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Testo inedito letto da Marcello
Cini in occasione del ricevimento del PREMIO NONINO 2004
"A un Maestro
italiano del nostro tempo" il 31 gennaio 2004
E’
POSSIBILE UN MONDO DIVERSO?
Marcello Cini
“Un
mondo diverso è possibile” è lo slogan che mobilita milioni di giovani
nelle piazze di tutto il mondo. Non solo di giovani, ma, per fortuna,
sono loro la componente fondamentale dei “movimenti”. Sono loro che
vivranno nel secolo appena cominciato: un secolo che si annuncia come un
bivio epocale per la storia dell’umanità. Sono loro che dovranno trovare
il modo di affrontare le contraddizioni crescenti di una società
planetaria sempre più divisa fra ricchi e poveri, fra chi domina, rapina
e dilapida le risorse naturali e chi non riesce più nemmeno a trarne i
mezzi per soddisfare i bisogni elementari della fame e della sete, fra
chi è in grado di costruire strumenti sempre più raffinati di conoscenza
e di controllo della vita, della mente umana e della società e chi, dopo
essere stato spogliato del proprio patrimonio culturale, materiale e
ideale viene al tempo stesso escluso dall’accesso ai nuovi saperi. I
primi siamo noi, una minoranza privilegiata e arrogante. I secondi,
quelli che Fanon chiamava “i dannati della Terra”, sono la maggioranza
del genere umano.
So
bene che questo quadro può essere giudicato unilaterale, pessimista e
magari anche autolesionista. Ma, anche se lo fosse, si tratta di un
quadro che, oltre ad avere radici salde nella realtà è, soprattutto,
bene impresso nel cervello, nel cuore e nella carne di miliardi di
uomini e donne. Non possiamo dunque nascondere la testa sotto la sabbia,
né tanto meno pensare che, comunque la pensino, siamo noi ad avere il
coltello per il manico.
Jurgen
Habermas ci spiega qual’è il nocciolo del problema: “alla fine del
secolo le società sviluppate si scontrano di nuovo con un problema
…vecchio quanto il capitalismo stesso: come possiamo realmente sfruttare
la funzione allocativa e innovativa intrinseca nell’autoregolazione del
mercato, senza dovere per questo pagare disparità e costi sociali che
sono inconciliabili con i requisiti d’integrazione di una società
liberale e democratica.” Non possiamo dunque, noi del mondo dei ricchi,
esimerci dal dovere di trasformare quello slogan nella domanda : “E’
possibile un mondo diverso?”, sforzandoci, al meglio delle nostre
capacità, di costruire gli elementi per dare ad essa una risposta
positiva.
Comincerò
dunque con la prima delle tre contraddizioni alle quali ho accennato
all’inizio: la crescente divaricazione tra ricchi e poveri. Joseph
Stiglitz, premio Nobel per l’economia, già vicedirettore della Banca
Mondiale dimessosi da questa carica per protesta contro la
subordinazione della sua istituzione agli interessi di Washington,
afferma nel suo libro La globalizzazione e i suoi oppositori : “Malgrado
le reiterate promesse di ridurre la povertà fatte negli ultimi dieci
anni del XX secolo il numero effettivo di persone che vivono in povertà
è invece aumentato quasi di cento milioni mentre, allo stesso tempo, il
reddito mondiale complessivo è cresciuto in media del 2,5 per cento
annuo”.
Lo
conferma Georg Soros, ben noto per la ricchezza accumulata in una lunga
serie di fortunate speculazioni, scrivendo: “la forbice tra ricchi e
poveri continua ad allargarsi. L’uno per cento più ricco della
popolazione riceve quanto il 57 per cento più povero. Più di un miliardo
di persone vive con meno di un dollaro al giorno: quasi un miliardo non
ha accesso all’acqua potabile, 826 milioni sono malnutriti”.
Lo
stesso WTO – l’organizzazione fondata per instaurare la libertà di
mercato in tutti i settori delle attività umane – rende noto che il
rapporto fra il reddito del quinto della popolazione mondiale residente
nei paesi più ricchi e quello del quinto della popolazione residente
nelle nazioni più povere, che nel 1920 era pari a 11, è cresciuto fino a
30 nel 1960, a 60 nel 1990, e infine a 74 nel 1997.
Non
sono un economista, e dunque non voglio dare giudizi sulle misure
possibili da prendere per invertire questo perverso processo. Ricorrerò
perciò ancora al libro di Georg Soros Globalizzazione, fonte non
sospetta di tenerezze per i “noglobal”, dove leggiamo: “E’ pericoloso
riporre eccessiva fiducia nel meccanismo del mercato. I mercati sono
concepiti per facilitare il libero scambio delle merci e dei servizi tra
chi lo desidera, ma non sono in grado, da soli, di provvedere a
necessità collettive.. né tantomeno sono in grado di assicurare la
giustizia sociale. Questi sono “beni pubblici” che possono scaturire
solo da un procedimento politico.” E ancora: “La globalizzazione non è
un gioco a somma zero.. L’aumentata ricchezza prodotta dalla
globalizzazione potrebbe essere utilizzata per rimediare alle sue
iniquità e agli altri suoi difetti… Il problema è che i vincitori non
indennizzano affatto gli sconfitti.”
La
conclusione di Soros è dunque: riformare le istituzioni internazionali.
E Stiglitz, dopo aver dichiarato che “l’effetto netto delle politiche
stabilite dal Washington consensus è stato quello di avvantaggiare pochi
a spese di molti, i ricchi a spese dei poveri”, riconosce che “abbiamo
un sistema.. in cui poche istituzioni e pochi protagonisti strettamente
legati a interessi finanziari e commerciali ben precisi, dominano la
scena, mentre molti di coloro che ne subiscono le decisioni non hanno
praticamente alcuna voce in capitolo.” E conclude: “E’ giunto il momento
di cambiare alcune delle regole alla base dell’ordine economico
internazionale,.. ripensando a come vengono prese le decisioni a livello
internazionale e nell’interesse di chi.”
Ma
chi costringerà gli stati a farlo? Bush e i suoi amici preferiscono
rilanciare la guerra preventiva contro gli stati definiti “canaglia” e,
in aggiunta, la “conquista” di Marte. Riusciranno i giovani dei
movimenti a fermarlo?
La
seconda contraddizione è quella dell’accelerazione del degrado
ambientale. Anche qui i dati non mancano, anzi i suoi effetti sono ormai
sotto gli occhi di tutti. L’emissione di gas serra aumenta a ritmi
impressionanti. Negli Stati Uniti sono aumentate negli ultimi dieci anni
del 21%. Negli stessi anni è scomparsa una superficie pari alla somma di
Italia, Francia e Spagna di foreste tropicali. Secondo uno studio di
Chris Thomas pubblicato sul numero di Nature del 9 gennaio potrebbero
sparire dalla faccia della Terra entro il 2050 ben oltre un milione di
specie viventi. L’innalzamento del livello marino procede a un ritmo tre
volte superiore al valore di 1,5 millimetri all’anno generalmente
accettato per il XX secolo, e alla fine del XXI raggiungerà, secondo le
previsioni dell’International Geological Correlation Programme, tra i 15
e gli 88 centimetri. Le temperature medie saliranno da un minimo di 1,4
a un massimo di 5,8 gradi centigradi, ma in modo assai disuguale tra le
diverse regioni del globo provocando mutamenti locali rilevanti, con
siccità e alluvioni imprevedibili.
Il
nesso tra cambiamento climatico e povertà è stringente. Osserva il
rapporto IPCC che “gli effetti del cambiamento climatico saranno più
grandi nei paesi in via di sviluppo, in termini di perdite di vite umane
e di relativi effetti sugli investimenti e le economie”. Inoltre, in
questi paesi i danni saranno più gravi perchè – come accade per i
terremoti – vi è minore disponibilità di risorse per interventi di
prevenzione, protezione e mitigazione. E ciò, osserva sempre il
rapporto, renderà sproporzionatamente gravi gli effetti del cambiamento
climatico per i poveri, anche nelle previsioni più ottimistiche. Così,
uno degli effetti sociali del cambiamento climatico sarà quello “di
accrescere la disparità di benessere tra paesi sviluppati e paesi in via
di sviluppo”.
A
queste previsioni i fondamentalisti del mercato rispondono con la
provocazione. Secondo la tesi di gran moda, sostenuta, ad esempio da
Bjorn Lomborg, autore del libro L’Ambientalista Scettico (che è
diventato la bandiera dei neoconservatori antiecologisti) la crisi
ambientale è colpa dei poveri, non dei ricchi. Questo nuovo “senso
comune” dice che “l'attuale sistema economico è già sostenibile, che la
spontanea innovazione tecnologica riduce gli effetti ambientali e che la
diffusione della ricchezza comporterà un contenimento dei danni
ambientali e un miglioramento della salute e della tutela
dell'ambiente”.
Le
tesi di Lomborg sono state ampiamente confutate nel merito da parte dei
più autorevoli esperti delle diverse discipline ambientali chiamate in
causa. Un numero di Scientific American, la più popolare rivista
mondiale di divulgazione scientifica, che esce anche in edizione
italiana, ha dedicato a questa polemica un intero numero, e non è il
caso di riprenderne qui le argomentazioni in dettaglio. Mi basta citare
il fulminante giudizio che ne dà Stephen Schneider, membro dell'International
Panel on Climate Change (IPCC) e direttore della rivista Climate Change:
"A pagina XX della sua prefazione Lomborg ammette “non sono un esperto
per quanto riguarda i problemi ambientali”: parole più vere di queste
non si trovano nel resto del libro".
Mi
limiterò dunque a poche osservazioni sulla debolezza delle basi teoriche
del discorso dei fautori delle proprietà taumaturgiche delle leggi del
mercato sui fenomeni del degrado ambientale. Il punto fondamentale è che
per loro le forze del mercato tendono sempre a ristabilire l'equilibrio
tra domanda e offerta turbato da eventi imprevisti esterni al sistema
economico. Si tratta però di un equilibrio statico, non dinamico, e
questo fa una bella differenza.
Questa
semplificazione così drastica della realtà è doppiamente sbagliata. In
primo luogo perché non tiene conto del fenomeno destabilizzante del
feedback positivo - cioè dell’effetto “apprendista stregone” per cui il
risultato di un cambiamento rafforza la causa che l’ha generato - che è
dinamico, non statico. In secondo luogo perché, per applicare la teoria,
bisogna ridurre il futuro al presente, cioè confrontare costi e benefici
di possibili eventi futuri con quelli delle differenti scelte che
potrebbero produrli. E' un confronto che non solo comporta valutazioni
ampiamente soggettive, influenzate da una quantità di
fattoriimprevedibili, ma soprattutto non tiene conto del fatto che costi
e benefici sono in genere sostenuti da soggetti sociali diversi.
Per
di più, ridurre l'intero ecosistema terrestre ai modelli di economia
ideale all'equilibrio di Pareto o di Nash è pura follìa (senza allusioni
per la storia personale di quest'ultimo) soprattutto per ragioni più
generali. E' infatti insensato ridurre a quantità - attribuendo un
prezzo ad ognuna di esse - la infinita varietà qualitativa delle diverse
sue componenti materiali e immateriali, inerti o viventi; ma, peggio
ancora, è pericoloso, oltre che eticamente ingiustificabile, ridurre a
merci appropriabili privatamente i beni comuni che costituiscono la base
indispensabile per la sopravvivenza della nostra specie.
E
vengo alla terza contraddizione: quella della subordinazione della
crescita della conoscenza alle leggi del mercato. Qui bisogna rendersi
conto che con l’inizio del XXI secolo si è voltato pagina nei due
settori chiave dello sviluppo della civiltà contemporanea: la scienza e
l’economia. Vediamone separatamente gli aspetti principali.
Per
quanto riguarda la prima va sottolineato che l’uomo, dopo aver
instaurato nel secolo scorso il suo pieno dominio sulla materia inerte,
si appresta nel nuovo secolo a estenderlo sulla materia vivente e a
controllare gli stessi fenomeni mentali della nostra specie. Stiamo
cominciando dunque a progettare e costruire una biosfera artificiale
fatta di organismi transgenici, chimere, cloni, e chissà quali altre
forme viventi, regolata da una rete di menti artificiali di complessità
crescente, con conseguenze imprevedibili.
Il
superamento di questa soglia si è accompagnato alla formalizzazione del
concetto di informazione, e alla sua quantificazione attraverso la
definizione del bit come sua unità discreta. Questo ha portato
all’incredibile sviluppo degli algoritmi per codificarla e sottoporla a
procedure rigorose di calcolo, e delle macchine che la processano a
velocità sempre più elevate. Le tecnologie della comunicazione frutto di
questa “rivoluzione digitale” hanno poi a loro volta, nel giro di pochi
anni, cambiato radicalmente il modo di vivere di miliardi di abitanti
del pianeta.
E'
una svolta che cambia profondamente la natura stessa della scienza. Essa
infatti comporta l'abbattimento di due steccati che tradizionalmente
separavano la scienza dalle altre attività sociali umane: uno separava
la scienza (in quanto conoscenza disinteressata della natura ottenuta
attraverso la scoperta) dalla tecnologia (in quanto utilizzazione
pratica dei risultati della prima realizzata attraverso l'invenzione), e
l'altro separava le attività che si occupano di fatti da quelle che si
occupano dei valori che stanno alla base delle norme (etiche e
giuridiche) intese a regolare le finalità e i comportamenti degli
individui nei loro rapporti privati e nelle loro azioni sociali.
Sul
primo non c’è molto da aggiungere a quanto si legge ogni giorno sui
giornali. Un solo esempio. Quello della scoperta/invenzione della PCR
(un modo per produrre quantità macroscopiche di geni modificati) che ha
assicurato al suo autore, Kary Mullis il premio Nobel e alla Cetus,
l’azienda nella quale è stata realizzata una montagna di royalties. Mi
soffermerò dunque soltanto sul secondo steccato partendo
dall’altrettanto ovvia constatazione che i dibattiti e le polemiche
interne alla scienza cominciano a entrare nelle arene del discorso e
dell'azione non scientifiche. Una cosa è infatti manipolare,
controllare, forgiare un oggetto fatto di materia inerte e altra cosa è
compiere le stesse operazioni su un organismo vivente o addirittura
sull'uomo. Nel primo caso il lecito può coincidere con l'utile, nel
secondo il lecito dovrebbe almeno dipendere anche da una valutazione di
natura etica. Nasce dunque il problema del rapporto fra conoscenza e
etica, cioè del nesso fra la ricerca della "verità" e il perseguimento
di "retti" comportamenti individuali e collettivi.
All'origine
del problema c'è un motivo semplice: i "fatti" che coinvolgono nel bene
e nel male la vita delle persone - e sono sempre di più i "fatti" di
questa natura che la scienza produce direttamente - diventano anche
carichi di "valori". La penetrazione del'etica nella sfera della
conoscenza diventa ancor più evidente quando i "fatti" condizionano in
modo diverso la vita di persone diverse. E' chiaro infatti che questo
comporta l'introduzione di criteri di equità e di giustizia nei giudizi
di "verità".
Dice
a questo proposito il filosofo Hans Jonas: "Con quello che facciamo
qui, ora, e per lo più con lo sguardo rivolto a noi stessi, influenziamo
in modo massiccio la vita di milioni di uomini di altri luoghi e ancora
a venire, che nella questione non hanno avuto alcuna voce in capitolo...
Il punto saliente è costituito dal fatto che l'irrompere di dimensioni
lontane, future, globali nelle nostre decisioni quotidiane,
pratico-terrene, costituisce un novum etico, di cui la tecnica ci ha
fatto carico; e la categoria etica che viene chiamata principalmente in
causa da questo nuovo dato di fatto si chiama: responsabilità."
Da
queste considerazioni nasce il problema di una profonda trasformazione
della deontologia professionale degli scienziati. La norma tradizionale
che, come teorizzava il fondatore della sociologia della scienza Robert
Merton alla metà del secolo scorso, imponeva loro di limitarsi nella
loro attività ai giudizi di fatto escludendo rigorosamente ogni giudizio
di valore diventa anacronistico e rischia di giustificare una sorta di
“diritto all’irresponsabilità”.
Una
prima risposta a questa esigenza ci viene dall'introduzione, ormai
accolta da una serie di documenti ufficiali e da norme dell'Unione
Europea (gli Stai Uniti si differenziano anche su questa come su molte
altre questioni) del principio di precauzione. La sua base fattuale è
data dalla constatazione che viviamo ormai nella "società del rischio"
(un termine coniato da Ulrich Beck in un testo ormai classico con questo
titolo che risale alla metà degli anni '80), definita come la nuova
fase della società industriale, in cui "il rapporto tra produzione di
ricchezza e produzione di rischi si inverte dando priorità alla seconda
rispetto alla prima".
E'
chiaro tuttavia che l'applicazione di questo principio lascia larghi
margini di discrezionalità agli scienziati che si occupano della
valutazione del rischio. Occorre dunque riconoscere la differenza
profonda esistente fra ricerca privata e ricerca pubblica e dunque fra i
dipendenti (o i consulenti) di imprese private legati al segreto
industriale e gli operatori degli enti pubblici di ricerca che
dovrebbero rispondere dei loro programmi alla collettività che li
finanzia, o per lo meno concordare con i suoi rappresentanti le scale di
priorità da rispettare. I primi hanno come dovere contrattuale quello di
massimizzare i dividendi dei propri azionisti mentra i secondi,
dovrebbero in primo luogo esplorare a fondo le evidenze di rischio, non
ancora divenute certezze, ma già più solide delle congetture, che
giustificherebbero l'adozione di una sospensione precauzionale
dell'immissione sul mercato dei prodotti che sono frutto delle ricerche
dei primi.
Un
controllo efficace sarebbe dunque quello di istituire albi professionali
separati per chi partecipa allo sviluppo di innovazioni destinate ad
essere immesse sul mercato, e chi deve non solo identificare e valutarne
gli eventuali danni già prodotti o che potrebbero insorgere in futuro,
ma anche investigare e prefigurare i diversi scenari (valutandone i
diversi gradi di incertezza) che dalla loro diffusione potrebbero a
breve, o a lungo termine derivare. Ognuno è libero di stare da una parte
o dall'altra, ma deve dirlo.
Anche
l’economia vive una svolta radicale. Nel XX secolo il meccanismo di
accumulazione del capitale si era fondato sulla formazione del profitto
nel processo di produzione delle merci materiali e sull'espansione del
loro consumo da parte dei lavoratori stessi (fordismo). Di qui ha avuto
origine il conflitto drammatico tra capitale e lavoro che ha segnato il
“secolo breve” (come l’ha definito nel libro dallo stesso titolo Eric
Habsbawm). Nel XXI secolo il meccanismo di accumulazione del capitale
sempre più si fonderà sulla formazione del profitto nella produzione di
merci immateriali ("informazione", "conoscenza", "comunicazione"). Più
propriamente la formazione del profitto si sgancia dal "tempo di
lavoro", perché le merci immateriali possono essere moltiplicate
all'infinito, una volta fatto il prototipo, senza alcun costo ulteriore,
e dunque il profitto può crescere illimitatamente al crescere del
consumo.
Ciò che
cambia radicalmente è dunque la natura dei beni ridotti a merce. La
proprietà fondamentale dei beni immateriali è infatti che, a differenza
di quelli materiali, la fruizione da parte di un "consumatore" non ne
impedisce la fruizione da parte di altri. Le merci immateriali, in
realtà non si "consumano". In un disco non è la plastica che conta, è la
canzone che c'è incisa. Ma la canzone non si consuma se io l'ascolto: la
possono ascoltare altre milioni di persone.
La
riduzione di questi beni immateriali a merce, destinata ad essere
acquistata e fruita individualmente in esclusiva, è dunque una violenta
e abusiva reificazione entro un supporto materiale privo di valore di
nuova informazione di per sé creata, da parte di una mente umana che a
sua volta trae dalla società la sua ispirazione, per essere
socializzata. Tutta la problematica che deriva dalla brevettazione della
materia vivente - dal singolo gene all'organismo più complesso - e della
mente umana - dal singolo bit all'opera più monumentale - ha la sua
radice in questo meccanismo perverso.
In
genere si giustifica il brevetto con l'argomento della protezione della
"proprietà intellettuale". Lo stesso Georg Soros, già citato, riconosce
tuttavia che “l'istituzione di brevetti e diritti di proprietà
intellettuale ha contribuito a trasformare l'attività dell'ingegno in un
affare, e naturalmente gli affari sono mossi dalla prospettiva del
profitto. E' lecito affermare che ci si è spinti troppo oltre. I
brevetti servono a incoraggiare gli investimenti nella ricerca, ma
quando scienza, cultura e arte sono dominate dalla ricerca del profitto,
qualcosa va perduto.”
In
realtà gli interessi da tutelare sono assai più consistenti e potenti di
quelli degli scienziati. Dietro la bandiera del riconoscimento della
"proprietà intellettuale" ci sono gli interessi delle multinazionali dei
farmaci, dell'alimentazione, dell'energia e, non dimentichiamolo, degli
armamenti. Una cosa dunque è ricompensare adeguatamente la creatività
degli scienziati e altra cosa è riempire le tasche degli azionisti delle
imprese per le quali lavorano. Nascondere la seconda dietro la prima è
fuorviante e disonesto.
Tanto
più che la pratica sempre più estesa, favorita dall’Ufficio Brevetti
degli Stati Uniti ed esplicitamente rivendicata da Bush come obiettivo
fondamentale della sua politica, di concedere il brevetto per qualunque
artefatto, indipendentemente dalla sua natura, aggrava il solco tra
paesi ricchi e paesi poveri, privando questi ultimi sempre più della
possibilità di affrontare i drammatici problemi delle loro popolazioni
con i mezzi messi a disposizione dalle nuove tecnologie. Gli esempi sono
sotto gli occhi di tutti. Produttori di prodotti locali messi fuori
mercato dalla produzione di massa di alimenti geneticamente modificati.
Malati che non si possono pagare le medicine delle grandi imprese
farmaceutiche. Masse escluse dall'istruzione. Popolazioni derubate delle
ricchezze contenute nel genoma delle specie vegetali e animali che
vivono nelle nicchie ecologiche dei loro paesi. E così via.
La
questione diventa scottante per ragioni specificamente etiche quando si
tratta di brevettare la vita. Poiché il brevetto è stato istituito per
proteggere una invenzione e la scoperta non è per principio brevettabile
(nemmeno gli elementi transuranici artificiali in quanto ottenuti da
modificazione di elementi naturali sono stati brevettati sessant’anni
fa), bisognerebbe concludere che gli organismi viventi, anche se
artificialmente modificati non possono essere brevettati. Ogni ogm è
infatti una modifica di un organismo naturale, e la natura non si
dovrebbe brevettare. Ma la Corte Suprema degli Stati Uniti ha decretato
nel 1980 che così non deve essere, adottando il principio espresso da
William Tucker, un oscuro, ma efficace biotecnologo di Oakland secondo
il quale "il fatto che una cosa abbia natura biologica e si
autoriproduca non basta a renderla diversa da un pezzo di macchina
costruita con dadi, bulloni e viti."
Tornare
indietro è chiaramente un obiettivo utopistico, lo riconosco, visti i
colossali interessi in gioco. Ma arginare il diluvio forse è possibile.
La parola d'ordine La vita non si brevetta potrebbe a questo scopo
raccogliere, per motivi diversi, molti consensi tra credenti delle
diverse religioni e non credenti. I primi perché per loro la vita l'ha
brevettata una volta per tutte il Creatore. I secondi perché, come dice
Jeremy Rifkin, “introdurre nell'ambiente esseri nuovi significa
innescare una specie di "roulette ecologica": se esiste anche solo una
piccola probabilità di scatenare una esplosione ambientale, e se questa
dovesse davvero accadere, le conseguenze potrebbero essere significative
e irreversibili.”.
Perché
non provare?
Chi è interessato a firmare l'APPELLO
CONTRO LA BREVETTABILITA' DEGLI ESSERI VIVENTI E LA MONOPOLIZZAZIONE DEL
PATRIMONIO GENETICO può farlo nella sezione "Campagne Civili" di
Serendip. Entra da qui
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