scampato per caso all’eccidio delle Fosse Ardeatine), Massimo Fichera (Segretario del Centro Culturale di Comunità di Roma),  Giuseppe Motta (già Segretario del Ministro Romita ed allora a fianco dell’ingegner Adriano Olivetti), Riccardo Musatti (quello de La via europea del sud) ed il professor Serafini erano i nostri (di alcuni giovani terracinesi raggruppati dal professore di filosofia del nostro Liceo Scientifico “Leonardo da Vinci”, Diego Are, di Santulussurgiu, che aveva conosciuto il professor Serafini al Centro Culturale di Comunità di Roma, partecipando alla organizzazione del convegno “Abolire la miseria. Per un fronte di riforme e di lotta popolare contro il bisogno”, 1954, e del ciclo di discorsi su  “Laicismo e non laicismo”, Edizioni di Comunità, 1955) riferimenti per un’azione di rinnovamento della cultura e  della politica locale, a partire dall'impegno sociale, congelate dallo scontro tra DC e PCI, con il PSI sostanzialmente identificato nel PCI ed il PRI rappresentativo (soprattutto ai nostri occhi giovani) di interessi troppo conservatori.

Sentimmo, allora, parlare di cose per noi, provinciali e giovani, nuove, che il professor Serafini scavava tra i suoi ricordi, ancora vivi, della prigionia egiziana ed indiana (quest’ultima fu per lui occasione di approfondimenti di alcune tematiche sulle quali si era cimentato durante gli studi alla Normale di Pisa, nella metà degli anni trenta, e di tematiche nuove, ad esempio, l’urbanistica, grazie all’incontro con Ludovico Quaroni) ovvero traeva dalla sua cultura filosofica e  dai fondamentali scritti dell’ingegner Adriano (in primis, “L’ordine politico delle comunità. Le garanzie di libertà in uno Stato Socialista ”, Nuove Edizioni Ivrea , 1945) e dalla recente (gennaio 1953) “Dichiarazione politica” del Movimento Comunità (“Tempi nuovi metodi nuovi”), alla elaborazione della quale aveva partecipato: la libertà della persona umana, la radicale critica del fascismo, compreso il severo giudizio sul filosofo Giovanni Gentile, il concetto di pace legato alla traduzione  istituzionale di Immanuel Kant, il federalismo integrale (dalle autonome comunità a misura d’uomo agli Stati Uniti d’Europa, compresi gli aspetti relativi alla struttura proprietaria ed a quella  economica, intrecciati con l'architettura  istituzionale e delle rappresentanze democratiche e funzionali), il “Manifesto per una Europa libera ed unita" (Manifesto di Ventotene), la battaglia concreta per l’Europa federale (ancora non era caduta la Comunità Europea di Difesa, ma il professor Serafini nutriva alcune perplessità in quella fase finale del processo che si concluse negativamente con il voto dell’Assemblea nazionale francese il 30 agosto 1954).

Già era difficile per noi ragazzi capire le cose che ci venivano raccontate (nonostante gli sforzi del professor Are, che ci riuniva nella sua casa di Terracina per illustrarci le finalità del Movimento Comunità). A queste difficoltà si aggiungeva l’atteggiamento intellettualmente rigoroso e (all’apparenza) burbero del  professor Serafini.

 Ai rari incontri terracinesi con i comunitari,  seguì, nel dicembre 1954-gennaio 1955, un soggiorno canavesano e torinese, al quale partecipammo in più di venti, e, nel luglio 1955, nel Canavese, un seminario per quadri del Movimento Comunità. Soprattutto nelle calde giornate eporediesi e canavesane, di nuovo ascoltammo e cercammo di apprendere le lezioni del professor Serafini.

Cominciavo ad avvicinarmi con attenuato timore alle tematiche che il professore delineava, con i suoi discorsi logicamente strutturati ed ineccepibili (a me così apparivano) e caratterizzati da quella organicità ed interdipendenza concettuale che nei suoi scritti si traduceva in un periodare lungo, denso di punteggiatura e di parentesi (e, quindi, per chi era alle prime esperienze intellettuali, come me,   dava luogo a difficoltà di immediata comprensione).

Era il periodo in cui la sede dell’AICCE (la Sezione nazionale italiana di una organizzazione sopranazionale europea - il Consiglio dei Comuni d’Europa -,  come il professore preferiva chiamarla) era  in Via Lombardia, 30, a Roma, vicina alla sede del Centro Culturale di Comunità, in Via di Porta Pinciana, 6. Il professor Serafini  era Segretario dell’AICCE (aveva fondato, insieme ad altri federalisti europei, nel gennaio 1951, a Ginevra, il CCE) ed  autorevole sollecitatore ed attore delle importanti iniziative, politiche e culturali, che avevano luogo  nel Centro Culturale di Comunità (ricordo i tentativi del professor Serafini di catalizzare la riunificazione socialista – eravamo nel 1956 – anche attraverso la collaborazione con un’altra autorevole personalità socialista ed europeista, Mario Zagari).

Il professore partecipava con intensità anche alle battaglie locali, politiche ed amministrative, come esponente di rilievo del Movimento Comunità. Fu  Consigliere comunale a Vidracco, nel Canadese, e, dopo molti anni, sempre nel Canadese, a Strambinello (egli, non a caso, privilegiava i piccoli Comuni). A Terracina intervenne, tra l’altro, a difesa della autonomia della politica dalla religione, in una vicenda che aveva visto noi giovani comunitari attaccati dal Vescovo attraverso le omelie domenicali che i parroci declamavano nelle chiese, durante la campagna elettorale per il rinnovo del Consiglio Comunale.

Tuttavia, del 1956, il mio ricordo migliore, è quello dei III Stati generali del Consiglio dei Comuni d’Europa. Il professor Serafini fu relatore politico in quella importante manifestazione europea (Francoforte sul Meno, 5-7 ottobre 1956), e svolse una mirabile relazione (“I Comuni e l’Europa di domani”) che ancora oggi potrebbe costituire un testo di riferimento per le battaglie federaliste europee.

Il professore “”prese le mosse dalla seconda rivoluzione industriale, che ci sovrasta, e dall’affermazione che la politica ora si svolge nella misura dei continenti, e che se si vuole una politica comune europea occorrono le istituzioni corrispondenti. Il relatore fece quindi una disamina dei problemi politici che attualmente tormentano gli Stati nazionali d’Europa, per dimostrare che soltanto sul piano europeo questi problemi possono trovare adeguata soluzione: viceversa si tenta di costruire l’Europa attraverso strumenti inadeguati, e per questo il cammino è così lento. Serafini ha quindi attaccato Chaban Delmas, ricordando il suo comportamento anti-europeo al Parlamento nazionale francese; ma non ha risparmiato gli atteggiamenti nazionalistici di responsabili politici italiani e tedeschi, che pur si dicono europeisti. Ha quindi concluso che il progresso verso gli Stati Uniti d’Europa è un progresso verso il federalismo integrale, che da una parte vedrà la realizzazione della Comunità politica sopranazionale e dall’altra il nuovo rigoglio di istituzioni locali a misura d’uomo.”” (da COMUNI D’EUROPA, n. 11, 15 dicembre 1956).

 

Dopo Francoforte, ricordo le approfondite discussioni circa il significato e l’importanza (dal punto di vista della costruzione degli Stati Uniti d’Europa) dei Trattati di Roma, che furono firmati il 25 marzo 1957.

Il professor Serafini tornò, ancora una volta, nel nostro Centro di  Terracina a ragionare sul funzionalismo e sul federalismo (costituzionalismo) europei, per farci capire come, nonostante le necessarie riserve federaliste, fosse utile sostenere i Trattati (egli riteneva che, sulla base di essi, si sarebbe potuta sviluppare una battaglia autenticamente europea. Di diverso avviso era Altiero Spinelli).

In quegli ultimi anni cinquanta le mie frequentazioni romane del professore furono numerose (dalla fine del 1956 mi ero trasferito a Roma per gli  studi di ingegneria), tra AICCE e Centro Culturale di Comunità, ove Massimo Fichera proseguiva l’azione culturale e politica iniziata nei primi anni del decennio.

Nel 1958 vi furono le elezioni politiche, con la partecipazione del Movimento Comunità nella lista Comunità della cultura degli operai dei contadini d’Italia. L'impegno del professor Serafini fu notevole.

Il Movimento Comunità, per l’occasione,  ripubblicò (Napoli, 1958), in  un libricino con la copertina verde, “La via comunitaria del socialismo” di Umberto Serafini, scritto nel 1956, con “”la sola aggiunta finale di una postilla (“Una questione meridionale europea?”)””, nella quale Serafini così concludeva: “”Vi è da aggiungere, per altro, che l’unità politica dell’Europa necessariamente sarà ottenuta a spese dei nazionalisti e dei colonialisti: pertanto essa, se non arriverà troppo tardi, ed essa sola, aprirà serie possibilità  per la costituzione di una Federazione euro-africana. Nessuno ignora il grande avvenire che si pronostica per il Sahara: e non si deve tacere il decisivo peso politico che una Federazione euro-africana avrebbe nell’assetto mediterraneo e medio-orientale. In ogni caso nel Mare Mediterraneo si verrebbe a trovare il baricentro di una zona di straordinario sviluppo economico, fra le più importanti nel mondo: mentre l’Africa, oltre che dal punto di vista della produzione, dovrebbe diventare assai rilevante come mercato di consumo. Le conseguenze, di portata incalcolabile, per il Mezzogiorno d’Italia (e per tutta l’Europa meridionale) si intuiscono facilmente.””.

L’insuccesso del Movimento Comunità nelle elezioni del 1958 e la successiva morte dell’ingegner Adriano (27 febbraio 1960) indussero il professor Serafini a dedicarsi con rinnovato impegno alle questioni europee, attraverso l’AICCE ed il CCE, per sviluppare l'idea del "fronte democratico europeo" e darvi corpo. A Tal fine, particolarmente esaltanti furono, nell’ottobre  1964, i VII Stati generali dei Comuni e dei Poteri locali d’Europa: “PER L’EUROPA DEI POPOLI”, “”Il più grande congresso democratico europeo di ogni tempo …. sotto il segno della Resistenza europea”” (COMUNI D’EUROPA, n. 10, ottobre 1964).

“” Il congresso di Roma non ha mancato di ribadire con estrema chiarezza il senso della battaglia per gli Stati Uniti d’Europa nel contesto internazionale. Tre fini si disegnano al di sopra di tutti gli altri: 1) dare un contributo decisivo alla costruzione della pace (dall’equilibrio del terrore alla Comunità mondiale); 2) dare un contributo, parimenti decisivo, al problema, anch’esso tragico, della fame nel mondo (nel cosiddetto “terzo” mondo); 3) costruire, a misura continentale, una democrazia esemplare, che adegui gli istituti tradizionali di libertà alla società nucleare ed elettronica, fermo rimanendo che la persona umana deve essere fine e non mezzo in qualsiasi comunità non patologica (una democrazia postcapitalista e postcomunista, si potrebbe dire con una definizione alquanto sbrigativa).

 

Non limitarsi, dunque, a unire l’Europa e a costruire – in senso formale – una democrazia sopranazionale: non siamo più ai tempi di Jay, di Madison, di Hamilton. Nel momento di portare alla vita la costruzione federale si presenta a noi la grande e irripetibile occasione di dare un volto alla nuova Europa. Una Europa, di cui sono negazione la disoccupazione e la sottoccupazione, ma anche la mancanza di una democrazia del lavoro, di una autentica democrazia locale, di una difesa istituzionale dei consumatori, il prevalere delle esigenze della produzione (e degli interessi costituiti) su quelli della cultura, il prevalere di una classe politica “chiusa” (oligarchia), il dislivello crescente fra regioni ricche e surchargèes e regioni povere, la morte della campagna  e l’avanzare delle megalopoli, che - secondo l’espressione di un famoso urbanista - sono piuttosto necropoli. In questa radicale lotta contro ogni monopolio in Europa - lotta che deve vedere, appunto, un fronte di tutti i democratici avvertiti e coerenti – un avamposto spetta al Consiglio dei Comuni d’Europa: siamone fieri, ma sappiamo ricavarne la coscienza precisa delle nostre responsabilità.”” (COMUNI D’EUROPA, n. 10, ottobre 1964).

 Attraverso l'azione per il "fronte democratico europeo" si ricomposero anche alcune incomprensioni con Altiero Spinelli (il professore me lo fece conoscere nel 1965, quando Altiero dirigeva l'Istituto Affari Internazionali, allora costituito, con il concorso della Fondazione Adriano Olivetti). Gli XI Stati generali di Vienna (1975), ai quali Altiero Spinelli partecipò come Commissario CEE, con la rivendicazione delle elezioni europee e con la indicazione che il Parlamento europeo eletto debba operare come Assemblea Costituente, costituirono l'occasione per  rinnovare la solidarietà tra i due personaggi, con un preciso impegno di lotta federalista (nel 1979 vi furono le prime elezioni a suffragio universale e diretto del Parlamento europeo. Altiero Spinelli fu eletto e sviluppò l’azione che si concluse il 14 febbraio 1984 con l’approvazione, a larga maggioranza, del “Progetto di Trattato che istituisce l’Unione europea”.

 

Il professor Serafini, dopo la morte di Adriano Olivetti, aveva perseverato nell’azione politica e culturale condotta insieme all’ingegner Adriano, approfondendo il pensiero di questi in diverse occasioni, a partire dal ricordo che ne fece su COMUNI D’EUROPA, n. 3, marzo 1960 (Ci ha lasciato uno dei più grandi Maestri del federalismo integrale. ADRIANO OLIVETTI).

Meritano di essere, altresì, ricordati: la commemorazione (“Adriano Olivetti e le dottrine politiche”) che il professor Serafini tenne al Teatro Giocosa di Ivrea nel secondo anniversario della scomparsa  dell’ingegnere; “Il socialismo personalista e comunitario di Adriano Olivetti” (10 gennaio 1980), “L’utopia razionale di Adriano Olivetti” (MONDOPERAIO, giugno 1986) e “La comunità di Adriano Olivetti e il federalismo” (COMUNI D’EUROPA, marzo 1993).

 

Costituita, nel 1962, la Fondazione Adriano Olivetti, il professore  ne assunse  la Presidenza (a partire dal 1982 ne è stato Presidente onorario).

Tra le diverse iniziative della Fondazione va ricordata la ricerca sul tema ""Le implicazioni sociali e politiche dell'innovazione scientifico-tecnologica nel settore dell'informazione"": una iniziativa culturale con la quale la Fondazione, a dieci anni dalla morte dell'ingegner Adriano, lo volle ricordare al di fuori di ogni intento ceebrativo. Fu svolto (1971) un seminario internazionale, i cui atti furono pubblicati dalle Edizioni di Comunità (1973) in tre volumi sotto il titolo “Razionalità sociale e tecnologie della informazione”.

Scrisse il professor Serafini nella presentazione dei volumi: ""… mettemmo l'accento sull'urgenza - nell'era della cibernetica, della strategia nucleare, ecc. - di un rinnovamento e quindi adeguamento delle istituzioni politiche in senso garantista, ben sapendo - per altro - che il garantismo opera effettivamente, di volta in volta, contro il tiranno o contro il riformatore: ma accanto alla preoccupazione della divisione, dell'articolazione, della frantumazione del potere, pubblico e privato, non ci sfuggiva l'altra urgenza, quella di studiare una reale partecipazione democratica a un mondo che ormai vive di previsioni e di programmazione, per altro usate largamente in senso autoritario o settoriale o nazionalista. Insomma la nostra inclinazione verso il federalismo integrale e la nostra comprensione avant lettre della funzione storica della contestazione si muovevano per altro nella piena consapevolezza del contesto della società attuale, 'tecnetronica' come taluno la chiama. … Quel che desidererei maggiormante sottolineare è che la Fondazione, che si intitola ad Adriano Olivetti, vuole sviluppare o quanto meno verificare nella maniera meno scolastica possibile e, certamente, senza intenzioni celebrative il suo pensiero politico e le sue proposte di 'ingegneria istituzionale'. Sono passati diversi anni da 1945, anno in cui uscì L'ordine politico delle Comunità … eppure siamop convinti che una serie di intuizioni olivettiane restino valide e feconde. Il sottotili del libro, vale ricordarlo, era delle garanzie di libertà in uno Stato socialista e - avverso al capitalismo privato e a quello di stato - l'autore postulava un suo tipo di socializzazione federalista dei mezzi di produzione. Attentissimo a tutti i progressi della tecnica e non disposto a rifiutarla nella teoria dopo essersene servito nella pratica, Olivetti era per altro un nemico irriducibile e razionale della tecnocrazia e del corporativismo, da qualsiasi regime siano formalmente coperti …. Quando Adriano Olivetti chioede la simultaneità della programmazione economica e della pianificazionbe del territorio, rifiuta una razionalizzazione unilaterale della produzione industriale - col tipo di società consumista, che ne è la fatale derivata - e cerca invece una istituzionalizzazione politica, che ponga il cittadino in condizione di operare scelte globali per sé e per il complesso sociale in cui vuoile vivere. …""

 

Il professore, dopo l’insuccesso elettorale del Movimento Comunità del 1958, non aveva, tuttavia, trascurato di contribuire al dibattito circa i principi informatori del Movimento. In una lettera del 28 novembre 1958 egli riprende la delicata questione del ““fondamentale equilibrio tra il principio territoriale e locale, delle comunità, e il principio ‘verticale’ degli ordini politici: i quali … rappresentano non istanze tecniche o interessi sezionali, ma sintesi in funzione di vere e proprie radici spirituali (o momenti essenziali della persona umana)””, per affrontare con l’ingegner Adriano Olivetti, Massimo Fichera, Giuseppe Motta ed altri la questione delicata della destra e della sinistra e del ruolo dei partiti politici (sono necessari ulteriori approfondimenti rispetto all’ ordine politico delle comunità dell’ingegnere).

 

La questione del ruolo dei partiti in una società democratica che trova però altri momenti attraverso i quali i cittadini possano manifestare la propria  idea di società e battersi per realizzarla viene affrontata dal professor Serafini anche attraverso la partecipazione al dibattito politico nazionale, con particolare riferimento alle vicende dei socialisti. Egli, tra l’altro, nel 1968, in occasione del Congresso del Partito Socialista unificato, concorre  alla elaborazione dei contenuti della componente socialista denominata "Impegno socialista", che aveva in Antonio Giolitti il rappresentante di maggior evidenza. Le battaglie interne al detto Partito  non sortirono grandi risultati.

 

Anche approfittando della mia elezione al Consiglio regionale del Lazio (1975), l'AICCRE intensificò i rapporti con le Regioni.

A Roma, il 29-31 marzo 1979, organizzata dal CCRE (AICCRE) e dalla Regione Lazio, si svolse la conferenza internazionale su: “ Le Regioni per la nuova Europa. Dalle Regioni periferiche dell’Europa l’impulso per un equilibrato processo di sviluppo”.

Gli anni ottanta sono caratterizzati, nella mia memoria dei rapporti con il professor Serafini, dalla celebrazione (Ventotene, 10-11 ottobre 1981), del XL anniversario del "Manifesto di Ventotene", dal XII Congresso nazionale del MFE (Cagliari, 2-4 novembre 1984), al quale  il professore dedicò un inserto speciale di COMUNI D’EUROPA (n. 2, febbraio 1985) con il suo articolo “ Uno storico congresso, su misura per il fronte delle autonomie e in vista di un Fronte Democratico Europeo”, dalla riunione del Comitato Direttivo del CCRE, ospitata dalla Regione Lazio (30 novembre 1984), incentrata sul Progetto di Trattato per l’Unione europea, dalla conferenza “ Le regioni per l’Unione europea: una sfida per la IV legislatura regionale” (Roma, 18-19 marzo 1985), promossa dalla Regione  Lazio di intesa con la Sezione italiana del CCRE.

A Ventotene  (la Regione Lazio, il Movimento Federalista Europeo e l’AICCRE, insieme al CIME, all’AEDE ed al CIFE, avevano assunto la iniziativa) si  incontrarono, tra gli altri federalisti, Umberto Serafini, Altiero Spinelli e  Mario Albertini. La celebrazione della ricorrenza provocò la decisione di avviare una azione formativa sui temi del federalismo che si concretizzò attraverso  apposite leggi regionali. Dopo la morte di Altiero Spinelli (23 maggio 1986), fu costituito l'Istituto di studi federalisti allo stesso intitolato (3 luglio 1987), per iniziativa della Regione Lazio, del MFE, dell'AICCRE, dell’AEDE, della Fondazione Luciano Bolis, della Provincia di Latina e del Comune di Ventotene.

 

Finalmente interruppi la mia  riluttanza, per rispetto ad una Persona che ho ritenuto e ritengo di qualità superiori, a chiamarlo semplicemente, come Egli mi aveva esortato a fare, Umberto.

 

Egli, nel 1982 (officina edizioni), pubblicò il libro: "Adriano Olivetti e il Movimento Comunità. Una anticipazione scomoda un discorso aperto", che mi regalò con questa dedica: ""a Gabriele, a cui ò consegnato il testimone, perché - giovane e bravo - lo porti, prima e meglio di me, al traguardo di tappa. 6-III-'82. Umberto"". Nel volume si susseguono e si intrecciano i temi e le battaglie per i quali Umberto si è impegnato durante la sua vita e che ne hanno fatto un personaggio scomodo.

 

Al termine del 1991 scrisse interessanti pagine, indirizzate a Giovanni Vigo, Segretario del MFE,  come "Contributo di Umberto Serafini per la Conferenza organizzativa" dei federalisti, che si svolse a Tirrenia (Pisa) il 25-26 aprile 1992, ""perché vorrei che si capisse che io non improvviso la proposta di una svolta del movimento federalista, ma proseguo ancora dopo quarant'anni e più il tentativo di verificare come da un atteggiamento elitario si possa passare a un movimento popolare, che non persuada ma costringa: questo senza cadere nell'errore del partito federalista (che oltretutto sarebbe una scelta pesantemente riduttiva)"". Da quelle pagine si evince, sulla base della ricostruzione settica di una serie di eventi che lo videro partecipe ed attore, il suo incrollabile convincimento che la costruzione europea o sarà basata sulla consapevolezza dei cittadini europei, attraverso iniziative che competono in primo luogo ai federalisti, ovvero non avrà successo.

 

Nel fascicolo n. 92 (ottobre-dicembre 1992) di QUESTE ISTITUZIONI, Umberto torna sul tema de “La nascita della partitocrazia italiana e il Movimento Comunità”: “”Dalla battaglia contro la partitocrazia dobbiamo passare alla battaglia per la liberalizzazione dei partiti, nell’universale quadro federalista. Il potere deve rigorosamente cercarsi al servizio delle idee, anche se nessuno vuol trasformare i partiti in clubs di predicatori.””.

 

L’ultimo contributo organico di Umberto al dibattito europeo è costituito dalla “Breve storia del Consiglio dei Comuni e delle Regioni d’Europa nel quadro di due secoli di lotta federalista” (1995): “”Nel quadro di questa grande associazione europea, il CCRE - senza dubbio la più grande ed estesa, in latitudine e in profondità , associazione democratica europea -, ogni ‘quadro di base’ ha di solito la sensazione che la più periferica e sconosciuta delle sue iniziative è una nota di una sinfonia, per la quale lavoriamo tutti insieme e simultaneamente. … Forse questo ci ha indotto a scrivere questa storia sintetica seguendo un filo rosso, che dovrebbe dimostrare non solo quale sia stato il nostro contributo, tra i massimi, alla lotta per la Federazione europea, ma quanto occorra che la giovane generazione europea degli amministratori, quella che crede in certi valori - e c’è -, aderisca massicciamente a questo sforzo, di cui c’è gran bisogno, perché la lotta federalista è ancora tutta da combattere. Questo breve testo, dunque, è una ‘memoria storica’ utile soprattutto per creare consapevolezza ed incitare all’azione””  (dalla Prefazione alla breve storia).

 

 Tuttavia, anche in  “La mia guerra contro la guerra” (Europea Editrice, gennaio 2002), ove figurano le puntate che erano apparse su COMUNI D’EUROPA ed ove riecheggiano alcuni temi già trattati ne “I libri e il prossimo” (Passigli Editori, 1991), si trova quell’itinerario che si snoda attraverso gli eventi del XX secolo che Umberto ha percorso con coraggio e con coerenza e con la capacità di antivedere i problemi, grazie alla organicità del suo approccio alle tematiche complesse della nostra epoca, delle quali riusciva a cogliere le fondamentali interdipendenze che dovrebbero suggerire strutture, strumenti e metodi di governo adeguati, nel rispetto della libertà delle singole persone umane, finalizzati al perseguimento degli interessi generali dei cittadini.

 

Umberto resta per me un maestro che, con il quotidiano esercizio della intelligenza, della ragione, della coerenza e della tenacia, ha saputo concorrere, soprattutto attraverso il CCRE, l'AICCRE e Comuni d'Europa, nell’ambito della forza federalista, a non far dimenticare le finalità di un disegno politico ed istituzionale (la Federazione europea come momento di una più vasta organizzazione federale) dall'attuazione del quale dipenderà il passaggio dalla tregua armata alla organizzazione planetaria capace di assicurare la pace.

 

Terracina, 30 settembre 2005

                                                                                                           Gabriele Panizzi

 

PS: Ho scritto quello che, quasi immediatamente, ricordo di Umberto, per aver vissuto direttamente gli eventi che ho raccontato. Nei circa cinquanta anni, durante i quali ho conosciuto Umberto, molti altri sono stati gli eventi ai quali insieme abbiamo partecipato: ad esempio gli Stati generali del CCRE di Londra (1970), di Madrid (1981), di Torino (1984), di Berlino (1986), di Glasgow (1988), di Lisbona (1990); numerose riunioni degli organi direttivi del CCRE  e dei socialisti europei. Tuttavia, ritengo, che già quelli sopra raccontati possano essere riferimenti  sufficienti per capire la complessità e la ricchezza del pensiero e della umanità di Umberto. Altri che, come me e più di me, abbiano avuto il privilegio di operare insieme ad Umberto, potranno arricchire il quadro, affinché si possa comporre una complessiva sintesi dell’opera di Umberto, utile per chi, dopo di lui e dopo di noi, voglia continuarla.