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Raccogliamo qui il testo di Marcello Cini
in ricordo di Gaia Luoni, giovane ricercatrice scomparsa nel settembre
2004, e la pagina web che le ha dedicato il Laboratorio di Biologia
dell'Università di Oxford
da "Il
Manifesto" del 29 settembre 2004
Gaia, un'altra scienza è possibile
MARCELLO CINI
«Muore giovane chi è gradito agli dèi» dicevano
gli antichi. L'avrebbero certamente detto per Gaia Luoni. L'hanno
detto anche, laicamente, sabato scorso le amiche e gli amici, i
maestri e gli allievi, i compagni e i colleghi, di tutte le età che si
sono alternati, tra lacrime e sorrisi, per raccontare teneri ricordi e
buffi episodi, resoconti dei suoi brillanti successi scientifici e
momenti del suo impegno solidale a fianco dei deboli e dei sofferenti,
riuscendo, attraverso quest'opera collettiva, a far rivivere tra noi
la pienezza dolce e risoluta della sua splendida persona. Ricordo Gaia
fin da quando la sua mamma Elena la portava a spasso sul passeggino,
ma l'ho incontrata poche volte di persona, anche se ho seguito,
attraverso i racconti familiari, le varie tappe della sua vita, e
soprattutto gli ultimi drammatici due anni della sua lotta contro il
cancro. Ma, ripensando a lei, dopo l'intensa emozione dell'evento
corale al quale ho partecipato, mi sono venute in mente alcune
osservazioni di carattere generale, che vorrei comunicare anche al di
là della cerchia di chi l'ha conosciuta direttamente.
Gaia amava la scienza e si dedicava al suo mestiere con passione. Era
geniale nelle sue intuizioni, rigorosa nella condotta dei suoi
esperimenti, perseverante nella routine della pratica
quotidiana. Sono caratteristiche comuni a molti suoi colleghi. La
maggior parte di loro, però, si ferma lì. Gaia invece aveva molte
altre cose per la testa e nel cuore. Pubblicava i suoi risultati su
Nature, alla pari con i migliori biologi del mondo, ma credeva,
come altri milioni di suoi coetanei, che «un altro mondo è possibile».
Ci può aiutare a capire questa differenza ciò che ha scritto il
direttore del British Medical Journal in un recente numero
della rivista. «Negli ultimi 10 anni il già enorme gap nelle
condizioni economiche e nello stato di salute tra le nazioni ricche e
quelle povere si è ancora allargato... Il 70% dei 40 milioni ammalati
di Aids è concentrato nei paesi con istituzioni sanitarie
malfunzionanti. La tubercolosi è riemersa con 9 milioni di nuovi casi
e 2 milioni di morti all'anno. Tassi di mortalità simili provengono
dalla malaria, e in tutti i casi aumenta l'emergenza di agenti
patogeni resistenti ai farmaci... Meno del 10% della spesa in ricerca
medica è devoluta a malattie responsabili del 90% della morbilità. Dei
1233 nuovi farmaci posti in commercio nel periodo 1975-99 solo 13 sono
stati introdotti per le malattie tropicali.»
Non è un caso, dunque, che Gaia abbia scelto proprio di fare ricerca
sulla malaria. E fare ricerca sulla malaria ha significato per lei
tante cose. Ha significato in primo luogo scegliere di lavorare nella
ricerca pubblica invece che in quella privata, alla quale non
interessano le malattie dei poveri. Ha significato andare nei paesi
colpiti da questi flagelli - nel suo caso nel Burkina Faso - non, come
fanno gli scienziati delle multinanzionali, a rubare alcuni geni delle
popolazioni coinvolte per brevettarli, ma a studiarne i genomi per
rendere accessibili a tutti i risultati delle sue ricerche, e
permettere a chiunque, in prospettiva, la libera produzione dei
farmaci che possono derivarne. Ha significato infine, particolare non
trascurabile, non trattare come cavie gli individui ai quali prelevava
il sangue, ma considerarli uomini e donne da avvicinare con rispetto e
attenzione, condividendone dolori e speranze. Esemplare in questo
senso è una lettera, straordinaria per espressione letteraria oltre
che per calore umano, inviata a suo tempo alle amiche, nella quale
Gaia, attraverso la sua «simpatia», riesce a trasformare il «campione
E 1225» in un tenero ritratto di una ragazzina curiosa e vivace.
Io credo che non occorrano molte altre parole per spiegare perché,
secondo me, la figura di Gaia dovrebbe essere assunta come immagine
ideale dello «scienziato del XXI secolo», intendendo con questo
termine chiunque, uomo o donna, che si occupi professionalmente di
scienza. Uso il maschile non certo per contravvenire sbadatamente alle
regole di ciò che è ritenuto politically correct, ma per
sottolineare, con la stridente incongruità del termine, che sarebbe
ora di abbandonare lo stereotipo, dominante nell'immaginario
collettivo, dello scienziato maschio che domina e sottomette una
natura riottosa e matrigna. Sarebbe ora di sostituirlo con una dolce,
ma non per questo meno rigorosa e razionale, figura femminile che
ricompone «virtute e conoscenza» per ridare alla scienza un volto
benevolo rivolto alle moltitudini di diseredati e di sofferenti che
popolano il pianeta.
Molti giovani potrebbero trovare così una valida motivazione a
dedicarsi alla scienza, per contribuire a cancellare dal suo volto le
tracce delle sue compromissioni con il potere e con il denaro. Perché
non cominciare scrivendo una biografia di Gaia che la faccia rivivere
come simbolo di un mondo migliore? 
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